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lucillafiaccola1796 11 gennaio 2015 19:15
http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/01/strage-di-parigi-fenomenologia-della.html
STRAGE DI PARIGI: FENOMENOLOGIA DELLA MENZOGNA ISTITUZIONALE di Gianni Lannes
Chi è STATO? La strage nella sede del settimanale Charlie Hebdo, mi ha fatto tornare in mente l'incipit di un film di Sidney Pollack del 1975: I TRE GIORNI DEL CONDOR. Perché colpire un giornale di satira che critica il potere, un genere di espressione comunicativa ormai in via di estinzione quasi ovunque, soprattutto in Italia? Se sono stati i cosiddetti “terroristi islamici” secondo la maldestra versione delle autorità, perché proprio il 7 gennaio e non il 6 o il 25 dicembre? Sono stati assassini politicamente corretti e hanno rispettato la festa religiosa sacra per antonomasia al Cristianesimo?
La menzogna è l’indiscussa protagonista del discorso pubblico contemporaneo. Il potere delle parole è decisivo per la costruzione e il consolidamento del consenso sociale. Gli eventi attuali vengono organizzati in funzione della loro rappresentazione e proiezione mediatica. La sequenza automatica di questa perversa dinamica del potere è la seguente: evento, orrore, nemico. Per dirla con Derrida «la mediateatralizzazione è parte integrante dell’evento e concorre a determinarlo». Lo spettacolo, ovvero il messaggio finale è rivolto ai cittadini-spettatori-consumatori.
L’obiettivo è instillare la paura nell’opinione pubblica, mettendo repentinamente in campo misure straordinarie per difendere la presunta sicurezza e l’ordine pubblico. La dinamica è classica: distogliere l’attenzione generale da altri temi.
L’altra faccia della messa in scena è proprio quello che viene relegato - da chi controlla i mass media - fuori scena. Ad una verità strombazzata a reti unificate e standardizzata, corrisponde una verità taciuta. Verità rimossa equivale a verità negata. Oggi, anziché censurare una notizia, si può ottenere il medesimo effetto limitandosi a distorcerla.
Tema cruciale: informazione, o meglio disinformazione pilotata, vale a dire embedded, ed infine belligerante. C’è per caso in cabina di regia qualcuno che canta fuori dal coro? Non mi pare.
Tutto è iniziato a New York l’11 settembre 2001. Rammentate l’auto-attentato del governo a stelle e strisce, smascherato negli States da ricercatori liberi e indipendenti, anche se poi nell’Italietta delle banane c’è qualche paparazzo di moda italidiota che si è appropriato di farina altrui. L'operazione in macabro stile serviva ad invadere l'Iraq, fare strage degli autoctoni, bambini inclusi, ed infine rapinare il petrolio.
Inoltre, adesso, l’informazione è tramite e amplificatore dell’ideologia dominante. Essa si basa su luoghi comuni, su cliché e su metafore. L’insieme dei pregiudizi rappresenta la cornice concettuale entro cui si collocano le singole informazioni degli eventi. Sono queste griglie sociali sovraordinate a strutturare l’esperienza individuale per la moltitudine, vale a dire il senso comune. Prendete il caso delle stra-evidenti scie chimiche: quando i fatti non si adattano a tali schemi preordinati, sono questi ultimi a prevalere e i fatti vengono ignorati. In sostanza: schemi falsi di lettura della realtà hanno conseguenze molto significative e durature, dell’affermare cose non vere su un singolo avvenimento.
L’idea folle dei padroni del vapore è quella di far passare nella mente di ogni persona, che tutti gli immigrati sono potenziali terroristi. Per la cronaca, l’inventore della guerra di civiltà è il politologo nordamericano Samuel Huntington. A livello nostrano la vulgata razzista e xenofoba è quella che si rinviene negli ultimi scritti di Oriana Fallaci. La paura è la più potente arma di controllo delle masse. Gli illuminati sono i nemici del genere umano, ovvero di chi vuole schiavizzare l’umanità sotto un nuovo ordine mondiale. I musulmani sono nostri fratelli e nostre sorelle.
maria6326 14 gennaio 2015 03:16
Il delirio complottista ovunque, anche qui. Questi, anche se si pigliano il raffreddore è colpa della CIA e degli Illuminati. Ottenebrati.
renzo1391 14 gennaio 2015 10:38
Vogliamo fare una semplice considerazione?
a) Quelli che hanno fatto la strage di Charlie Ebdo e del mercato Kocher sono dei delinquenti e basta.
Quello che ha fatto e continua a fare Charlie Ebdo non dovrebbe essere consentito. Loro hanno appena dichiarato che bisogna difendere il DIRITTO DI BLASFEMIA.
