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Droghe. Prime superficiali riflessioni sul 'miracolo italiano'
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Articolo di Pietro Yates Moretti
26 giugno 2010 13:09
 
I dati contenuti nella Relazione annuale sullo stato delle tossicodipendenze in Italia sono veri o esagerati? Difficile saperlo con certezza. L'unica fonte autorevole (infatti autorevolissima) e affidabile che ha messo in discussione quel calo del 25% di consumatori sbandierato nella Relazione è il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il Cnr era un attore principale nella stesura dei dati contenuti nella Relazione fino al 2008, quando il sottosegretario Carlo Giovanardi (appena rinominato in quella posizione) e il suo braccio destro Giovanni Serpelloni lo hanno sostituito con centri di ricerca da loro ritenuti -diciamo così- più affidabili. Ebbene, secondo il Cnr, che è responsabile in Italia per l'Espad (il progetto del Consiglio d'Europa analizza il mercato della droga di 39 Paesi), le stime del Dipartimento antidroga sono fortemente esagerate. In ogni caso, anche il Cnr conferma un generale calo del numero dei consumatori, anche se molto più contenuto. Merito quindi delle politiche del Governo? Non potendo esprimere per ora una valutazione approfondita sulla veridicità dei dati del Governo, ci limitiamo a fare qualche considerazione in ordine generale.
Se avesse ragione il Cnr, che da osservatori ignoranti reputiamo più affidabile di un organo politico interessato a validare le proprie politiche, la diminuzione sarebbe perfettamente in linea con un trend europeo e anche statunitense che vede un calo generalizzato dei consumi di cannabis e droghe per via endovenosa, ad esempio. Un trend a cui peraltro l'Italia si unisce con qualche ritardo. Sta di fatto che il Dipartimento antidroga appare convinto che il calo sia dovuto a suoi meriti, e comunque a un nuovo "clima culturale" -prendiamo come una battuta e niente più il "fattore Marrazzo", che il sottosegretario ha indicato come possibile causa della diminuzione.
Ma ammettiamo pure che la diminuzione del consumo in Italia sia tale da costituire l'eccezione europea. Sinceramente ci sfugge cosa abbia fatto questo Dipartimento antidroga di così diverso dagli anni passati da determinare un così drammatico e improvviso "successo" dopo una sequela di insuccessi. Giovanardi è alla guida delle politiche antidroga in Italia dal 2001, seppur con la breve pausa del Governo Prodi. La legge sugli stupefacenti che porta il suo nome (la cosiddetta Fini-Giovanardi) è in vigore dal 2005. Puo' davvero credere Giovanardi di aver avuto un ruolo in questa improvvisa inversione di tendenza? Ci auguriamo per il bene del Paese che non lo pensi neanche lui, nonostante le pubbliche dichiarazioni.
In ogni modo, gli strumenti vincenti sarebbero stati due per il sottosegretario: repressione e "informazione basata sull'evidenza scientifica".
Per quanto riguarda la repressione, non vi è dubbio che dal 2001 ad oggi essa sia aumentata. La legge del 2005 ha un impianto fortemente repressivo, ed oggi sappiamo che viene perseguito non solo chi vende (legalmente) semi di cannabis, ma vengono perquisite a tappeto le case di coloro che li acquistano (legalmente). Sono aumentate anche le irruzioni nelle classi scolastiche di cani antidroga (già al tempo del Governo Prodi), i controlli fuori dalle scuole, e le carceri sono sempre più colme di tossicodipendenti. Ma come spiegarsi che improvvisamente, dopo anni di assoluta inefficacia di queste misure repressive, si assista ad una così miracolosa inversione? E comunque, seppur iper-repressiva, la legge Fini-Giovanardi non è così drammaticamente differente dalle leggi previgenti: il proibizionismo e la repressione sono alla base delle politiche antidroga da quarant'anni.
Forse sono state le campagne di informazione? Non entriamo nel merito di queste "informazioni", che di scientifico hanno spesso solo l'etichetta. Anche qui non è spiegabile che dopo anni di indiscussi insuccessi, si assista ad un loro improvviso successo. Il Dpa elogia in particolar modo le proprie campagne sui giovani, che si incentrano più che altro sulla cannabis (e più di recente sulle cosiddette 'smart drugs'). Da qui slogan come "la cannabis distrugge il cervello", "basta uno spinello per morire", lezioni sulla salute mentale fatte da poliziotti invece che da medici, e così via. Come più volte abbiamo ripetuto, tesi così palesemente false e apocalittiche finiscono per dilapidare ogni briciolo di credibilità che le istituzioni godono fra i giovani. Questi ultimi, come chiunque abbia un minimo di vita sociale, sanno benissimo che la cannabis non ha mai ucciso nessuno, al contrario di tabacco e alcool. Infatti, diversi studi dimostrano come questi messaggi finiscano per incoraggiare al consumo più giovani di quanti ne scoraggiano. Che questi messaggi non funzionino appare evidente anche se consideriamo validi i dati della Relazione: fra i giovani il consumo di cannabis è calato al pari di qualsiasi altra sostanza e in qualsiasi altra fascia d'età. Se invece consideriamo i dati del Cnr, si vedrà che il calo del consumo di cannabis fra i giovani è diminuito molto meno che nelle altre fasce d'età -segno questo della dannosità delle campagne di informazione e repressione giovanile. Si tenga presente anche che l'Italia ha raggiunto, proprio sotto la direzione Giovanardi, l'apice della classifica europea per consumo di cannabis.
Nelle prossime settimane e mesi possiamo solo augurarci che arrivino smentite o conferme scientificamente informate dei dati contenuti nella Relazione. In ogni caso, ci pare di poter dire con sicurezza, che le politiche del Governo in materia di droga hanno ben poco a che fare con l'andamento annuale del consumo e del mercato delle droghe in Italia. La realtà è purtroppo che l'attuale approccio alle droghe ha privato i Governi italiani, europei e mondiali di qualsiasi reale controllo del fenomeno, controllato più che altro dalle organizzazioni criminali sempre più forti, globalizzate e influenti grazie al proibizionismo.
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