lucillafiaccola1796
22 marzo 2011 19:36
solo alla corte non c'è rimedio! che provino a mettere il "rubinetto" al Sole ed all'Aria !
et voila!
TI FACCIO L’ACQUA DALL’ARIA!
http://www.mad4italytrade.org/wpmad4it/blog/2010/06/05/ti-faccio-lacqua-dallaria-del-salento-leccese-di-antonio-bruno/...
TI FACCIO L’ACQUA DALL’ARIA del Salento leccese di Antonio Bruno Nel Salento leccese ci sono moltissimi muretti a secco in pietra calcarea. Si possono osservare fino a 14 chilometri lineari di muretti a secco per chilometro quadrato. Tutte queste pietre messe una sull’altra con una tecnica antica quanto i nostri padri venuti tanto tempo fa, da Oriente, dalla mezza luna fertile, per colonizzare questo territorio. In pratica terreni che erano destinati a pascolo, venivano spietrati grazie alla fatica e al lavoro dei nostri antenati che poi utilizzavano queste pietre sia per la costruzione dei muretti a secco, che per quelle costruzioni rurali note come Pagghiare e Furnieddrhi. Ma oltre che alle note funzioni le costruzioni rurali a secco e i muretti a secco sono dei veri e propri condensatori di vapore acqueo. Quindi i muretti a secco sono come il climatizzatore della tua casa! Solo che il muretto a secco non ha bisogno di energia per funzionare come invece ha necessità il climatizzatore o il deumidificatore che condensa l’acqua a casa tua per farti stare “bello fresco” nelle torride notti d’estate. La conferma della capacità dei muretti a secco di condensare il vapore acqueo viene da una tecnologia dell’antichità che veniva chiamata i “pozzi di rugiada”. Ipozzi di rugiada erano tutte le costruzioni che riuscivano a far condensare l’umidità atmosferica e convogliarla verso precisi usi. Gli archeologi hanno trovato pozzi di rugiada in costruzioni vecchie di millenni, alcuni piccoli per usi limitati, altri molto grandi che erano stati ideati per alimentare intere cittadine anche in assenza di piogge. Il principio del pozzo di rugiada è semplice: si tratta di strutture rocciose, con delle cavità che permettono al vapore di entrare, ma sono al riparo dal calore solare diurno, e dal vento che disperderebbe la condensa. Quindi durante il giorno, mentre l’aria esterna si scalda, le rocce rimangono fresche e consentono al vapore di condensare. Voglio proporvi una cosa che penso vi sorprenderà così come ha sorpreso me: se vedete un cumulo di ghiaia andate subito a prendere una pala e, con questa, togliete lo strato superficiale di pietre, ecco che noterete che le pietre all’interno sono sempre bagnate, e se provate a farlo a Luglio o ad Agosto quando non piove da settimane vedrete che le pietre all’interno sono bagnate lo stesso. Allo stesso modo può accadere che nei giorni più umidi si formi una piccola pozzanghera alla base dei cumuli di ghiaia. Ancora non siete convinti vero? Allora non vi resta che andare a vedere l’esempio più impressionante di questo sistema di raccolta dell’umidità che venne scoperto nel 1900-1903 durante gli scavi a Teodosia, città bizantina risalente al 500 a. C. dove gli archeologi trovarono numerose tubazioni, di circa 10 cm di diametro, che portavano a pozzi e fontane della città. I tubi provenivano da una collina vicina e si scoprì che avevano origine da 13 cumuli di calcare, ognuno alto circa 13 metri e con una superficie di circa 30 metri quadrati. Questo sistema di pozzi produceva circa 53 mila litri d’acqua al giorno! Nel Salento leccese non abbiamo fiumi e l’acqua è tutta sotto terra e costituisce la falda freatica. Questa falda oggi è sotto stress perché 75.000 pozzi dichiarati al Genio Civile ed altri, che probabilmente non sono stati dichiarati, pompano acqua per irrigare le nostre campagne aride. La falda è in pericolo perché rischia di salinizzarsi in quanto l’acqua dolce poggia sull’acqua salata e siccome noi continuiamo a emungere acqua senza tregua stiamo succhiando tutta l’acqua dolce ed ecco che i pozzi da un po’ stanno cominciando a dare acqua salata. Nel Salento leccese c’è chi ha tentato di risolvere il problema della desertificazione specificamente ad Ugento (Le) si è adottata una tecnica antichissima applicata ai tempi del Neolitico, circa 9.000 anni fa, dagli antichi abitanti della regione del Negev a sud di Israele, una delle prime regioni del medio oriente a cui capitò di subire il processo di desertificazione, insieme al Sahara. Questo tipo di sapere arcaico è stato studiato in modo approfondito dalle ricerche di Pietro Laureano e si realizza attraverso i Tu’rat, delle di pietre a secco disposte per formare delle mezzelune che captano l’umidità del vento Un Tu’rat è una enorme siringa che inietta acqua al suolo di un terreno di 16.000 metri quadrati in località “Vigne Grandi” in agro di Ugento. E’ comunemente definito condensatore o captatore di aria umida, il suo posizionamento è ricavato dallo studio della direzione dei venti umidi nel territorio di Ugento e specificamente i T’urat di Ugento sono posizionati esattamente a 230° a Sud-Ovest e cioè di fronte al Libeccio, il vento che nel Salento sud-occidentale è il più umido in assoluto, poiché partendo dalla Libia (da cui prende il nome) attraversa circa 550 miglia di Mediterraneo e giunge in quel lembo di territorio praticamente carico di acqua, e andando a sbattere contro le pietre calcaree delle mezzelune e nei suoi interstizi, attraverso la fase di condensazione si producono pellicole di acqua dello spessore di 6/10 di millimetro che comunemente chiamiamo rugiada e che, attraverso l’escursione termica giorno/notte, percola nel terreno mantenendolo costantemente umido. Sarebbe interessante uno studio approfondito sulla quantità d’acqua che viene condensata nell’Orto dei T’urat, così si chiama il posto con le mezze lune di muretto a secco, perché potrebbe essere un’arma contro la desertificazione applicabile anche da tutti gli altri. L’associazione culturale “L’ Orto dei Tu’rat” ha realizzato di un progetto pilota relativo alla costruzione di strutture arcaiche di condensazione in pietra ‘a secco’ denominate tu’rat (con la funzione di captare e riutilizzare le arie umide e le nebbie ai fini colturali secondo i principi dell’aridocoltura).
TECNICA PER LA COSTRUZIONE DI UN MURO A “SECCO” La costruzione della fascia incominciava con uno scasso del terreno per portare in luce la roccia viva sulla quale poi posare il muro. Questa operazione era eseguita con pale e picconi e il materiale asportato veniva depositato a monte dello scavo di fondazione, separando il terriccio dalle pietre. Questo procedimento permetteva di avere pietre disponibili pronte per incominciare il muro. La realizzazione di questo tipo di muro avviene con pietre di diverse dimensioni reperite possibilmente sul posto, montate e incrociate a secco, cioè senza l’ausilio della malta di calce. La pietra di fondo e lo scavo vengono chiamate “soglie” e rappresentano le fondamenta dei muri che hanno una larghezza variante a secondo dell’altezza della fascia da realizzare. La parte in elevazione viene innalzata con una pendenza verso l’interno di circa il 15%. La costruzione avviene a corsi, cercando di legare le pietre della facciata con quelle posizionate contro terra, inserendo elementi di punta, cioè con il lato lungo posto ortogonalmente all’asse del muro. Le pietre che vengono posate dovranno essere inclinate sensibilmente verso l’interno, per ridurre al minimo i rischi dello scivolamento e i buchi che si trovano tra una pietra e l’altra vengono riempiti con scaglie, ovvero pietre di piccole dimensioni a cui è affidato il compito di legare, cioè non permettere alle pietre di dimensione maggiore di spostarsi. L’utilizzo di queste piccole pietre (scaglie) è pertanto molto importante per la stabilità del muro in quanto servono per aumentare i punti di appoggio tra una pietra e l’altra eliminando così possibili situazioni di bilico. Una regola fondamentale per la costruzione di un muro è quella che sui piani che salgono bisogna sempre sfalsare i giunti per evitare che si formino dei pilastri indipendenti e per far si che il carico venga continuamente distribuito in tutte le direzioni. Ecco come si costruisce un muro a secco.