Per cortesia, non confondiamo il diritto di satira con il diritto di offendere il sentimento religioso della gente, sia essa musulmana, ebrea, cattolica od altro.
La regola generale che deve essere al di sopra di ogni altra cosa è che il TUO diritto finisce dove comincia il MIO.
E se io sono credente, ho il sacrosanto diritto di non vedere insultata la MIA religione.
La tua satira può essere sfottente, anche dura, ma i DIRITTI delle persone NON SI TOCCANO.
simone3577 14 gennaio 2015 11:02
I dogmi vanno lasciati fuori dal dibattito politico o si mina la democrazia, la fiducia che ogni uomo ha nel poter rispettare l'opinione altrui perchè liberamente formata e non perchè religiosamente imposta. Quando questo non accade è necessario "liberare" quegli animi e attaccare ogni potere che si rifiuti di prestarsi ad un giudizio critico. La satira a questo serve. La satira non attacca il religioso, ma il potere che lo governa. Serve a far notare quanto esso è potente e quanto sia necessario dissacrarlo quando si espande fuori dai confini del sacro (ovvero nella vita politica). Nessuno fa satira del buddismo, perchè non è ingerente quanto cattolicesimo e islam.
Se la satira è fatta contro un potere autoritario e con intento di far riflettere, per riparare alla situazione, essa non deve avere alcun limite.
Un capo religioso saggio dovrebbe sapere che per proteggere il sentimento religioso dei suoi fedeli e la rispettabilità del suo credo, occorre tenere la religione staccata dalle cose terrene il più possibile. Viceversa, se si invischia, sa il rischio che corre e a lui dovrebbe essere ricondotta la responsabilità dell'inevitabile contrasto.
SaNteilBaNDITo 14 gennaio 2015 21:34
Francia - No, vaffanculo, io non sono Charlie!
Questa mattina i parigini e le parigine, e attraverso loro il mondo intero, si sono svegliati in un odore macabro di polvere da sparo. Alcuni fanatici religioni, non sono i primi, non saranno gli ultimi, hanno aperto il fuoco durante la riunione settimanale della redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. Una dozzina di morti e dei feriti, per la maggior parte si tratta di giornalisti e caricaturisti conosciuti da tutti e regolarmente presenti sui mass media, poi due sbirri, i quali, a differenza degli altri, ricevevano un salario per farsi sparare addosso. A parte forse qualche vecchio lupo di guerra, la prima reazione suscitata da questi avvenimenti è l’empatia di fronte al terrore di questo assalto. In effetti questo attentato, che è il più sanguinoso in Francia dai tempo di quello, fascista, del treno Strasburgo-Parigi del 18 giugno 1961, durante la guerra d’Algeria, non può che provocare sgomento di fronte alla determinazione ed alla fuga in avanti dei suoi perpetratori. Lo sgomento, allo stesso modo, di fronte all’infamia religiosa che distoglie, più che mai, una buona parte dell’umanità da una vera riflessione sul mondo che la circonda. A tutto ciò, per noi anarchici e rivoluzionari, viene ad aggiungersi lo sgomento per la sempiterna unione nazionale. Quell’unione nazionale che ci tirano fuori ogni volta che gli Stati hanno bisogno di carne da cannone proletaria. Perché sono sempre gli stessi quelli a cui viene chiesto di sacrificarsi sui sentieri della gloria, per interessi che non sono i loro, come la nazione, la “pace” o la repubblica, mentre quelli che prendono le decisioni si grattano la schiena contro gli stucchi dorati dei loro palazzi.
Ci hanno già giocato questo tiro cent’anni fa, nel 1914, esortandoci all’unità contri i “crucchi”, o qualche anno fa con il “caso Merah” [1], ed oggi è lo stesso. Padroni e lavoratori, prigionieri e secondini, sbirri e “delinquenti”, ricchi e poveri, tutti uniti mano nella mano per osservare il lutto nazionale. Oggi non ci sono più classi, non ci sono più barriere fra le persone e nemmeno barricate, nonostante centinaia di migliaia di persone sfilino nelle strade di tutta la Francia (e anche altrove). Ma, in fin dei conti, tutto questo serve a chi? Certamente non agli indesiderabili che popolano le strade di Parigi e del mondo. All’improvviso, il terrorismo di Stato, il terrorismo repubblicano e democratico, i terroristi del denaro versano le loro lacrime di coccodrillo e si fanno passare per i gentili; i jihadisti servono loro quest’opportunità su un vassoio che prende le proporzioni dell’universo, ad un tal punto che adesso ci manca soltanto il maresciallo [Pétain, NdT] per prendere la testa dell’organigramma. Ma oggi non si tratta di recuperare l’Alsazia e la Lorena, si tratta di “difendere i valori della laicità e della libertà d’espressione”. Tutta merda, insomma, per noi che vogliamo distruggere tutte le religioni e che rifiutiamo ogni libertà di espressione per chiunque porti una cravatta, una sottana di religioso oppure qualunque altra uniforme o titolo di nobiltà.
