minotauro5801
30 maggio 2013 17:49
Mi scompiscio dalle risate.
rastapasta
31 maggio 2013 11:30
Obama vorrebbe chiarimenti sulla procedura...il ragazzo tossico viene legato e pestato a sangue all'inizio della terapia o solamente nelle fasi successive?
marco25g
31 maggio 2013 14:25
Sì, forse per la gente come lei e per quelle t**** viziate di Beverly Hills, la Hilton, le strapiene di soldi, come la Trump, le divette strafatte di psicofarmaci e di cocaina.
Queste persone non le vedo per strade a farsi di crack, come non vedo neppure la gente delle gang nei loro rehab da oltre 1,000 $ al giorno, siete tutti soltanto degli inutili snob di m****, dei parassiti corrotti che profittano campando alle spalle dei cittadini più deboli ed anche il vostro concetto di droga e riabilitazione è soltanto snobistico, pietistico e parassitario...
danytana
31 maggio 2013 17:08
sarebbe un grande regalo se se la prendessero....
insieme a giova e serpe.......andate là a propagandare.......ma attenzione.....vicino c'è il messico......li non scherzano.....
fabrizio7338
01 giugno 2013 00:25
Addio diritti umani . Un vero e proprio lager dove sfruttare la manodopera non retribuita dei poveri tossicodipendenti o non come i consumatori di cannabis . Delle prigioni a cielo aperto miste a lavori forzati farcito da un ultraviolenza clerofascista , vergogna !!!!!!!!!
morrisco
01 giugno 2013 09:43
mi ricordo di un assassino che portò il corpo di un giovane ucciso a s .patrignano giù giù fino in sicilia,mi par di ricordare che l'artefice era colluso con la sig.moratti,molto colluso,ora per fortuna è un pò morto,tal vincenzo.ma la fabbrica continua....Sanpa = VERGOGNA !
ennio4531
01 giugno 2013 12:41
... Dopo aver letto gli allucinanti commenti di questi quattro sfigati... come non si può dare ragione a chi intende proibire l'uso del pattume ludico ...
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:32
SAN PATRIGNANO Per uccidersi hanno aspettato che ci fossero tutti. I politici, gli esperti, i volontari, i genitori dei loro amici tossici, i giornalisti. Tutti raccolti lì, nel teatro di San Patrignano a discutere in un convegno di luci e ombre del progetto governativo per sconfiggere la droga. Il loro grido di dolore, Gabriele e Natalia, l' hanno voluto così, plateale. Si sono buttati da una finestra finendo in fondo alla scarpata una vita passata per troppi anni in compagnia dell' eroina. Non si sono uccisi insieme. Lui, Gabriele Di Paola, 22 anni si è lanciato nel vuoto domenica mattina, dopo essersi fatto la doccia e prima di andare a messa, sotto gli occhi atterriti dei suoi due compagni di stanza. Lei, Natalia Berla, milanese di 32 anni, ha ripetuto un gesto a cui nessuno sa dare un perché ieri mattina, poco prima delle 8, dopo aver fumato una sigaretta insieme a due amiche. San Patrignano è sotto choc. Qui non era mai morto nessuno. Ora c' è il terrore che s' inneschi una terribile catena di emulazione e per questo nei prossimi giorni dovrò stare ancora più vicino ai miei ragazzi, dice Vincenzo Muccioli, il fondatore di questa comunità adagiata tra le colline di Rimini, l' uomo che i genitori dei tossicodipendenti adorano come un santone e che i ragazzi rincorrono con lo sguardo alla ricerca di un sorriso che per loro conta più di mille parole. Non sarà mai più come prima qui a San Patrignano, ripete scuotendo il capo un ragazzo che non vuol dire il nome. Indica con lo sguardo il vetro infranto d' una finestra. E' l' ultima là in alto, quella dalla quale Natalia, qualche ora prima, ha deciso di farla finita con la vita. Si era svegliata presto e aveva fumato una sigaretta con un paio di amiche. Poi, all' improvviso, si è gettata dalla finestra del corridoio delle camerate, finendo a pochi metri dall' ingresso della sala dove un' ora dopo sarebbe cominciato il convegno cui Muccioli teneva tanto. Per il fondatore di San Patrignano quell' appuntamento rappresentava una rivincita: finiti i tempi in cui era lui ad andare in giro per l' Italia a cercare di convincere il mondo delle sue tesi, ora erano i politici a salire sulla sua collina a chiedere consigli, conforto, magari anche a cercare voti. Ma a rompere l' incantesimo sono venuti questi due suicidi. Uno dopo l' altro, come se quello di Gabriele e di Natalia fosse stato un gesto di ribellione. Un modo per dire: Dovete sapere che non è vero che qui tutto va bene. Non è vero che qui riescono a far uscire tutti dalla droga. C' è anche chi non ce la fa, chi non ne vuol sapere di disintossicarsi. E per dirlo, quei due ragazzi, forse non hanno trovato altro modo che sacrificare la propria vita. Gabriele Di Paola era a San Patrignano solo da qualche settimana. L' ho conosciuto a Palermo racconta Muccioli e mi ha scongiurato di portarlo in comunità. Aveva alle spalle una storia drammatica. Nella primavera del 1986, quand' era militare a Roma, aveva visto morire sotto i propri occhi il fratello Sandro, sindacalista della Cisl, annegato nel Tevere a Ponte Sisto. Dopo il congedo Gabriele era tornato a Palermo, dove era cominciata la sua avventura con l' eroina. La morte del fratello era diventata un' ossessione. Gabriele raccontano a San Patrignano teneva tutti i ritagli dei giornali con le notizie della morte del fratello. Era anche molto religioso, andava spesso a messa e dedicava le sue preghiere a Sandro. Domenica mattina era tranquillo, s' era addirittura spalmato la crema abbronzante. Poi è saltato giù, durante il volo è riuscito a gridare No, ha cercato di aggrapparsi a dei fili della biancheria, ma non c' è stato nulla da fare. Ieri i suoi genitori sono venuti da Palermo a riprendersi questo secondo figlio sfortunato. Li ha ospitati il parroco di Coriano. Non hanno più lacrime da versare, ha detto. Natalia invece era nata in Svizzera, ma abitava a Milano. Era in comunità dal 1987 e dava lezioni di inglese agli altri ragazzi. Amava lo sport e le piaceva andare a cavallo. Ieri mattina si era alzata presto per andare a preparare la colazione anche per le sue compagne. Poi, improvvisa, è venuta l' attrazione per quella finestra e la decisione di gettarsi di sotto. Perché? Nessuno lo sa, o nessuno vuol dirlo. San Patrignano s' è chiusa a riccio intorno ai suoi morti. Oggi è uno dei giorni più brutti per la comunità, mormora Muccioli, mentre tra i ragazzi corre la voce di un altro tentativo di suicidio fermato appena in tempo. Ecco allora spuntare l' incubo che quanto è accaduto in questi giorni inneschi una terribile spirale capace di rompere i delicatissimi equilibri di una comunità che è ormai un mito per gran parte di coloro che in Italia hanno a che fare con la tossicodipendenza. Un mito che due suicidi non possono certo appannare. Ma il gesto disperato di quei due ragazzi forse significa che San Patrignano non è più la piccola comunità dove Vincenzo Muccioli tutto vede e tutto controlla. Su quelle colline c' è ormai una piccola città che insieme ai laboratori, alle officine, al caseificio, alle stalle, comincia a vivere le contraddizioni proprie di una città. Anche quelle di chi decide che non ci sta.
