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Comunicato
4 agosto 2007 0:00
Firenze, 4 agosto 2007. "Vaffanculo" non e' un'offesa, "mi fai schifo" e' reato, offendere la Madonna non e' reato in quanto non una divinita'. Sono queste alcune delle decisioni che sono uscite dai palazzi di giustizia in questi ultimi giorni. E' ovvio che, nonostante le raffinatissime argomentazioni semantico-grammaticali dei giudici, qualcosa non funziona, esponendo ulteriormente la giustizia al ridicolo.
Da queste sentenze viene confermata la totale incertezza del diritto in materia di liberta' di espressione, di fronte alla quale il cittadino e' costretto ad indovinare se cio' che dice e' o meno un crimine.
Ma la causa di questa situazione non e' certo la mancanza di coerenza da parte dei magistrati; e' piuttosto delle leggi che essi sono chiamati ad applicare. In questo caso si tratta di norme scritte oltre 70 anni fa in pieno regime fascista (il cosiddetto Codice Rocco), non sorprendentemente permeato dalla nozione di reato d'opinione. I reati di ingiuria, di oltraggio alle istituzione o alla religione di Stato provengono proprio da li', ed oggi producono quei mostri giuridici di cui quasi ogni giorno ci danno notizia i giornali con inevitabile sarcasmo.
Noi riteniamo che il concetto di reato d'opinione appartenga ad un passato illiberale, in cui la liberta' di espressione era sacrificata per salvaguardare innanzitutto un regime repressivo. In una democrazia liberale tale reato non dovrebbe esistere. E' sufficiente il Codice Civile che permette alla "vittima" di ottenere un risarcimento del danno qualora lo stesso sia effettivamente dimostrabile. In quel caso, il giudice civile non sara' costretto a giudicare se una opinione e' o meno lecita, ma se questa ha effettivamente provocato un danno al ricorrente.
Nelle prossime settimane lavoreremo ad una proposta di legge per l'abrogazione dei reati d'opinione. Ci auguriamo che nel frattempo il Legislatore faccia altrettanto, per evitare che i cittadini si allontanino sempre di piu' da un sistema giustizia evidentemente in difficolta'.
Pietro Yates Moretti, consigliere Aduc
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