Tutti ci vanno giù col loro piccolo commento lacrimevole; ogni partito, ogni organizzazione di ogni sponda possibile ed immaginabile, inclusi i libertari [2], ci vomita ancora il discorso trito e ritrito dei “barbari” all’assalto del “vivere insieme”.
Ma cos’è precisamente un barbaro?
Soffermiamoci un attimo su questo termine. Dal greco bàrbaros (“straniero”), questa parola era usata dai Greci antichi per designare le popolazioni che non appartenevano alla loro civilizzazione, definita attraverso la lingua e la religione elleniche. Il barbaro è quindi l’altro, quello che non condivide la stessa minestra oppure quello che non la mangia allo stesso tavolo. Montaigne diceva: “Chiamiamo barbarie ciò che non è nei nostri costumi”. Come abbiamo già detto altrove, noi non conosciamo barbari, conosciamo solo degli individui che sopravvivono nel seno di questa civilizzazione morbosa. Non conosciamo nessuno che sia al di fuori, conosciamo sì degli esclusi, ma essi non potrebbero essere più dentro di quanto sono già. I “barbari” di oggi sono ben lungi dall’essere fuori dalla civilizzazione, anche se per i suoi difensori può probabilmente essere rassicurante pensarlo. Esattamente come la famosa “gang dei barbari” [3] a suo tempo, essi sono dei puri prodotti della civilizzazione. Ne conoscono i codici, ne utilizzano gli strumenti, e non sono molto lontani da quelli che, ipocritamente, li fustigano. Perché non fa una gran differenza, in fondo, se gli assassini portano un’uniforme verde oppure nera, se gridano “viva la democrazia” o “Allahu akbar”, se portano una bandiera tricolore o una jihadista, se vengono sanzionati dall’opinione pubblica oppure no, se i loro massacri sono legali oppure illegali, se ci massacrano per portarci il loro Illuminismo oppure la loro oscurità. Commettendo le loro macabre gesta, si mettono tutti allo stesso livello, a partire dal momento in cui rifiutano all’individuo di realizzarsi come meglio crede.
Il terrorismo non è una pratica barbara, è una pratica altamente civilizzata, la democrazia non è forse nata dal Terrore? È per questa ragione che bisogna combattere il terrore allo stesso modo della civilizzazione che lo produce e ne ha bisogno, dai “settembristi” del 1792, alle pene di prigione sterminatrici e a Daesh, oggi. Chi sono, quei porci in cravatta che mandano i loro eserciti all’assalto delle popolazioni della Repubblica Centrafricana, dell’Afghanistan e di altri luoghi e che oggi ci danno lezioni di pacifismo quando dodici persone vengono assassinate a Parigi? Sono esattamente tutti quelli che in questi giorni sfilano in TV per versare qualche lacrima a costo zero, per guadagnare o non perdere uno o due miserabili punti in più nei loro altrettanto miserabili sondaggi d’opinione.
Oggi non siamo Charlie più di ieri e la morte non trasforma i nostri avversari o i nostri nemici di ieri in amici di oggi; lasciamo questa visione del mondo alle iene e agli avvoltoi. Non abbiamo l’abitudine di piangere sulle tombe dei giornalisti (anche quelli vagamente alternativi o libertari) e degli sbirri, perché è da molto tempo che abbiamo riconosciuto i media e la polizia come le due armi essenziali di questo terrorismo civilizzatore, da una parte con la fabbricazione del consenso, dall’altra con la repressione e l’imprigionamento. Ecco perché rifiutiamo di piangere dei lupi insieme ad altri lupi o anche insieme alle pecore.
Quei predatori che ci esortano oggi a piangere in coro con loro, a dichiarare “Io sono Charlie”, quegli stessi predatori in giacca e cravatta che sono responsabili dell’affermarsi di gruppi e movimenti orribili come Al Quaeda e Daesh, vecchi alleati delle democrazie occidentali contro i precedenti pericoli, prima di prendere un posto di rilievo sul podio dei pericoli geostrategici d’oggi. Quegli stessi schifosi che ogni giorno, nei loro tribunali, i loro commissariati, le loro prigioni, assassinano, rinchiudono, mutilano e sequestrano quelle e quelli che non seguano il sentiero tracciato che essi ci impongono a colpi di manganello e di istruzione. Quegli stessi essere civilizzati che fanno morire ogni giorno alle loro frontiere quelle e quelli che cercano di fuggire la miseria e le guerre che provocano proprio loro, oppure i loro nemici attuali, salafisti e consorti.
