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Perché le ragazze sono meno competitive
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Articolo di Redazione
14 febbraio 2012 18:31
 
In Austria le donne guadagnano nettamente meno degli uomini, e trovarne una ai vertici di un'istituzione è ancora una rarità. Questa disparità di trattamento nella vita professionale fa sempre discutere, oltre a essere oggetto di studio.
Uno dei motivi per cui una donna resta indietro nella professione è che è meno portata a competere, come è stato dimostrato ancora di recente. Matthias Sutter, economista sperimentale all'Università di Innsbruck, lo ha verificato in un'esperienza condotta con 360 adulti (Science 335, pag.579) e si è convinto che gli incentivi per accrescere le opportunità delle donne -vedi le quote rosa- funzionano.

Ma da dove viene la differenza tra i due generi? Esiste fin dalla nascita o si sviluppa nel tempo? "In un progetto con 1500 bambini abbiamo mostrato che a 4 anni comincia a manifestarsi una maggiore competitività dei maschi rispetto alle femmine", chiarisce Sutter. E da lì in poi il divario rimane pressoché stabile.
In quel progetto molte prove concernevano l'aritmetica (per i più grandi) e la corsa (per i più piccoli). Ma anche nei compiti di abilità motoria, dove in genere le ragazze sono più brave e più veloci, la distanza rimaneva. In un caso si trattava di selezionare oggetti di legno contenuti in un cesto, per esempio tutte stelline o tutti alberelli. "Appena proponevamo il test in forma competitiva, le ragazze partecipavano meno volentieri": il 20% in meno di adesione alla sfida.

Da soli oppure l'uno contro l'altro.
Questo risultato non ci dice ancora nulla dei motivi. Ma in un altro studio, che è in corso da due anni tra 600 adolescenti tirolesi, i ricercatori sono riusciti a filtrare alcuni fattori. Ecco i due quesiti centrali: Quanto incide l'età nella propensione a competere? Si possono elaborare strumenti per ridurre il divario maschio-femmina? L'indagine era parte del programma Sparkling Science (scienza scintillante), con cui si cerca d'interessare i giovani alla scienza e alla ricerca mediante la collaborazione attiva.
Gli studenti di quinta, ottava e undicesima classe dovevano risolvere in un dato tempo alcuni problemi aritmetici, ricevendo soldi in cambio di soluzioni esatte. Potevano scegliere tra risolverli da soli o concorrendo con altri. Per ogni addizione risolta da soli c'erano 40 centesimi in palio; se lavoravano in gruppi di sei, ai primi due spettavano 1.20 euro. "E' evidente che il secondo caso comporta dei rischi ed è una versione che si dovrebbe scegliere solo se si è davvero bravi", dice Sutter. "E' ciò che facevano i più dotati per il calcolo. Ma i maschietti sceglievano di competere, non importa la bravura, in misura doppia rispetto alle ragazzine".
Due le ragioni della diversità individuate dai ricercatori:
-i maschietti tendono a sopravvalutarsi; se si chiede di valutare il gruppo d'appartenenza -primo, secondo o terzo- le ragazze si situano in maniera conforme ai risultati che ottengono, mentre i ragazzi si considerano il 15%-20% migliori delle prestazioni reali.
-i maschi amano rischiare; "persino le giovani donne sono più restie, meno attratte da situazioni competitive che possono concludersi senza benefici".
Eppure, queste due motivazioni spiegano solo a metà la ragione per cui i ragazzi scelgono la competizione più spesso delle ragazze. "L'aspetto non chiarito lo definiamo "variabile di genere", spiega Sutter. "Non sappiamo esattamente a cosa sia dovuto. Ci potrebbero essere dei fattori genetici -ma finora nessuno ha scoperto il gene della competizione; oppure un peso può averlo la socializzazione nella prima infanzia e l'impronta del ruolo femminile nella società, non esattamente in chiave competitiva".

Le quote rosa
Per Sutter è probabile che sia un misto dei due fattori -indizi che per altro trovano conferma tra i ricercatori in tutto il mondo. La biologia può avere un ruolo, giacché il comportamento competitivo delle donne adulte dipende dal ciclo ormonale. Così come esiste l'influenza delle peculiarità sociali: è risaputo che le donne sono più fiduciose in società paritarie che non in quelle differenziate per genere.
Il bello del progetto è stato che gli adolescenti coinvolti dovevano pensare a come indurre le ragazze a competere. E come "nella vita vera" sono stati prospettati due interventi: il sistema delle quote, in modo che la ragazza migliore sarebbe divenuta automaticamente uno dei due vincitori del gruppo di sei, e il "trattamento di favore", ossia le ragazze disponevano di una soluzione esatta già in partenza, sicché, in caso di parità, vinceva la ragazza.
Sutter sostiene che i due sistemi hanno spinto le ragazze a mettersi in gioco. "Il risultato più importante è che, con gli incentivi, sono state soprattutto le più brave a concorrere. Ciò vuol dire che non sono state premiate le peggiori, ma che le più dotate hanno trovato il coraggio di partecipare".
Allo stesso risultato è giunto lo studio sugli adulti, appena pubblicato. "Sono sempre stato scettico nei confronti delle quote rosa e degli altri sistemi di incentivi pro donna in campo professionale", confessa Sutter. "Ma da quando faccio ricerca in questo settore, m'accorgo che sono misure utili".
Nell'esperimento è stato facile valutare quanto "il vantaggio" abbia aiutato le donne migliori a buttarsi nella mischia, però nella vita reale è meno semplice da dimostrare. 

(articolo di Veronika Schmidt per Die Presse dell'11-02-2012. Traduzione di Rosa a Marca)
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