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Libano. Hashish, colture di sopravvivenza nella Bekaa
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Articolo di Rosa a Marca
4 aprile 2005 15:21
 
Nelle zone montuose della Bekaa e di Hermel, nel nord-est del Libano, l'arrivo delle belle giornate segna l'inizio della stagione agricola. I contadini seminano grani che in estate si svilupperanno in piante di canapa, con cui potranno produrre il rosso libanese, un hashish molto apprezzato dagli intenditori. Ma quest'anno il raccolto fara' felice solo pochi occidentali. "Ormai, la produzione e' essenzialmente destinata al mercato interno", spiega Antoine Boustany, psichiatra e autore di Droghe di pace, droghe di guerra. E anche per i consumatori locali l'approvvigionamento e' diventato arduo.
Secondo Ali di Beirut, che commercia nella regione di Baalbek, "cinque anni fa, bastava servirsi, c'erano campi a vista d'occhio. Non solo era facile, ma non avevamo nessuna paura, era cosi' banale". Oggi, ogni spedizione dev'essere preparata con cura, e le confezioni (10 grammi per 5 Usd) accuratamente nascoste. "Possiamo beccarci tre mesi di carcere per il semplice consumo", commenta desolato.
Il Governo e i suoi tutori siriani, viste le pressioni internazionali, hanno lanciato operazioni antidroga a partire dal 1991. "All'inizio era folcloristico", commenta un fotografo che ha lavorato a lungo su questo. "Ho dei negativi' dove si vede bruciare una quota ridicola di marijuana e dei militari siriani li' accanto che si divertono". Ma Damasco, desideroso di accreditarsi come gendarme regionale, non si e' potuto permettere di giocare troppo a lungo col fuoco, e ha finito per condurre delle vere campagne di eradicazione di piante psicotrope. Nel luglio 2001, Beirut, a sua volta, annunciava l'adozione di un piano per porre fine alle colture proibite, accompagnato da un progetto di aiuti agli agricoltori. Quattro anni dopo "non esistono piu' campi di papavero nel nostro Paese", commenta Antoine Boustany. "In compenso, i contadini coltivano ancora la canapa, benche' in quantita' inferiore". Tra i principali beneficiari di questo mercato, ridotto ma sempre appetibile, figurano i servizi siriani. "I loro soldati controllano la regione e incassano una provvigione sulle vendite", spiega. "Non e' una provvigione piccola, penso che sia la parte del leone". Il mercato e' semplice: chiudono gli occhi e, se del caso, proteggono i contadini in cambio di una parte dei loro guadagni.
Anche le grandi famiglie della regione vi partecipano -produttori di marijuana di padre in figlio- cosi' come gli ex miliziani divenuti dei veri boss della droga. "Durante la guerra", rammenta Antoine Bousty, "tutti i combattenti, cristiani e musulmani, avevano le mani in pasta nell'affare. Esisteva tra loro una sorta di tacita intesa. Quando i convogli della droga attraversavano il Paese per raggiungere i porti d'imbarco, le armi tacevano". All'epoca, i proventi del traffico di stupefacenti arrivava a un miliardo di Usd l'anno. Essi consistevano nella fattura della vendita di piante coltivate dai contadini e di quella, ben piu' pesante, dei prodotti dei laboratori clandestini, specializzati nella trasformazione del papavero in eroina e nel trattamento della cocaina pura importata dall'America del Sud. Centri che, secondo gli specialisti, sarebbero ancora attivi. La prova e' che nella capitale un grammo di eroina costa dai 10 ai 20 Usd, una cifra irrisoria.
Dopo quindici anni di operazioni antidroga, e' chiaro che siano stati distrutti diversi ettari di papaveri e di canapa. La politica dell'eradicazione ha preso di mira in particolare i piccoli contadini della Bekaa. Da allora, essi continuano ad aspettare gli aiuti promessi e, poiche' non guadagnano abbastanza con le colture alternative suggerite dalle autorita', hanno ripreso la strada di prima. Aspettano un po' a seminare, ma poi, come i genitori e i nonni prima di loro, coltivano la canapa in famiglia.
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