Quegli schifosi lì, non abbiamo nessuna voglia di vederli continuare a civilizzarci o sopprimerci, e ancora meno di fare blocco insieme a loro. Perché è contro di loro che vogliamo fare blocco, contro di loro e tutti quelli che, con diversi pretesti, religiosi, politici, comunitaristi, interclassisti, civilizzatori e nazionalisti, non ci vedono che come pedine da piazzare, da sacrificare, su una scacchiera immonda ed assurda. È una buona idea, oggi come ieri e come domani, ricordare le parole di Rudolf Rocker, quando affermava che “gli Stati nazionali sono in pratica organizzazioni di Chiese politiche; la cosiddetta “coscienza nazionale” non è innata nell’uomo, ma è costruita in lui da un deliberato addestramento. È un concetto religioso per cui si è francese o germanico o italiano allo stesso modo che si è cattolico o protestante o ebreo” [4] .
Ciononostante, non si tratta di sminuire il pericolo rappresentato da quei pazzi di Allah, questi innamorati dell’auto-sottomissione e del masochismo morale. E se oggi siamo completamente superati dalla loro capacità di reclutare un po’ dappertutto per andare a farsi saltare in aria a destra e a sinistra, bisognerà porsi delle domande a questo proposito, per uscire dall’incomprensione. Ciò senza cedere alle sirene di quelli che vogliono dividerci ancor di più, generalizzando a partire da un’infima parte dei mussulmani, senza cedere cioè alla stigmatizzazione di tutta una popolazione, per arrivare al preteso “scontro di civilizzazioni” che li fa tanto sognare, concretamente la guerra civile, delle cui conseguenze possibili per noi tutti probabilmente non si rendono conto.
E cosa dire di quell’uomo delle pulizie crivellato di pallottole, giustiziato freddamente, che non aveva chiesto niente a nessuno? Chi se ne preoccupa? Probabilmente non aveva un’utenza Twitter, probabilmente non aveva degli agganci all’interno dello spettacolo moderno, non aveva un nome, una faccia, nessun amico che lo pianga in televisione. Non era Charlie. Non è che un danno collaterale di qualche folle di dio dal grilletto illuminato, come tanti altri, di questi tempi, come i milioni di vittime collaterali degli Stati, attraverso il mondo. È a lui che vanno i nostri pensieri questa sera.
Una cosa è sicura, non c’è nulla da scegliere fra la peste ed il colera, fra un qualunque dio con i suoi profeti sgozzatori, crocifissi o massacratori e un qualunque Stato di merda con i suoi sbirri ed i suoi militari assassini. Rifiuteremo ancora, e sempre, l’ingiunzione a scegliere fra diverse forme di schiavitù e di sottomissione. La scelta che vogliamo fare non potrà venire che da noi stessi ed è quella della libertà.
In questa epoca di disperazione, di fronte alla pseudo “unità nazionale”, di fronte alla guerra civile, alle jihad dei fanatici e alle “guerre pulite” degli Stati, dobbiamo riportare la guerra sociale al centro dello scenario, fino a che lo scenario bruci.
7 gennaio 2015,
Alcun* anarchic*
Note:
[1] Nel marzo 2012 Mohamed Merah, un fanatico islamista, uccide, in tre momenti diversi, 7 persone (fra cui tre bambini) a Tolosa e Montauban; si veda a proposito questo testo, in francese: Terreur et union nationale; NdT.
[2] Un piccolo gioco: questa dichiarazione è tratta dal comunicato del Gruppo J.B Botul della Fédération Anarchiste oppure dal discorso di François Hollande? “I nostri compagni di Charlie Hebdo hanno pagato un pesante tributo alla libertà d’espressione. Fra le vittime ci sono anche numerosi poliziotti. Rendiamo omaggio e tutti e tutte queste vittime. […] gli anarchici rispettano la libertà di credenza religiosa se essa ha luogo all’interno del quadro di una repubblica laica”.
[3] Nel gennaio 2006, un gruppo di una ventina di persone, che verrà chiamato “gang dei barbari”, rapisce Ilan Halimi e chiede un riscatto. Il giovane verrà torturato per tre settimane, fino alla morte, perché ebreo; NdT.
[4] R.Rocker, “Nazionalismo e cultura”, Vol. 1, Edizioni Anarchismo, Catania, 1977, p. 185; NdT.
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