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Equilibri delicati... a proposito del canapaio svizzero Rappaz
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Articolo di Rosa a Marca
28 luglio 2010 16:29
 
Ancora a proposito del “canapaio” Bernard Rappaz e dei rapporti Individuo-Stato.

Il contesto
Negli anni '90 in Svizzera si respirava un clima abbastanza tollerante riguardo alle droghe cosiddette leggere. In assenza di una base legale chiara, in molti Cantoni era possibile coltivare e commerciare canapa indiana, e il consumo di cannabis non creava particolari problemi. A un certo punto il vento è cambiato, al punto che, quando il Governo nel 2004 ha tentato di riformare la normativa sugli stupefacenti ispirandosi a criteri di regolamentazione e depenalizzazione, il Parlamento ha affossato il progetto. E quattro anni dopo, un'iniziativa popolare che chiedeva di depenalizzare l'uso delle marjiuana e di regolamentarne il commercio, è stata bocciata dai cittadini.
E' negli anni “liberali” che Bernard Rappaz ha potuto avviare la sua attività di canapaio e promuovere l'uso della cannabis a fini terapeutici e ricreativi. Ma quando il clima politico e sociale è mutato, sono iniziati i suoi guai, che sono sfociati in una pesante condanna detentiva di cinque anni e otto mesi. Bernard Rappaz non si è arreso, vuole la revisione del processo e in carcere ha iniziato un lungo sciopero della fame. Le vicende dell'ultimo mese lo hanno visto prima in ospedale a Ginevra per le conseguenze della sua azione nonviolenta, poi trasferito in un altro ospedale a Berna dove avrebbero dovuto praticargli l'alimentazione forzata, infine agli arresti domiciliari in attesa che il Tribunale Federale decida, entro il 26 agosto, un'eventuale interruzione della pena.

Reazioni e opinioni
La decisione dell'autorità di sicurezza del Canton Vallese di trasferire Rappaz agli arresti domiciliari, e la sua interruzione dello sciopero della fame, hanno suscitato critiche forti. Si è parlato di discredito delle istituzioni fino alla richiesta di dimissioni della consigliera Waeber-Kalbermatten, il cui modo d'agire, secondo alcuni, avrebbe messo in ginocchio lo Stato.

Ruth Baumann-Hoelzle, teologa e membro della Commissione Etica Nazionale, ha fatto delle considerazioni di questo tenore:
- la volontà di Bernard Rappaz di proseguire con lo sciopero della fame fino alla morte doveva essere rispettata;
- il personale sanitario può intervenire con l'alimentazione forzata solo se c'è il consenso del paziente capace d'intendere e di volere;
- esiste la libertà di farsi del male, e il diritto all'autodeterminazione dovrebbe prevalere sull'obbligo d'assistenza da parte dello Stato, a meno che la persona costituisca un pericolo per gli altri oppure che non sia in grado d'intendere e di volere e non abbia lasciato delle disposizioni al riguardo;
- lo sciopero della fame è una forma di disobbedienza civile che non può però diventare un ricatto per indurre lo Stato a cedere alle proprie volontà.

Sono stati sentiti anche due direttori di penitenziari, Linard Arquint, che dirige un carcere dal 1996, e Hans Zoss, dal 1994. Entrambi parlano di “caso singolo”. Nessuno dei due ha avuto a che fare con uno sciopero della fame tanto lungo. “Generalmente chi lo fa smette dopo pochi giorni. Spesso basta una buona opera di persuasione”. Pensano che di fronte ad azioni avviate dai detenuti per ottenere un certo obiettivo occorra la linea dura: importante è che le autorità non si facciano ricattare. Tornando a Rappaz, per il direttore Zoss sarebbe un precedente pericoloso se il Gran Consiglio del Vallese gli concedesse la grazia. Riguardo all'alimentazione forzata dei detenuti in sciopero della fame, ci sono Cantoni, come quello di Berna, che l'hanno regolamentata, altri no; servirebbe una legge valida a livello nazionale.
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