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:36
mi chiamo Giuseppe Maranzano e sono il figlio di Roberto. Mio padre è stato "ospite" di San Patrignano fino al 1989...anno in cui morì. Mio padre non morì per cause naturali ma a causa delle percosse ricevute all'interno della comunità. Una punizione per futili motivi come sempre capitava. Questo "giustificava" l'esistenza di reparti punitivi a San Patrignano. Vincenzo Muccioli fu condannato per favoreggiamento nell'omicidio di mio padre e successivamente avrebbe dovuto affrontare un nuovo processo con accuse ben più gravi. Muccioli disse che aveva taciuto per il bene della comunità. Guarda caso se la cosa fosse saltata subito fuori sarebbero stati casini per lui dato che aspettava la chiusura del processo cosiddetto "Delle catene" proprio in quei giorni. Le scrivo perchè sono stufo di dover ascoltare sempre parole sante su Vincenzo Muccioli e il suo operato. Non mi piace vedere a lui intitolate piazze e vie e monumenti. Non mi piace che ci sia un francobollo con la sua faccia stampata. Non è la rabbia che porta a ribellarmi...io non odio nessuno. Da cittadino e ovviamente persona coinvolta direttamente, non mi va che una persona condannata per favoreggiamento in omicidio venga osannato dai media, giornali e persone famose e potenti, facendo finta di niente. Ho scritto una lettera aperta a Baudo dopo la puntata di "Novecento" su Raitre che le allego. Da Baudo e la Rai nessuna risposta. San Patrignano, interpellata da un paio di giornali locali, risponde così: solo un silenzio per rispettare la dignità di una persona colpita da un fatto così drammatico. E infatti è il silenzio quello che vogliono. Io no. Io non voglio distruggere nessuno e nessuna cosa, voglio soltanto che venga restituita la dignità a mio padre e agli altri ragazzi che da quella collina non ne sono usciti vivi. Sinceramente." Giuseppe Maranzano.
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Commenti
Inserito da Anonimo il Mer, 10/11/2010 - 16:35
A proposito di S.Patrignano
Ciao,
Io a S.Patrignano ci sono stata ed è anche per questo che preferisco rimanere anonima.
Da anni e anni oramai sto bene, ma non certo grazie al loro aiuto.
Rimasi là quasi un anno e fu un incubo. Lavoravamo e basta, nessun tipo di assistenza psicologica o faramcologica se non per i terminali di aids o i malati di hiv -comunque solo retrovir e affini- i momenti peggiori erano quando venivano le "comitive" da fuori, visitatori di associazioni e cose simili a cui dovevamo mostrarci sorridenti e redenti e loro così "he bravi ragazzi, che bravi i Muccioli che li hanno portati sulla retta via, guarda come lavorano", stavi lì 3 anni senza mai uscire, senza un contatto coi gentiori amici con l'altro sesso, se non per lettera, dopo una prova di ritorno a casa per pochi giorni che per molti era e penso sia ancora solo lo specchio di una maggiore alienazione a cui la segrgazione forzata portava per forza.
Bisognava anche fare regali alla Moratti, che veniva col consorte ogni domenica, o alla moglie di Vincenzo, verso queste figure c'era una reverenza che loro, paternalisti e moralizzatori vergognosi, si tenevano ben stretta.
Lavoravamo 8 se non più ore al giorno, in cambio di 5 sigarette e del pasto cucinato da noi stessi ragazzi. Ne avrei altre da raccontare, ma non volgi essere troppo prolissa e ci terrei molto che queste righe venissero lette.
Sono uscita un paio di anni dopo dal problema dell'eroina grazie a una terapia cognitivo comportamentale e soprattutto grazie alla mia forza di volontà perchè avevo perso tutto. Ma ne sono uscita quando mi sono sentita capita, ascoltata, valorizzata e rispettata come individuo,non certo come mi facevano sentire a "Sanpa", cioè una colpevole che doveva redimersi, un figliol prodigo, una reietta che doveva pagare abbassando la testa e integrandosi in un loro falso modello di società, alienante e irreale.
Non ho nessuna colpa e vado a testa alta, non ho mai chiesto scusa se non forse a me stessa e sono e sarò sempre per la libertà e il rispetto, contro ogni repressione.
Ancora oggi, dopo più di dieci anni, se ripenso al tempo buttato via in quel posto e alle umiliazioni mi viene da piangere.
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:38
Siamo nel ‘79 quando ai carabinieri arriva un ritaglio di giornale con su scritto: « Sono prigioniero di queste persone. Telefonate alla polizia o ai carabinieri. Ho già avuto 7 collassi e sto malissimo » . Il ventisettenne Paolo Morosini, sottoposto a cura intensiva di disintossicazione, era stato imprigionato da quattro giorni. La vicenda non ha comunque un seguito perché Muccioli si discolperà affermando « i drogati sono gente capace di intendere ma non di volere » .
Non va a finire allo stesso modo, invece, in un'altra occasione: il 28 ottobre 1980 una ragazza di ventitré anni, Maria Rosa Cesarini, si presenta alla squadra mobile di Forlì raccontando di essere fuggita da S. Patrignano dopo essere stata rinchiusa per sedici (!) giorni in una piccionaia . Quando i poliziotti irrompono nella comunità, trovano Luciano Rubini e Leonardo Biagiotti incatenati in due locali usati come canile, Marco Marcello Costi incatenato alla porta in ferro di un locale di tre metri per uno e Massimo Sola incatenato ad un manufatto adibito a colombaia. Tutte queste persone deporranno qualche giorno dopo; tutte tranne una, Leonardo Biagiotti, trovato morto sulla linea ferroviaria a Castelfranco Emilia, diretto a Milano, caduto dal treno. Vincenzone viene arrestato con alcuni suoi collaboratori e imprigionato per un mese; il processo verrà tenuto quattro anni più tardi e finirà con una condanna a venti mesi per Muccioli in primo grado e assoluzione in appello. Ma veniamo alle testimonianze di tutti quelli che hanno deposto all'altro, ben più grave e recente processo che ha investito Muccioli: quello per l'omicidio di Maranzano, ammazzato nel reparto manutenzione . A rispondere é Claudio Ghira, ex-medico di S. Patrignano: -Cosa succedeva alla manutenzione?-
« Pestaggi e cure successive. Ricordo una testa spaccata e ricucita con una ventina di punti. E una milza esplosa a pugni » -Ci sono stati altri morti oltre a Maranzano?- « No, in quel modo no. » -In altri modi?- « Molti dei suicidi della comunità sono quantomeno sospetti... » -Si poteva entrare al reparto manutenzione?- « No. Ci sono due medici presenti 24 ore su 24. E poi Capogreco, il responsabile del reparto » -Ma che medici sono se non denunciano questi metodi?- « Credono in Muccioli. Se sei dentro é perché gli credi » -I rapporti sessuali sono controllati da Muccioli?- « Certo, ma nessuno controlla i suoi. Eppure quante volte lo abbiamo visto a letto con i ragazzi più giovani? Per molti di noi, però, almeno fino a quando non si riesce a passare dalla fase acritica, anche quello viene visto come un modo per stare vicino ad una persona che sta male » -Parli di rapporti omosessuali forzati?- « So di un ragazzo milanese che sicuramente ha visto i suoi problemi aumentare proprio per le eccessive attenzioni del babbo . Il capo amava soprattutto avere rapporti orali. Diceva che anche quelli servivano per far passare energia positiva da lui ai suoi discepoli » -Voci? Leggende di S. Patrignano?- « No, io stesso ho visto Muccioli a letto con uno dei suoi ragazzi » -E dov'é oggi?- « E' morto di Aids » .
Ma il principale accusatore di Muccioli é, in questo processo, il carceriere Raimondo Crivellin in comunità noto come Piedini . Ha confessato oltre 500 sequestri di persona compiuti in sette anni di permanenza nella comunità, pestaggi, inseguimenti; alla fine deporrà per quasi cinque ore. « Tutti i giorni inseguivo tossici che scappavano da S. Patrignano. Tutti i giorni ne riportavo. Tutti i giorni ne picchiavo. Tutti i giorni ne rinchiudevo, soprattutto nella cassaforte della pellicceria. Un luogo angusto, senza finestre. Per ogni nuovo ospite Michelone cambiava combinazione alla cassaforte. Ho passato sette anni a S. Patrignano e il mio compito é sempre stato quello. Non sapevo mai la ragione di una punizione: eseguivo ordini di Muccioli » . Piedini agiva insieme a Franchino e Toto, Paro-Paro e Sebastiano, tutti nella squadra punitiva. « Bastava che ci dirigessimo verso qualcuno perché il terrore gli si dipingesse sul viso. Muccioli sa come far sentire importanti, soprattutto le menti semplici. Ha scelto me perché ero un cretino. Ho creduto in Muccioli ciecamente. E ho sbagliato » .
