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Comunicato
22 ottobre 2007 0:00
Firenze, 22 ottobre 2007. Una donna di Cremona e' stata condannata a un anno di galera (cancellato per l'indulto) per essersi procurata un aborto con l'ingestione di alcune pillole di un medicinale contro l'ulcera. La condanna e' scattata perche' l'aborto avvenne fuori del periodo consentito, che e' di 90 giorni, mentre questo aborto e' avvenuto tra 91 e 98 giorni.
Una conferma, a nostro avviso, della inadeguatezza della nostra legge, non in grado di prevenire e informare nei giusti termini. Perche' se una donna arriva al punto di procurarsi l'aborto da se', in modo pericoloso perche' non coi mezzi scientificamente adeguati, vuol dire che l'informazione non circola: bastava che avesse abortito una settimana prima per essere dentro la legge e non ingerire presunte pillole per l'aborto fai-da-te. E il paradosso ancor piu' tragico e' che questa donna, da vittima della non-informazione si e' ritrovata addosso una condanna penale per essersi messa da sola in pericolo. Certo, la legge dice che non si puo' abortire oltre i 90 giorni, ma se comprendiamo la condanna per chi procura l'aborto su una persona terza, ci rimane il forte dubbio sulla condanna per chi ha subito l'aborto, anche se procurato da se medesima: a chi avrebbe fatto male questa donna se non a se stessa?
Una situazione particolare, questa, che crediamo debba essere presa in considerazione per rivedere l'attuale normativa sull'interruzione della gravidanza, che fa acqua da diverse parti, in primis l'obbligo di ricetta, il non uso delle strutture private e il limite dei 90 giorni.
Vincenzo Donvito, presidente Aduc
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