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Svizzera. "Non tutti possono essere abilitati all'assistenza al suicidio"
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Articolo di Neue Zuercher Zeirung
20 novembre 2007 0:00
 
Le domande di suicidio assistito non rientrano nella quotidianita' del primario Georg Bosshard. Anche se a prima vista parrebbe di si', considerato il suo ruolo di consulente d'etica clinica presso l'ospedale universitario di Zurigo. Per quasi la meta' dei casi in cui e' richiesto il suo parere, si tratta di decisioni relative al fine vita di un paziente; ad esempio, decidere se e come proseguire con una determinata terapia -una volta ogni due settimane e' direttamente coinvolto in questo tipo di problematica, dice. Ma nella maggior parte delle decisioni -in alcune ambiti specialistici i medici le devono prendere quasi ogni giorno- non serve una specifica perizia etica. Ed e' soltanto una volta ogni due mesi che si puo' presentare una domanda d'aiuto al suicidio. "Il problema dell'assistenza al suicidio e' praticamente irrilevante nella realta' ospedaliera", sostiene. Spesso si sente dire che ammettere l'assistenza al suicidio induce le persone vecchie e malate a decidere in quel modo, magari per non essere piu' di peso alla famiglia. Ma Bosshard non riscontra un simile atteggiamento in ospedale. "La maggioranza dei pazienti e' formata da persone consapevoli, che hanno imparato a battersi per i propri diritti". Se pero' il tema dell'accompagnamento al suicidio tornasse d'attualita', la struttura universitaria s'ancorerebbe alla normativa vigente: l'assistenza al suicidio e' vietata nei locali dell'ospedale; se un paziente sceglie quella soluzione non e' moralmente condannabile. Per il momento, la discussione sull'accompagnamento al suicidio si svolge fuori dalla realta' ospedaliera. E' intrisa di un singolare mix, fatto di "morire in un parcheggio", "turismo della morte", plasmato direttamente sull'associazione Dignitas -sostiene Bosshard, che ha difficolta' a capire perche', almeno in via transitoria, non la si autorizzi a operare in un quartiere industriale se non residenziale. Tra l'altro, Bosshard ha conseguito la sua specializzazione svolgendo ricerche sull'attivita' dell'altra importante associazione d'accompagnamento al suicidio, Exit. Difficile dire dove porti l'umore di questo periodo, dice. Rimarra' la Svizzera fedele alla sua tradizionale posizione liberale verso l'accompagnamento al suicidio o s'interverra' in senso restrittivo? Secondo i sondaggi, la maggioranza degli svizzeri accetta l'aiuto al suicidio. E solo pochi rifiutano l'idea che, in via di principio, la persona debba poter decidere come essere trattata in caso di malattia irreversibile. Tuttavia, il pendolo potrebbe oscillare anche dall'altra parte. Negli Stati Uniti, ad esempio, negli anni scorsi sono stati piu' numerosi gli Stati federali che hanno proibito l'accompagnamento al suicidio di quelli che l'hanno autorizzato, afferma Bosshard. Il medico Jack Kevorkian ha esercitato a lungo l'assistenza al suicidio in Usa, ma un paio d'anni fa e' stato condannato per omicidio. Anche in Svizzera si osservano nuove oscillazioni. "Pochi anni fa, molti giornalisti interrogavano perche' mai la Giustizia dovesse impedire l'attivita' di Dignitas, tesa unicamente ad aiutare persone gravemente sofferenti", ricorda Bosshard. "Oggi, molti chiedono che si limiti il raggio d'azione di Dignitas". Politici e autorita' di polizia chiedono una legge federale. Il Governo fino a oggi ha respinto la richiesta. Dal canto suo, Dignitas non vede perche' dovrebbe sottostare a ulteriori leggi, mentre Exit non e' pregiudizialmente contraria, purche' non si tocchi il diritto all'autodeterminanzione dell'aspirante suicida.
Bosshard vedrebbe di buon occhio una legge nazionale che preveda, per le organizzazioni d'assistenza al suicidio, l'obbligo di registrazione, l'autorizzazione e il controllo. La sua idea e' che la concessione debba dipendere anche dalla scelta dell'operatore preposto ad assistere colui che si toglie la vita. "Non tutti possono diventare assistenti al suicidio", sostiene. Occorrono competenza psicologica, una preparazione accurata da parte di un consulente esperto e una supervisione esterna. Exit segue gia' queste direttive. Inoltre, l'autorizzazione dovrebbe essere subordinata alla possibilita' d'agire contro le organizzazioni, i cui collaboratori rifiutino di deporre se interrogati dalla polizia. Il paragone che Bosshard fa e' quallo di una guida alpina che rifiutasse di testimoniare in caso d'incidente. Il rifiuto a deporre non e' di per se' illegale, ma fa nascere dubbi sull'idoneita' di quella persona a ruolo di guida alpina. Infine, le organizzazioni non dovrebbero essere un "one-man-show"; le decisioni difficili devono basarsi possibilmente su un piu' largo consenso. Per Bosshard, una commissione che verifichi la conduzione aziendale e un comitato etico sarebbero organi adeguati. Exit li ha, a differenza di Dignitas. A chi gli obietta che una regolamentazione non appare necessaria, Bosshard risponde: una societa' che ammette il suicidio assistito deve anche prendersi la reponsabilita' d'impedire gli abusi.

Tratto da Neue Zuercher Zeirung del 19-11-2007 (trad. di Rosa a Marca)
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