E a proposito di un suicidio:
« Dopo il primo suicidio, quello di Gabriele Di Paola, Muccioli mi ordinò di portare via i venti ospiti della manutenzione , il carcere della comunità. Di notte con due furgoni e qualche macchina insieme a Toto, Paro-Paro, Sebastiano e Franchino partimmo per la comunità di Botticella (é una comunità satellite di SanPa, ndr). L'obiettivo era far scomparire testimoni scomodi in un periodo in cui la comunità era tenuta d'occhio dalla polizia. Passammo due mesi vivendo da re » . E interrogato sul perché dei sospetti sul suicidio: « Io l'ho visto cadere, ma non so come ha fatto a precipitare per venti metri con la faccia rivolta verso il muro. L'ho sentito gridare “No, no”, ho visto che cercava di aggrapparsi a qualcosa, senza riuscirci. Quando sono corso verso di lui era morto. Il giorno dopo Natalia Berla é scivolata fuori da un finestrino piccolissimo, ma noi eravamo già in montagna a divertirci » .
E ancora: « Una volta ho chiuso anche Franco Capogreco in cassaforte. Ha urlato tutta la notte perché soffre di claustrofobia. Quando é uscito era cianotico. Andava punito, ma non lo so perché. Lo dirà lui ai giudici » . Poi é il turno di Paro-Paro, Marco Ghezzo: « Da S. Patrignano sono scappate migliaia di persone. Sono molti di più quelli che scappano che quelli guariti. Lui i guariti li conta ogni volta che escono. Se uno entra tre volte ed esce tre volte vale per tre guarigioni » .
Per finire la testimonianza (a mezzo lettera, non é una deposizione) di una ragazza, Elisabetta Di Giovanni che oggi ha ventinove anni e che entrò nella comunità per la prima volta a sedici anni e che é uscita dalla droga solo molto tempo dopo aver lasciato S. Patrignano, con l'aiuto di Don Gino Sacchetti.
« Durante la mia seconda permanenza a SanPa in due anni visitai quasi tutti i luoghi di prigionia. Venti giorni in piccionaia, un luogo circolare molto angusto, dipinto di arancione e in discesa, dove ti sentivi letteralmente impazzire. Due mesi al buio nella cassaforte della pellicceria insieme ad un dobermann malato. In un vecchio casolare abbandonato sdraiata e incatenata con tutte e due le braccia alla spalliera del letto. Mi veniva liberato un braccio due volte al giorno per mangiare, mentre per i bisogni fisiologici bastava un secchio sotto il letto. Una chiusura un po' più soft invece (quattro mesi in camera), la affrontai a causa di Marco Rossetti di Bologna. Malauguratamente chiedemmo a Muccioli il permesso di conoscerci. Dopo qualche mese di mano nella mano, non ne potevamo più e consumammo il turpe gesto. Marco, pentito, corse a raccontarlo al babbo e il risultato per me fu la chiusura dopo un'infinita serie di “gran puttana” in tutte le salse. A lui Vincenzo diede una pacca sulla spalla. Ma la chiusura più terribile, per quanto la più breve, fu una settimana nella botte. Si, un tino vero e proprio, di ferro, dove potevi stare accovacciata e dove una volta al giorno ti passavano il cibo da uno sportellino, il tutto ad un palmo dal solito secchio con gli escrementi. Non avevo ucciso nessuno, ma ben più grave era la mia colpa: ero entrata nella contestazione . Vincenzo aveva rinchiuso, sempre per futili motivi, tre ragazze considerate da tutti ed anche da lui stesso fino a qualche giorno prima, guarite . Consuelo, Martina ed Alice, anche loro contestatarie. Le aveva rinchiuse in un casolare e siccome non soffrivano abbastanza, dopo qualche giorno sospese loro i viveri. Era terribile passare da quel capannone e sentire tutto il giorno le povere tre cantare. Mi sentivo ad Auschwitz. Dopo qualche giorno fece portare Alice, la più fragile delle tre, leggermente handicappata, sul piazzale e, con una macchinetta, le rasò i capelli, tra battute deplorevoli e risate grasse. Alice di Roma riuscì a scappare e la ritrovarono l'indomani morta per overdose in Piazza Tre Martiri. Criticai pesantemente l'operato del mio padre-padrone che mi fece rinchiudere nella botte. ...E' difficile parlare di SanPa. Ci sarebbe troppo e ancora troppo da dire: mille episodi, tutti eloquenti e dolorosi, ma il vero problema é che lo Stato italiano consideri recupero dei tossicodipendenti quello che avviene a S. Patrignano. Alfio Russo? L'ho conosciuto e sarei pronta a giurare che le cose siano andate pressappoco così. Maranzano con le sue fughe rompeva, e Vincenzo ha deciso di metterlo nel settore punitivo: nelle mani di quel pazzo violento, col cervello di un bambino di due anni. Sicuramente ha anche raccomandato ad Alfio di essere particolarmente duro e di farlo scoppiare per bene. Alfio felice, non se lo sarà fatto ripetere due volte e per il povero Maranzano si devono essere aperte le porte dell'inferno. Poi, poi forse una reazione, anche debole, minima ed Alfio ha dato sfogo alla sua furia. Poi succede l'irreparabile e via di corsa dal capo a cercare la soluzione. Soluzione che Vincenzo, scommetto senza scaldarsi più di tanto, ha trovato nella discarica. E' impossibile, per chi é stato a S. Patrignano credere che Vincenzo non fosse al corrente di tutto. »
Io non credo in un aldilà, non so voi; ma se esiste non vorrei essere nei panni del fantasma di Muccioli quando incontrerà quello di Roberto Maranzano.
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:40
L' ex autista: "Vincenzo mi mandava all' estero con l' auto imbottita di miliardi" L' INTERVISTA "Io sarei un provocatore? Deve smetterla con questi colpi bassi Per lui sono stato arrestato in Francia con 300 milioni Avevo fatto altri viaggi con i soldi della Comunita' nascosti" - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - DA UNO DEI NOSTRI INVIATI RIMINI . "Ah, io sarei un ricattatore e un provocatore? Vincenzo Muccioli deve smetterla con queste falsita' e colpi bassi. Perche' anche io potrei rispondere con la sua stessa moneta. Ad esempio: una guida come lui non manda allo sbaraglio la gente che ha salvato dalla droga con i soldi messi nei doppifondi delle auto, facendogli passare le frontiere col rischio di essere arrestati. Come e' accaduto a me in Francia. Ho girato con i miliardi della comunita' e poi mi sarei limitato a chiedergli 150 milioni? Se l' avessi voluto ricattare, avrei preteso uno o 2 miliardi, che per lui sono come 100 200.000 lire". Walter Delogu, 38 anni, ex autista del fondatore della comunita' di San Patrignano, ha appena appreso delle spiegazioni e delle controaccuse a proposito della famigerata cassetta e dei suoi duplicati. E costernato. Qual e' la sua versione? "Dopo la morte di Maranzano, Muccioli "sbrocco' ", perse completamente la testa e il controllo della macelleria. Nessuno voleva piu' restare li' . Un giorno convoco' a casa sua il gruppo diretto allora da Lorandi e chiese a ciascuno in quale reparto volesse essere trasferito. Rimprovero' Lorandi, che era ubriaco, ma questi replico' a Muccioli: "Non ho fatto niente di male, ma qualunque cosa anche avessi fatto, io non ho ucciso mai nessuno". Muccioli resto' di ghiaccio, mando' via tutti e ci fermammo io e lui. A me disse: "Morisse quel bast...". Torniamo ai 150 milioni... "Mi spaventai. Anche perche' ero stanco del suo modo di fare. Nella primavera del ' 92 litigammo violentemente: mi aveva offeso perche' dopo un lungo viaggio, nel corso del quale avevo acceso l' aria condizionata dell' auto su suo ordine, gli erano venuti dei dolori. Lo affrontai all' uscita della scuderia. Ero con mia moglie. Salimmo sulla jeep e gli esposi il mio stato d' animo. "Il nostro rapporto e' degenerato . gli spiegai ., me ne voglio andare". Avevo lavorato per otto anni a un milione e 400 mila lire al mese (ma 400.000 Franz Vismara le tratteneva ogni mese per il vitto e l' alloggio). Percio' invitai Muccioli a mantenere quello che da 3 anni mi prometteva: un aiuto per comprarmi una casa". E lui cosa rispose? "Se vuoi andare, vai". E lei? "Ah no, replicai, non mi tratti come Marcone (un ospite della comunita' ora deceduto n.d.r.) buttato via con 500.000 lire dopo una vita di lavoro. Gli ricordai che per lui mi ero preso l' ulcera, ero stato arrestato in Francia con 300 milioni, avevo fatto tre viaggi in Germania, Olanda e Francia con il doppio fondo imbottito di miliardi. Percio' o manteneva le promesse o sarei salito sull' Arco romano di Rimini e avrei fatto una pazzia dicendo tutto su San Patrignano. Capi' che non scherzavo. M' invito' a casa sua e mi dette 150 milioni. Solo a quel punto gli confermai che non doveva fare scherzi. Se mi fosse successo qualcosa, aggiunsi, avevo con me in tasca l' assicurazione sulla mia vita: la cassetta, che gli mostrai e che avevo registrato mentre andavamo a San Marino dal gioielliere Arzilli. Mi recai quindi a ritirare i suoi documenti dall' auto e al ritorno Muccioli mi abbraccio' piangendo. Mi chiese scusa per le offese precedenti e mi disse che quei soldi me li regalava. M' invito' quindi a restare con lui. Io gli credetti ancora una volta ingenuamente, anche perche' mi mando' in ferie per 40 giorni, prima a Tenerife quindi in Puglia, con la mia famiglia, pagandomi il tutto con altri dieci milioni. Quei dieci milioni che lui sostiene ora di aver lasciato nel fondo della borsa. Rientrato dalle ferie, pero' , mi accorsi che lui aveva fatto il vuoto attorno a me. Allora me ne andai, anche perche' temevo che qualcuno prendesse sul serio le minacce che era solito pronunciare nei confronti di chi aveva messo da parte". Delogu, lei ha altre cassette? "Si' , alcune di quelle registrate negli uffici da dove si controllavano tutte le telefonate. A San Patrignano spiano, con i microfoni nascosti nei caloriferi, perfino gli assistenti sociali che parlano con i tossicomani. San Patrignano non e' l' oasi che si vuol far credere. Ne ho la testimonianza anche da decine di telefonate da parte di ex tossici che mi hanno chiamato in questi giorni per ringraziarmi di quello che ho fatto". E ora che cosa pensa di Muccioli? "Quel poco di rispetto che avevo per lui, ora e' completamente caduto. Io voglio vivere solamente in pace con mia moglie e mia figlia. Diversamente... Ultimo avviso?".
