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A mente fredda: Schwazer, il doping e una soluzione alternativa
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Articolo di Alessandro Gallucci
17 agosto 2012 13:41
 
Sono passati circa dieci giorni dall’annuncio della positività all’Epo di Alex Schwazer: un tempo sufficientemente lungo, per una notizia del genere, per poter sviluppare alcune riflessioni su un caso che, come si suol dire in gergo, ha scosso l’opinione pubblica. A molti non è andata giù la storia del campione che bara: il ragazzo dalla faccia pulita che pur di vincere (e non deludere nessuno, come dice lui) era disposto a tutto. Schwazer nelle primissime ore e nei giorni successivi non è stato linciato: è stato letteralmente lapidato dagli scagliapietrisiti pronti a sacrificare sull’altare della giustizia – inflessibile e spietata che sempre invocano per gli altri – un atleta scorretto. E’ bastata poi una conferenza stampa condita dalle lacrime amare (o di coccodrillo?) del podista, per far uscire allo scoperto i buonisti pronti a perdonare sempre tutto a tutti a quanto pare non tanto per bontà quanto piuttosto per un vile pietismo generalizzato, utile solo a creare confusione al pari del giustizialismo affamato di chi sacrificherebbe tutti senza troppi complimenti. Provate a pensarci: non sono state queste le posizioni assunte sul caso Schwazer dall’opinione pubblica dei giorni passati? Certamente in mezzo ci sono state tante sfumature, più o meno moderate; almeno per questa volta la confessione dell’atleta c’ha risparmiato l’ascolto della teoria dei complottisti.
Al di là del personaggio, del contesto e quindi dell’emotività suscitata dal caso, la vicenda lascia una questione irrisolta, che resta tale ogni qual volta i test antidoping svelano che Tizio o Caio hanno barato: come risolvere questo problema? Via giù fiumi d’inchiostro sull’educazione allo sport, alla salute, ecc. ecc. Concetti e principi buoni ogni qual volta bisogna far vedere che non si può tollerare l’errore di nessuno, perché la credibilità dello sport passa dalla “pulizia” degli atleti. Tante belle parole, ipocrite almeno quanto le dichiarazioni di chi si dice convinto che il famigerato “spirito olimpico” non è compatibile con l’idea di chi vuol vincere barando. “L'importante non è vincere ma partecipare”, diceva de Coubertin. L’idea romantica (e forse utopica) dello sport come confronto positivo con gli altri è roba da museo, o meglio da racconti fantasy tipo la Bibbia. Lo sport necessita di vincitori e l’importante è arrivare primi. Cercare di primeggiare in una competizione sta nella natura umana. Bando alle ipocrisie: ogni atleta vuole vincere, ogni allenatore ne auspica il trionfo, ogni tifoso pretende soddisfazione. La sconfitta, anche la più nobile, è accettata ben poche volte. Il fascino del perdente dura poco: per essere amati si deve arrivare primi. La soddisfazione della vittoria sta, poi, anche nell’appagamento economico. E’ vero o no che il Coni ha riconosciuto ai vincitori italiani di medaglie d’oro 140 mila euro a testa? Per la vittoria, allora, si può fare tutto. Non bisogna essere puliti: basta apparirlo. Elusione è la parola centrale. Il controllo antidoping negativo non significa automaticamente che l’atleta non abbia assunto sostanze vietate ma solamente che queste non sono state rilevate. E come ogni lotta tra il lecito e l’illecito, quest’ultimo è sempre un passo più avanti. Perché può usare mezzi che il lecito ha deciso di non usare. Ed allora? Ci si può davvero accontentare di credere che le cose stiano così, che in fondo questa è un’altra rappresentazione “dell’eterna lotta tra bene e male”? Basta puntare sull’educazione e sui controlli sempre più ficcanti per essere con la coscienza a posto e poter dire che da quanto risulta, il risultato sportivo non è stato alterato? Davvero può essere sufficiente ciò per affermare che il vincitore, ossia la persona più importante per risultato raggiunto, è anche il più corretto? Formalmente sì. Ma non sempre può bastare la forma: anzi la forma diventa ipocrisia davanti ad una realtà totalmente diversa. Se non ce ne si accorge, la credibilità, in questo caso per lo sport, è destinata a diminuire fino a scomparire.
Che cosa fare, allora? Come invertire la rotta? Probabilmente il modo migliore sarebbe quello di un cambio radicale di rotta che prima d’ogni cosa dovrebbe passare da una diversa impostazione della lotta ad un fenomeno nocivo per la salute umana: la persona è l’unico baluardo della propria salute. E quindi, perché non rendere lecito l’uso di sostanze (oggi definite) dopanti, puntando in modo deciso ed incisivo sull’educazione dell’atleta e dell’uomo a scelta consapevoli e davvero utili per sé? Lo riteniamo possibile per le droghe, ed in tanti (in tutto il mondo) se ne convincono sempre di più: perché questo ragionamento non dovrebbe valere anche per gli atleti? Si dice che la specificità dello sport sta nell’alterazione del risultato; insomma, il ragionamento è pressappoco questo: se tutti fossero liberi di doparsi, tutti lo farebbero perché sarebbe l’unico modo per vincere ed anche se così non fosse gli “onesti” sarebbero penalizzati. Un ragionamento non sbagliato ma incompleto: che cosa cambierebbe rispetto ad oggi? Nulla, se non la scelta di lasciare al singolo la responsabilità della sua condotta che prima d’ogni cosa è dannosa verso se stesso. E’ un cambio troppo radicale, questo, in un contesto d’ipocrita lotta al truffatore e di sempre più intensa ricerca di un raffinato raggiro?
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