savpg8801
01 febbraio 2018 14:56
E' odioso dirlo, ma ogni medaglia ha il suo rovescio.
Mettendo per un attimo(anche un po' di più) da parte la reazione patetica di ognuno di noi, 750 miliardi buttati via sono 750 miliardi ogni anno di produzioni, di lavoro, di crescita, di tasse pagate ai bilanci degli stati, di giro d'affari fra industria, agricoltura, commercio, società di servizi, ecc. che, se non prodotti , provocherebbero un guaio ben maggiore; insomma un colossale ammanco di occupazione e di risorse che farebbero impoverire milioni e milioni di persone che sono occupate nell'enorme indotto.
Si calcoli, anche approssimativamente, che se, per esempio, una fabbrichetta di cibi confezionati (minestre, secondi, frutta, dolci, ecc.) che ha un giro di affari (leggasi fatturato) di 50 milioni di euro annui , se riducesse del 42% (lo dichiara il servizio) o anche meno, la produzione per allinearsi ad un ipotetico zero spreco, la fabbrichetta col suo giro consolidato nel tempo ed ottimizzato con necessarie analisi di bilancio, licenzierebbe molta parte di mano d'opera, acquisterebbe molto meno dalla produzione a monte, ridurrebbe vendite con pubblicità e propaganda azzerate, personale dirigente compreso, pagherebbe meno tasse ai governi, iva compresa, drastico annullamento e ricorso ai trasporti con tutto il loro indotto, guadagni azzerati per gli imprenditori o per gli azionisti, rischio di fallimento, Famiglie di impiegati e mano d'opera nei guai per mancanza di lavoro e tanto altro. A seguire guai grossi per i punti vendita che, data la loro grande presenza sui territori (anche troppa) ridurrebbero enormemente le vendite (ovviamente dopo che i clienti avessero ottemperato al famigerato imput di risparmio) ed anche qui altro grande problema che segue a quello della fabbrichetta.
Provate a moltiplicare per tutto ciò che origina questa patetica campagna, agricoltura, industria, commercio e servizi (scuole, mense aziendali, comunità, ecc.) e vi renderete conto che l'economia di ogni paese ne sarebbe annichilita.
La "pietas" per chi non ha cibo è da risolvere; non certo mandando un po' di sprechi e rifiuti al terzo mondo (cosa impossibile dato che le ridondanze non sono gestibili in alcun modo e il problema non si risolve portando a casa dal ristorante l'osso rosicchiato della fiorentina, e neppure inviando solo le solite cose a lunga scadenza, pomì o spaghetti che devono pure essere prodotti per questo) o a qualche comunità, ma cercando di, poco alla volta per non traumatizzare l'economia, educare i consumi e la distribuzione che, in ogni campo, mette troppo a disposizione. Infatti molto è invenduto e quindi buttato perchè ridondante sugli scaffali. Poi qualcuno si renderà responsabile di queste idee.
Si va in un supermercato e si nota uno scaffale di cinquanta metri ricolmo di yoghurt di ogni tipo, decine di migliaia di prodotti di migliaia di marche che vanno a loro volta rinnovati perchè in scadenza o perchè invenduti, quindi riciclati o buttati. Se si tenesse presente che un trenta-quaranta p.c. è prodotto e posto in vendita in sovrappiù, ecco che chiunque si rende conto del rovescio della medaglia. Ben più grave del problema.