Muscau Costantino
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:41
e ancora San Patrignano story su psyconauta :
http://psiconautica.forumfree.it/?t=15818056
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:42
Prima, un buco da venti milioni di euro, causato dai mille sprechi e dalla villa hollywoodiana del figlio di Muccioli. Poi l'arrivo di Letizia Moratti che ci mette i soldi ma si prende tutti i poteri. E ora fa 'il sindaco' di questa cittadella di 1.250 abitanti
In otto smontano il sontuoso caminetto nel salone dieci per dieci, altri scorticano le colonne dei loro rivestimenti, ridisegnano tubature e impianti, erigono muri di mattoni e cartongesso a ridosso delle pareti sbalzate ad arte. La ristrutturazione di questa villa di 2 mila metri quadri costata uno sproposito - destinata in origine ad Andrea Muccioli, a suo fratello Giacomo, alla madre Antonietta e al figlio di un altro dei fondatori della comunità , mai abitata e ora frazionata in 20 appartamenti - è l'emblema di una ben più radicale ristrutturazione della comunità di San Patrignano. La cacciata di Andrea, in agosto. Poi un autunno travagliato, fra i conti in rosso, i mal di pancia di molti responsabili dei settori di lavoro, un corposo intervento anche finanziario di Gianmarco e Letizia Moratti, fin dalle origini pilastri di San Patrignano che hanno sovvenzionato con 286 milioni di euro. Con fatica, la nuova governance si è infine assestata attorno a un Comitato di gestione di sei persone e un Comitato sociale di nove. Ha rivoltato come un calzino meccanismi decisionali e criteri di priorità . E prepara altri cambi di rotta, nelle iniziative commerciali e nella gestione dei 1.250 ragazzi ospitati qui sulla collina sopra Riccione e nelle due strutture satelliti della vicina Botticella e, in Trentino, San Vito Pergine.
Nessuno ha mai fatto professione di pauperismo, tanto meno il romagnolo Vincenzo Muccioli. Ma la villa, costruita entro i confini della comunità abbattendo la casa del fondatore ormai pericolante, consta di due corpi su due piani in declivio verso piscina, parco, piante esotiche e viale d'accesso indipendente. Un cantiere infinito, se Giacomo Muccioli rompe col fratello e se ne va già nel 2007 (tornerà solo dopo la cacciata di Andrea, al meeting "Wefree" di ottobre e per Natale). Possibile che nessuno si fosse accorto di nulla, neanche i Moratti cui era stato destinato un alloggio accanto a quello di Antonietta e che vi avevano mandato i loro architetti? "Vedevamo il viavai di camion, ma non era strano, San Patrignano è da sempre un cantiere aperto. E quell'area era cintata", se la cava Franz Vismara, 55 anni, ora a capo del Comitato di gestione.
Benché il vanto e il mantra della nuova governance sia condivisione e partecipazione e democrazia e collegialità , Franz è percepito da tutti come l'uomo forte. Oltre Gianmarco e Letizia, s'intende. Muccioli lo conobbe proprio tramite i Moratti: a Milano frequentava anarchici praticando yoga e zen, è qui dall'81 non per droga ma per la voglia di vivere in comune. Dalla mungitura alla gestione amministrativa: nel '94 del processo a Muccioli per concorso nell'omicidio nella porcilaia di uno dei ricoverati, anche Franz, all'epoca chioma nera imbrillantinata, finisce in galera una settimana per favoreggiamento, senza seguito. Negli anni di Andrea ha la responsabilità dell'amministrazione e dei rapporti con le istituzioni. Nello scontro del 18 giugno, che dà inizio al ribaltone culminato il 26 agosto, Vismara è in minoranza tra i cento responsabili della comunità e si prende uno schiaffo da Antonietta, 76enne vedova di Vincenzo, che però resterà qui e gira regolarmente tra i ragazzi. Tiene duro nel successivo marasma quando, ricorda Osvaldo Petris responsabile grafiche anche lui nel Comitato di gestione, "le posizioni cambiavano da una settimana all'altra, regnava l'incertezza, le emozioni in campo erano violente". Se ne vanno in pochi: "Fino all'ultimo abbiamo tentato, anche con i Moratti, di evitare la frattura con Andrea. Finché non sono venuti a galla i bilanci", racconta Vismara. La ricostruzione avversa è invece che da metà giugno i Moratti, con parte del vertice di San Patrignano, decidono di far fuori Muccioli, e solo le resistenze interne ritardano la resa dei conti: motivi, il progressivo deteriorarsi della fiducia, non ultimo screzio lo stop di Andrea a inserire in qualche ruolo il giovane Gabriele Moratti, il "Batman" della storia del loft milanese arredato a bat-caverna e regolarizzato dalla madre sindaco.
I conti però non erano più sostenibili. Il bilancio era certificato da Pricewaterhouse, persino in via di miglioramento, con una perdita d'esercizio 2010 di 837 mila euro contro oltre 4 milioni dell'anno prima (costi, ricavi e sovvenzioni del 2011 nel riquadro a lato). "Il dramma erano i debiti scaduti verso i fornitori più disparati: 22 milioni. Quanti per la villa? Un po' più di 10". Chi parla, assaporando il carpaccio di tonno alla elegante Pizzeria Sp.accio dove la sera arrivano clienti da tutta la costa romagnola, è Luigi Serafini. Giacca, cravatta e baffi ordinati, il commercialista di Gianmarco Moratti è arrivato a San Patrignano a luglio per passare al setaccio i conti, sta qui tre giorni a settimana e siede nel Comitato di gestione insieme a due altri colleghi dello stesso studio Caramanti e Ticozzi, esperti di commerciale e fiscalità : "Non mi aspettavo un buco del genere. E neppure i Moratti, anche se qualcosa immaginavano", racconta.
