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La libertà di stampa sotto la lente d'ingrandimento
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Articolo di Redazione
7 maggio 2012 19:11
 
La recente Giornata mondiale della libertà di stampa è stata l'occasione per guardare più da vicino al suo significato anche in Paesi, come la Svizzera, ben piazzati in graduatoria (sesto posto).

Il punto centrale riguarda la possibilità dei media di dare conto dell'operato delle istituzioni pubbliche. In Svizzera, prima che nel 2006 venisse introdotta la legge sulla trasparenza amministrativa, la segretezza era la norma. Poi il Parlamento ha rovesciato la situazione obbligando i dipendenti pubblici a giustificare il motivo per cui non possono rendere noto un certo documento o una delibera. Da allora, giornalisti e cittadini hanno la possibilità di chiedere informazioni a qualsiasi autorità federale, ma è una facoltà piuttosto teorica, giacché, come dice il presidente del Consiglio della stampa, Dominique von Burg, la tendenza a discutere di questioni delicate al riparo di orecchie indiscrete resiste, così come il motto "tutto è segreto, salvo ciò che rendiamo pubblico".
La via che porta alla trasparenza è dunque ancora lunga poiché non è facile sapere come fare a consultare gli atti, a maggior ragione se non si sa della loro esistenza. Secondo Michel Schweri, di Reporter Senza Frontiere, la legge sulla trasparenza non viene sempre applicata correttamente anche perché, essendo piuttosto nuova, i funzionari non sanno bene come destreggiarsi. E' la stessa impressione espressa dall'Ufficio per la protezione dei dati personali e della trasparenza, che ha funzione di mediatore quando una richiesta d'informazione viena respinta dall'autorità pubblica. Le domande sono raddoppiate nel 2011, e le richieste di mediazione sono salite a 60. Molti casi contestati attengono al rifiuto di rivelare potenziali conflitti d'interesse, alla censura di documenti in materia di sicurezza nucleare, all'alto costo preteso dai servizi per fornire copia dei dati richiesti.

Troppe informazioni
Ma i giornalisti si scontrano sempre di più con un altro ostacolo alla trasparenza -e che ha del paradossale-, ossia la mole di notizie riversate ogni giorno sia dal settore pubblico sia da quello privato. Il tentativo è quello di diffondere informazioni a getto continuo per avere una buona copertura mediatica, e nello stesso tempo evitare che i giornalisti s'informino in proprio. Questa tendenza si constata un po' ovunque, non solo in Svizzera. Urs Thalmann, direttore dell'Associazione dei giornalisti Impressum, sostiene che si tende a confondere le relazioni pubbliche con la trasparenza e che ci sono sempre meno giornalisti e sempre più specialisti della comunicazione; quest'ultimi hanno obiettivi diversi, e i giornalisti spesso non hanno tempo e modo di verificare le informazioni confezionate con cura dai primi. Anche Olivier Voirol, sociologo presso le Università di Losanna e Francoforte, spiega quanto sia difficile fare una sintesi, individuare gli aspetti essenziali, proporre questioni vere quando si ha a che fare con una massa sterminata di informazioni. Il giornalista non indaga più, ma è sommerso dalle notizie e non sa dove cercare le fonti. Insomma, c'è il rischio che sia lo strumento di chi controlla i canali informativi. La soluzione? Restituire al giornalista il tempo per fare ricerche e indagini per proprio conto. Purtroppo manca il sostegno finanziario per questo tipo di giornalismo. Se i grandi gruppi del settore hanno come scopo principale il profitto e non la qualità dell'informazione, l'unico rimedio sarebbe una maggiore concorrenza.
Il giornalismo di qualità ha comunque bisogno di mezzi finanziari adeguati, di tutela del diritto d'autore, di un maggiore riconoscimento da parte delle istituzioni pubbliche.

(adattamento di un articolo apparso su swissinfo.ch del 01-05-2012. a cura di Rosa a Marca)
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