Andrea se ne va con 80 mila euro, cifra minima considerando che lascia tutti i beni donati dalla sua famiglia alla Fondazione. E i 22 milioni di debiti? Coperti da fund raising e donazioni come ogni anno altri 22 sui 37 di spese, gli altri 15 essendo proventi delle attività di San Patrignano? Serafini sorride e fa il gesto con pollice e indice: li ha tirati fuori Moratti, altro che fund raising. E Letizia s'è dimessa dal consiglio Comunale di Milano "per dedicarmi a San Patrignano". Ora a Serafini tocca riportare in ordine i conti, con 313 dipendenti e 109 volontari. Si chiama ristrutturazione, comporta tagli, risparmi, la razionalizzazione dei 55 settori produttivi e formativi, sviluppando i più redditizi come la floricoltura e limando i più dispendiosi, tipo i fabbri.
La villa dello scandalo " è stata però solo l'ultima goccia. La megalomania di Andrea aveva squilibrato la comunità , ponendo in primo piano attività che con il recupero non c'entravano", attacca Antonio Tinelli, a capo del Comitato sociale, l'altro corno della new governance.
Tinelli ha 40 anni, Vincenzo non lo ha mai conosciuto, a San Patrignano è entrato nel 2001: laurea in economia, promotore finanziario, era affondato nella cocaina. Percorso di recupero tra l'allevamento e il mangimificio, poi resta a lavorare nel settore accoglienza, diventa educatore, è tra i primi a mettere in discussione la passata gestione: fosse rimasto Andrea, lui se ne sarebbe andato. "Meno business e più sociale: l'autosostentamento è garanzia di libertà , ma non possiamo pensare di fare concorrenza ad Antinori con 110 ettari di vigna e sei tipi di vino". E che dire dei progetti di un campo da calcio con tribune ed erba sintetica che ci potrebbe giocare la Nazionale, o di alloggi wellness spa per i clienti del ristorante La Vite e i turisti che al maneggio vengono a fare equitazione?". Dal che si capisce dove taglieranno.
Impossibile cancellare il Challenge Vincenzo Muccioli, miglior concorso ippico del mondo 2010 per la Federazione equestre. Vita corta ha invece la rassegna enogastronomica "Squisito": "Coinvolgeva tutti nei due mesi di preparazione e 840 ragazzi a tempo pieno nei quattro giorni clou. Per quelli entrati da poco era un rischio enorme l'invasione di 25 mila visitatori. Bene aprirci all'esterno, ma siamo una comunità di recupero, non la Fiera di Rimini!", dice Carlo Forquet, dal Pci all'acido, dalla redazione di "Reporter" al buco, in comunità da vaccaro a responsabile della comunicazione. Le sue parole quasi si perdono per la musica e il fracasso che proviene dal grande auditorium a seggiole mobili così ci fai cinema e palestra, convegni, messa e kermesse esterne come quella in corso, una tre giorni della Mar Cremonini, anche 1.200 persone, o le presentazioni di Teddy abbigliamento. "Rendono, ma sono troppo invasive. In futuro non più di un giorno a evento, massimo 200 persone", annuncia Franz Vismara, contrario alla bulimia di eventi. Così però non si tagliano i costi. "Bisogna razionalizzare in altro modo". Come?
Nel centro medico, 15 dottori, 26 infermieri e tutti gli ambulatori, spiega il responsabile Antonio Boschini, 55 anni, membro di punta del Comitato di gestione. Negli anni è cambiato tutto, tossici, patologie, percorsi terapeutici: "Sei ragazzi su dieci non si sono mai bucati, consumano ogni droga e alcol, l'emergenza primaria è psichiatrico-comportamentale, disturbi di personalità e di identità sessuale, non più infettiva: niente casi di Aids, un centinaio di sieropositivi contro i 600 di un tempo". I tagli? "Due consulenti di Economia medica segnalati da Letizia mi hanno mostrato come cambiando i turni possiamo rinunciare a 3-4 infermieri, come i 95 euro al giorno dalle Asl di Roma e Rimini per assistere in casa-alloggio 50 terminali di Aids non coprano le spese, come sia folle dilapidare 24 mila euro l'anno di ossigeno per due malati senza domandare rimborsi per ingenuità o snobismo. Prima io non chiedevo quanto spendevo, ora la musica è cambiata, siamo tutti chiamati a decidere su tutto".
E' la nuova San Patrignano tipo soviet: l'altra faccia dell'assunzione dei poteri d'indirizzo da parte dei Moratti, che stanno qui ogni weekend e in refettorio mangiano a turno ai tavoli dei settori di lavoro per informarsi su come va e cosa cambiare. Entusiasta perché "ora possiamo dimostrare di che pasta siamo fatti" è Monica Lippi, rapporti con cento comunità nel mondo. "Stremato dalle discussioni, non sempre pacifiche" si dichiara Boschini, che difende il nuovo corso. Orgoglioso "che questa fase di cantiere sia gestita da noi e non da qualche esperto McKinsey" è Federico Samaden, fondatore della San Patrignano trentina, ma lui è un ugualitarista a oltranza, un socialista empatico, l'unico cui l'accenno ai soviet non suona ironico. Solo a qualcuno scappa detto: "Prima, con Andrea che decideva tutto, sapevo almeno con chi prendermela...".
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:45
Fu uno dei casi giudiziari più clamorosi degli anni Novanta. Un uomo era stato ucciso, a botte, a San Patrignano, nella comunità per il recupero dei tossicodipendenti fondata e diretta in una frazione di Coriano, sulle colline riminesi, da Vincenzo Muccioli.
Quella comunità, nota a tutti e circondata da stima e gratitudine, aveva dimostrato con i fatti di poter strappare migliaia di giovani all'inferno della droga, restituendoli alla vita e agli affetti. Come una scintilla, la notizia che vi era stato consumato un omicidio accese il fuoco delle polemiche, che divampò a coinvolgere non tanto i diretti colpevoli, quanto piuttosto chi gestiva quel centro, lui: Muccioli.
Una personalità forte, sanguigna, diretta. E già per questo inviso a molti.
Vincenzo Muccioli
Se infatti da un lato il fondatore della comunità di San Patrignano, attiva fin dal 1978, si era meritato l'incoraggiamento di larghe fasce della società, oltre che l'eterna riconoscenza di molti ragazzi e delle loro famiglie vittime dell'eroina, della malattia, dell'emarginazione, negli anni si era pure fatto molti nemici: la sua opera, per quanto lodevole, riusciva "scomoda" ed era motivo di invidia e diffidenza, che si traducevano in sospetti e maldicenze.
Già un decennio prima, all'inizio degli anni Ottanta, San Patrignano era finita sotto i riflettori nel celebre processo "delle catene".
Il 28 ottobre 1980 quattro tossicodipendenti ospiti della comunità terapeutica, allora agli albori e di dimensioni ancora ridotte, erano stati trovati, appunto, legati con delle catene.
Ne scaturì un processo a carico di Muccioli e di dodici fra i suoi più stretti collaboratori, accusati dalla magistratura riminese di sequestro di persona e di maltrattamenti.
«L'ho fatto per il loro bene», si difese Muccioli: impedire con ogni mezzo i movimenti ai tossicomani in crisi di astinenza da stupefacenti pareva l'unico modo per evitare che fuggissero a procurarsi la droga, o che facessero del male a sé stessi, come pure al personale e agli altri ospiti della comunità.
Il processo ebbe enorme eco e divise l'Italia in due. Da una parte, i fautori dei "metodi coercitivi" che andavano adottati in nome del supremo obiettivo del recupero terapeutico e della tutela della comunità; dall'altra, chi sosteneva che tali metodi erano disumani e calpestavano le libertà individuali. Durante il processo lo stesso Muccioli dovette affrontare il carcere per 32 giorni.
Il Tribunale di Rimini
Il 16 febbraio 1985 il tribunale di Rimini condannò lui e gli altri imputati.
Questi però ottennero il loro riscatto in appello, nel novembre 1987, quando furono tutti assolti.
L'ultima parola spettava, ancora una volta, alla Cassazione, che il 29 marzo 1990 confermò l'assoluzione disposta dai giudici di secondo grado. La Suprema Corte, comunque, tenne a osservare che le misure coercitive in uso nella comunità dovevano essere attenuate: nella motivazione dell'atto finale del processo si leggeva che il leader di San Patrignano e i suoi operatori avevano agito «in stato di necessità putativa e non per consenso dei tossicodipendenti» per quanto riguardava il sequestro di persona, e «per eccesso colposo in stato di necessità putativa» per l'accusa di maltrattamenti («Ansa», 12.3.1993).
Trascorsero alcuni anni tranquilli, durante i quali la comunità di "SanPa" si allargò fino a divenire quasi una piccola città, estesa su 25 ettari (compresi i terreni agricoli, la superficie complessiva supera i 200 ettari). Gli ospiti erano saliti a oltre duemila, inquadrati in diversi settori produttivi, dall'agricoltura all'artigianato alla piccola industria: la filosofia della comunità restava che la migliore terapia contro gli stupefacenti fossero il lavoro e la responsabilità personale, assunti da subito come "valori guida" di San Patrignano.
La vita della comunità non fu sconvolta più di tanto neppure quando, il 7 maggio 1989, venne trovato in una zona di campagna a Terzigno (Napoli) il cadavere di un suo ospite, Roberto Maranzano, 36 anni, originario di Palermo. La morte risaliva a due giorni prima: qualcuno lo aveva ammazzato a calci e pugni, e poi aveva cercato di nasconderlo in quel luogo isolato, nei pressi di una discarica. Chi lo aveva ucciso? Ma soprattutto: dove?
Il contestato monumento
dedicato a Muccioli
in quel di Terzigno...
Inizialmente le indagini si indirizzarono verso un regolamento di conti nell'ambito della malavita. Maranzano era fuggito dalla comunità ma era incappato nella vendetta dei suoi assassini. Dunque l'omicidio, secondo questa ricostruzione, era avvenuto al di fuori di San Patrignano, per cause legate allo spaccio della droga.
La verità era un'altra, ma venne alla luce solo alcuni anni più tardi. Nel gennaio 1993 Fabrizio Lorandi, un altro ragazzo ospite di San Patrignano, raccontò a un magistrato che Maranzano non era fuggito dalla comunità, ma era stato ucciso a botte all'interno di essa. Per la precisione, nella macelleria della comunità, dove lavoravano sia Lorandi sia Maranzano. Quindi i colpevoli dovevano essere cercati fra gli altri ospiti. Ma come poteva uno di questi sparire di colpo senza che nessuno se ne accorgesse? E quel pestaggio, così violento provocare la morte di Maranzano, possibile che fosse passato inosservato? rosa succedeva davvero a San Patrignano?
La comunità riminese veniva così travolta da un altro scandalo. E ancora una volta Vincenzo Muccioli finì nell'occhio del ciclone e in quella circostanza dichiarò: «È stato un uragano ciel sereno. A me sembra un sogno. Mi sembra assurdo il fatto in sé mi sembra impossibile che sia accaduto. Tutti i ragazzi appartenevano al reparto macelleria, che si trova accanto alle cucine. È impossibile che una loro assenza prolungata non sia stata notata. E poi in tutto questo tempo nessuno che abbia parlato, che sia venuto a dirlo a me. Mi sembra assurdo che un intero gruppo non abbia mai detto niente. Alcuni sono andati anche a casa. No, tutto questo sa di fantascienza. Alzare le mani - aggiunse parlando delle norme di comportamento a San Patrignano - non è proprio possibile. I ragazzi lo sanno; anzi, se uno ha un atteggiamento di mancanza di rispetto o se è violento non lo tengo, lo mando via anche se è agli arresti domiciliari» («Ansa», 16.9.1995).
In effetti, per quasi quattro anni l'omicidio di Roberto Maranzano rimase una verità ben celata. E quando intervenne la testimonianza di Fabrizio Lorandi, le responsabilità di Muccioli parvero evidenti: Muccioli doveva aver saputo cos'era successo quel 5 maggio del 1989.
In un primo tempo, il leader di SanPa disse di non sapere nulla di quanto aveva raccontato Lorandi, e di aver appreso della sua deposizione dai giornali («Ansa», 12.3.1993).
Due giorni dopo, però, si presentò spontaneamente dal magistrato, il procuratore della Repubblica Franco Battaglino, e ammise di essere stato subito informato del delitto, ma sotto il vincolo del segreto accordato agli stessi ragazzi della comunità; per questo non aveva denunciato il fatto («Ansa», 12.3.1993).
Poi corresse ancora la sua versione, dicendo di non aver saputo subito, ma solo mesi dopo, dell'omicidio («Ansa», 14.3.1993).
È chiaro che a ogni versione di Muccioli corrispondeva una sua diversa responsabilità in quanto accaduto. Qual era la verità?
Ma gli inquirenti volevano dare una risposta anche ad altri, inquietanti interrogativi emersi dalle indagini dopo le rivelazioni di Fabrizio Lorandi. Era vero oppure no che il reparto dove Maranzano era stato pestato a morte, la macelleria-porcilaia di San Patrignano, era considerato un "reparto punitivo" all'interno della comunità, al quale erano assegnati i più indisciplinali?
E gli autori del pestaggio erano una "cellula impazzita", o la violenza in quella comunità era una sorta di prassi? La svolta nelle indagini seguita al racconto di Lorandi - arrivata, si ricordi, dopo l'assoluzione definitiva di Muccioli per il "processo delle catene" - sollevò una nuova ondata di sospetti sulla comunità e su quello che vi succedeva. La magistratura di Rimini procedette con l'arresto di otto persone, tutti ex tossicodipendenti, per omicidio preterintenzionale.
La comunità di San patrignano
Tre di loro al momento dell'arresto erano ancora ospiti di San Patrignano e di una struttura affiliata a Trento.
Venne appurato che all'epoca del delitto nel reparto macelleria di SanPa lavoravano una quindicina di persone, il cui responsabile era Alfio Russo, nella stessa epoca di 33 anni, originario di Fiumefreddo (Catania) e residente in Lombardia, a Como. Negli interrogatori Russo negò ogni addebito, anzi disse che il pestaggio non era mai avvenuto («Ansa», 16.3.1993).
Al contrario un altro degli arrestati, Giuseppe Lupo, di Palermo, che nel 1989 aveva 27 anni ed era uno degli aiutanti di Russo, confermò la dinamica dell'omicidio ricostruita sulla base delle dichiarazioni rese dal "supertestimone" Lorandi. Maranzano, secondo questa ricostruzione, subì un primo pestaggio nel tardo pomeriggio del 4 maggio, mentre era sotto la doccia. L'aggressione poi rivelatasi mortale avvenne invece il mattino successivo («Ansa», 16.3.1993).
Lupo riferì poi che subito dopo la morte di Maranzano, Alfio Russo si era recato a casa di Muccioli. Questo particolare fu confermato da un testimone e dal racconto di un altro degli arrestati, Ezio Persico, allora di 37 anni, nato a Voghera ma residente a Como come Russo («Ansa», 21.3.1993).
Vincenzo Muccioli gioca a braccio di ferro con i ragazzi della comunità
(foto Sestini, da ufficio stampa San Patrignano)
Lupo confessò anche di aver guidato lui l'auto sulla quale fu trasportato il cadavere di Maranzano fino a Terzigno. L'auto era una delle vetture in dotazione alla comunità; su di essa, oltre a Lupo, c'era Persico. I due affrontarono il lungo viaggio da Rimini a Terzigno (circa 1200 chilometri tra andata e ritorno) sprovvisti della patente di guida («Ansa», 16.3.1993).
Le indagini accertarono che tutti i giovani assegnati al reparto macelleria della comunità dormivano in una camerata comune; quindi già le conseguenze del primo pestaggio non sarebbero potute passare inosservate. Inoltre, dopo che Maranzano era morto, più di una persona aveva visto Russo correre da Muccioli per informarlo. Inevitabilmente, per quest'ultimo scattò un avviso di garanzia per favoreggiamento. Ma altre ombre si allungavano sulla comunità.
La sala Mensa di San Patrignano
Vincenzo Muccioli con un ragazzo della comunità
(foto Mauro Galligani, da ufficio stampa San Patrignano)
Dagli esami anatomo-patologici risultò che nel sangue di Maranzano c'erano tracce di eroina. E poiché un'ulteriore perizia escluse che la droga gli fosse stata somministrata dopo il decesso, e stabilì che era stata assunta tra le 4-6 ore e i 4-5 giorni precedenti la morte, veniva da concludere che l'uomo si fosse "bucato" quando era ospite di San Patrignano, cioè proprio di quel luogo simbolo della lotta alla droga.
L'autopsia accertò anche che a causare la morte di Maranzano era stata una «compressione prolungata con frattura dell'osso ioide» («Ansa», 24.11.1993): quindi non un colpo solo aveva spezzato il collo dell'uomo, ma una serie di colpi, sferrati presumibilmente da più persone.
Il procuratore Battaglino avanzò altri sospetti sulla vicenda, che chiamavano direttamente in causa Muccioli.
Alla vigilia di un interrogatorio al fondatore di San Patrignano dichiarò:«Chiederò chiarimenti anche sulla coperta che avvolgeva il corpo [di Maranzano] e che Muccioli non riconobbe come proveniente dalla comunità, e sulla gita che alcuni dei giovani che lavoravano nella macelleria fecero nel Pesarese proprio durante i primi controlli dei carabinieri nella comunità pochi giorni dopo la scoperta del cadavere. Infine cercherò di farmi spiegare perché gli stessi carabinieri furono portati a ispezionare locali Riversi da quelli che avevano chiesto di vedere»
(«Ansa», 21.3.1993).
Un ritratto di Vincenzo Muccioli, fondatore di San Patrignano
Un quadro accusatorio per Muccioli andava aggravandosi: quando si arrivò al nrocesso, celebrato nell'autunno del 1994, doveva rispondere, oltre che di favoreggiamento, dell'accusa alternativa di omicidio colposo.
E nei giorni del dibattimento, cominciato il 17 ottobre 1994, gli inquirenti ascoltarono una serie di testi spontanei, tutti ex ospiti di SanPa, che raccontarono di violenze avvenute all'interno della comunità, di presunti raid punitivi, di suicidi sospetti e persino di un finanziamento illecito al Psi (si era negli anni di Tangentopoli) («Ansa», 16.9.1995).
Vincenzo Muccioli nel 1994 - parla con Sabrina una ragazza della comunità
(foto Sestini, da ufficio stampa San Patrignano)
Tutti questi fatti indussero il pm Battaglino a chiedere il cambio di imputazione per Muccioli da omicidio colposo ad abuso dei mezzi di correzione sfociati in omicidio: un reato più grave, con pena prevista tra i 12 e i 20 anni di reclusione, che avrebbe comportato l'interruzione del procedimento e il suo trasferimento davanti alla Corte d'Assise. Il Tribunale di Rimini però respinse la richiesta.
Il processo fu un continuo susseguirsi di colpi di scena. Già alla seconda udienza, dopo che Lorandi aveva ripetuto in aula il suo racconto su quanto era avvenuto cinque anni prima nella macelleria, un teste finì agli arresti per reticenza.
fabrizio7338
02 giugno 2013 00:46
Il 26 ottobre spuntò un'audiocassetta che recava la registrazione di una conversazione tra Muccioli e il suo ex autista Walter Delogu. Tre testimoni dissero di essere a conoscenza della registrazione nella quale il leader di SanPa, parlando di uno dei testimoni dell'omicidio, diceva: «Bisognerebbe fargli un'overdose», e altre frasi simili («Ansa», 16.9.1995).
Una manifestazione di solidarietà a Vincenzo Muccioli in piazza Tre Martiri
Muccioli dapprima negò di aver mai pronunciato quelle parole, poi ammise. La cassetta fu ascoltata in aula. Muccioli sostenne di aver detto quelle parole per provocare Delogu, per sondarlo psicologicamente, per vedere dove voleva arrivare e spiegò: «Sono anche stato ricattato da Delogu al quale ho dato 150 milioni. Non I ho denunciato per evitare traumi e destabilizzazioni ai 2500 ragazzi della comunità» («Ansa», 16.9.1995).
Al termine del processo, il 15 novembre 1994, Vincenzo Muccioli fu condannato a otto mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali per avoreggiamento personale, ma assolto dall'imputazione di omicidio colposo Per non aver commesso il fatto.
Nella motivazione alla sentenza, firmata dal presidente della Corte, il giudice Concezio Arcadi (a latere Luigi Tosti e Maurizio Di Palma), si legge che è Probabile, ma non certo, che Muccioli abbia saputo quasi subito dell'omicidio ma che il suo «comportamento antigiuridico (tacere il fatto e sviare le indagini dei carabinieri) va ricondotto alla necessità di dover difendere, dai possibili danni che nell'azione giudiziaria (e al collegato automatico clamore suscitato) sarebbero sicuramente conseguiti, sia la comunità nel suo insieme sia le persone che si era adoperato per anni a recuperare a una vita normale, lontano dalla tentazione della droga e del delitto che a quella
inevitabilmente si associa» («Ansa», 9.2.1995).
Vincenzo Muccioli in posa - alle sue spalle una panoramica delle abitazioni
E ancora, citando una intervista al cardinale Ersilio Tonini, «nel momento stesso in cui le famiglie gli affidano i figli, lui prende il posto dei genitori. E Muccioli, pur sapendo, non poteva denunciare i propri figli» («Ansa», 9.2.1995).
Se Muccioli venne condannato per l'accusa di favoreggiamento personale lo si dovette alla testimonianza del maresciallo dei carabinieri di Terzigno, Mario Inverso, che subito dopo aver trovato e identificato il cadavere di Maranzano si recò a San Patrignano per ispezionare stanza ed effetti personali della vittima, ma fu portato in un dormitorio diverso, dopo che dalla comunità erano stati allontanati gli ospiti ritenuti più deboli: per l'occasione infatti San Patrignano organizzò una gita a Botticella (Pesaro).
Il magistrato scrisse: «Difficile dire, però, se a organizzare la gita sia stato davvero Vincenzo Muccioli» («Ansa», 9.2.1995).
Risulta poi chiaro che la Corte diede poco credito ai tre testimoni-chiave presentati dall'accusa, rappresentata in aula da Battaglino e dal sostituto Paolo Gengarelli. «Il procedimento - scrisse sempre nella motivazione della sentenza il giudice Concezio Arcadi - si nutriva dal punto di vista probatorio esclusivamente di dichiarazioni... e molti dei testi addotti figuravano tossicodipendenti o ex tossicodipendenti, sì che il loro esame e la loro valutazione poneva particolari ulteriori problematiche... Tanto Walter Delogu, quanto Roberto Assirelli e Patrizia Ruscelli [tutti testimoni ascoltati durante il processo, n.d.a.] hanno denunciato nel corso dei rispettivi esami gravi motivi di contrasto di natura personale ed economica col Muccioli» («Ansa», 9.2.1995).
Muccioli ancora a tavola con i ragazzi
(foto Sestini, da ufficio stampa San Patrignano)
Per quanto riguardava invece l'accusa di omicidio colposo, il giudice Arcadi faceva notare come non esistesse il "nesso di causalità" tra la morte di Maranzano e l'operato del leader di San Patrignano, descritto come un uomo «con un'esperienza pluriennale di volontariato tesa a curare, sollevare e rigenerare il "tossico" bisognevole» («Ansa», 9.2.1995).
Per condannare Muccioli si sarebbe dovuto dimostrare l'esistenza, sostenuta dalla magistratura inquirente, di un reparto punitivo che fosse stato davvero concepito come tale, e che a capo vi fosse stato realmente messo un picchiatore. Ma questo non era stato dimostrato. Perché «Alfio Russo all'inizio era diverso, interessato... buono», e sarebbe "impazzito" all'improvviso senza che Muccioli potesse rendersene conto. In secondo luogo, «non risponde a verità che al reparto macelleria fossero inviati solo ospiti che si riteneva richiedessero un trattamento punitivo» («Ansa», 9.2.1995).
Se avesse saputo che lì avvenivano dei pestaggi, visto «che la sua comunità si nutre prima di ogni altra cosa di immagine», Muccioli sarebbe intervenuto a rimettere ordine.
Vincenzo Muccioli appoggiato alla jeep, insieme ai ragazzi della comunità, guarda una prova di salto a ostacoli
La Lavanderia di San Patrignano
Nella motivazione si accennava infine alla cassetta registrata da Walter Delogu, definito «un ricattatore», e si notava come il dialogo fosse avvenuto tra «due protagonisti in condizioni psicofisiche molto differenti: vigile e lucido il Delogu, che insieme guidava, parlava e provocava, e distratto e in evidente stato di torpore il Muccioli, che sonnecchiava durante un viaggio di ritorno in auto» («Ansa», 9.2.1995).
In ogni caso quel dialogo, per Arcadi, non sembrava di particolare importanza per il giudizio.
Di parere opposto fu la Procura di Rimini, che ricorse in Appello. All'inizio del 1995, poi. la Procura generale di Bologna chiese la nullità della sentenza di primo grado, nullità derivata a suo dire dalla mancata modifica del capo di imputazione da omicidio colposo ad abuso dei mezzi di correzione sfociati in omicidio. E su impugnazione ancora della Procura generale, la Corte d'Appello di Bologna annullò la sentenza del processo separato in cui Alfio Russo era stato riconosciuto colpevole di omicidio preterintenzionale, e trasmise gli atti alla Procura di Rimini per la diversa e più grave ipotesi di omicidio volontario in concorso con altri ospiti della comunità.
Concluso il processo a carico di Muccioli, le indagini della Procura riminese proseguirono e si estesero ad altre ipotesi di reato.
Nel frattempo, però, la Procura di Milano archiviò l'inchiesta sul finanziamento illecito al Psi e quella di Pescara fece altrettanto per il suicidio ritenuto sospetto di una ragazza ospite della comunità "satellite" di San Patrignano nella provincia abruzzese.
Vincenzo Muccioli passò poi al contrattacco e presentò alcuni esposti alla Procura di Firenze in cui accusava il procuratore di Rimini Battaglino di violazione del segreto istruttorio. Ad essi si aggiunsero due denunce dell'avvocato Carlo Taormina, nuovo difensore di Muccioli, in cui si ipotizzava l'esistenza di una lobby politico-giudiziaria riminese che avrebbe agito contro il fondatore di San Patrignano.
L'ultimo dossier contro gli uffici giudiziari riminesi, che oltre a Battaglino chiamava in causa anche il gip Vincenzo Andreucci, chiedeva di fare luce, come spiegò lo stesso Taormina, sulle «modalità di gestione di scottanti inchieste giudiziarie e soprattutto sul trattamento riservato ad una tangentopoli riminese di cui è stato possibile notare qualche flash, ma nulla più» («Ansa», 16.9.1995).
Dal ciclone giudiziario che si era abbattuto su di lui, e al quale si era opposto con tutte le forze, Muccioli usciva stremato e profondamente prostrato. Una grave forma di debilitazione psicofisica lo colpì, fino a causarne la morte, sopraggiunta in quello stesso 1995.
Restavano ancora da definire le responsabilità degli assassini di Maranzano. Alfio Russo, che una perizia psichiatrica aveva nel frattempo definito seminfermo di mente al momento del delitto, e Giuseppe Lupo furono condannati nel 1997 rispettivamente a 14 e a 7 anni di reclusione dalla Corte d'Assise di Rimini per omicidio preterintenzionale (il terzo imputato, Ezio Persico, era deceduto).
Per la pubblica accusa, invece, Maranzano fu colpito ripetutamente a morte perché si lamentava di precedenti pestaggi subiti a causa di episodi di indisciplina.
Nel processo di secondo grado davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Bologna, Russo e Lupo accettarono l'imputazione per omicidio volontario, accogliendo la proposta del procuratore generale Giuseppe Mattioli, e patteggiarono una condanna a 10 anni e 6 anni e tre mesi, condanne confermate in Cassazione il 13 maggio 2000.
IVAN.
03 giugno 2013 19:06
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Ottimi resoconti, Fabrizio (magari, per correttezza d'informazione, bisognerebbe riportare anche i LINKS delle fonti, ma poco importa).
Mi ricordo che già nei primi anni'90 c'era chi divulgava - in sordina - servizi sulle attività "sporche" di Muccioli, mentre invece i grossi media erano tutti allineati alla direttiva - impostagli dall'alto - di rappresentare arbitrariamente San Patrignano come un simbolo del successo nel recupero dei tossicodipendenti e Muccioli come un sant'uomo, insabbiando qualunque voce contraddisse quest'immagine mediatica costruita a tavolino.
Vedo che a distanza di vent'anni gli sciacalli non hanno ancora smesso di cavalcare l'onda lunga di quella bieca propaganda. Ma meglio così, dopotutto: se uno tesse le lodi di San Patrignano, si fa identificare subito per uno sciacallo in malafede. (Con la Moratti, poi, non c'era neppure bisogno di quest'ultima verifica.)
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ennio4531
04 giugno 2013 00:54
Sappiamo quante migliaia di vittime del pattume ludico sono grate a Ivan per il suo aiuto a superare i loro problemi ..
Dato i i successi ottenuti , potrebbe Ivan pubblicare il suo indirizzo in modo da ospitare i naufraghi provenienti dai luoghi di propaganda e sciacallaggio ?
morrisco
04 giugno 2013 07:12
a ennio 4531,informati bene su muccioli...e poi ma che ci vieni a sputare sentenze a casa d'altri,chi ti ha invitato:ti trovo spesso,e puntualmente mi incazzo(non con tè) per i danni che ti hanno(a tua insaputa?) fatto:spero tu riesca a guarire,un saluto a te e alle persone che ti aiutano a tirare avanti,di nuovo auguri.m.
ennio4531
04 giugno 2013 12:44
... ringrazio per gli auguri ... anche se non ne ho bisogno.
Circa i danni subiti, ti invito a rileggerti: nello sputare sentenze e non accettare pareri diversi ... urca se mi batti !
Circa l'invito, non mi risulta che questo forum sia riservato a chi professa il pensiero .. unico ....
Quindi non adombrarti, stai tranquillo ... tranquillo ..
Taoagi
04 giugno 2013 13:06
Il tabacco uccide. L'eroina non ha mai ucciso nessuno. Il tabacco puzza. L'eroina profuma di bianco. e il bianco è il colore della purezza. Il tabacco ha un colore che ricorda... ve lo lascio intuire. In Italia 250 morti al giorno a causa del tabacco. E morire di cancro non è una passeggiata, altro che siringhina. Mi chiedo come mai non si arrestino i trafficanti di sostanze cancerogene. Il problema non sono le sostanze. Il problema sono gli schiavisti, che con una scusa o con l'altra vogliono farti schiavo e decidere per te. La tua schiavitù a loro, è il loro mantenimento.
Taoagi
04 giugno 2013 13:08
In Italia abbiamo mafiosi devoti e narcotrafficanti che dicono No alla droga.
Taoagi
04 giugno 2013 13:12
Ad esempio, Giorgio Napolitano, la Moratti e suo marito, sono grandi importatori di cocaina e pochi lo sanno. Anche se era prevedibile che col calcio, a pensarci bene qualche imbastimento ci fosse.
Taoagi
04 giugno 2013 13:14
Qui a Brescia alti magistrati, cioè persone molto in alto che pippano coca a tutto andare; si sa ma nessuno dice niente. Per forza, anche se lo dice mica cambia niente.
IVAN.
05 giugno 2013 21:28
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(Qualche inesperto ci casca ancora, pare...)
Morrisco, sembri l'unico - qui su Aduc - a non sapere ancora che il balordo che si firma "ennio4531" è solo un TROLL, e quindi non crede ad una virgola di quel che scrive (anzi, è già d'accordissimo con te...ma per "lavoro" deve contraddire gli utenti che scrivono cose sensate, sperando che qualche ingenuo dia corda alle sue provocazioni).
Quindi evita di abboccare; scansalo e basta, poiché qualunque replica alle sue FINTE obiezioni contrubuisce solo a fare il suo gioco: infarcire le discussioni di commenti del tutto INUTILI, che servono solo a far perdere di vista il filo del discorso.
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ennio4531
07 giugno 2013 15:43
C'è sempre qualcuno che, ritenendosi di una spanna al di sopra dei propri sodali per opinabili analisi comportamentali e l'uso di espressioni da profondo conoscitore della rete , si propone come capobranco per mettere in guarda i .. cuccioli dai pericoli.
Per cui scrive alla suocera morrisco affinché la nuora taoagi, che se ne esce con affermazioni dettate da fattori allucinogeni , comprenda.
Ma dal momento che per l'ennesima volta i suoi ammonimenti non trovano rispondenza , al capobranco non rimane che continuare ad ... ululare ...