Lucio Musto
16 marzo 2006 00:00
A prescindere dal solito intervento imbecille del solito imbecille, questa volta mi sembra davvero di essere in un forum in cui ci sia qualcosa da meditare, da imparare, da discutere serenamente e coscienziosamente per chiarire le idee proprie e tentare di contribuire al coagularsi di quelle di altri.
Per seguire il mio modo di ragionare comincerò col cercare i punti focali del discorso. Mi pare che siano il concetto vita-morte, il significato di eutanasia, la definizione di “accanimento terapeutico”.
Mi pare anche che pregiudizialmente si voglia prescindere da condizionamenti morali e/o dettami dottrinali e religiosi.
La morte è unanimamente riconosciuta come mistero, la vita si manifesta come mistero inevitabilmente per tutti, anche per quelli che positivisti estremi, cercano di darsi un tono di assoluta sprezzante sicurezza. E’ esperienza di tutti noi, spesso dolorosa esperienza, il rilevare come amici e conoscenti che da sempre avevamo conosciuto come graniticamente sicuri di sé sciogliersi, ad una qualche svolta della loro esistenza, in un lago di debolezza ed incertezza.
Da vita imprevedibile e morte misteriosa non può che derivare un binomio concettuale vita-morte affatto personale e per di più instabile nel tempo.
Cosicché dovremo pensare che se ognuno dovrebbe eticamente essere libero di auspicare per sé una fine piuttosto che un’altra, egualmente dovrebbe essere libero di cambiare idea quando sente di farlo, ogni volta che sente di farlo.
Ma è giusto che sia così?... o meglio, è umanamente ineccepibile il concetto di non-interferenza nella volontà del singolo?... questo è il primo scoglio da superare nella nostra analisi.
Mi spiegherò meglio con una riflessione. La più parte dei gesti estremi, il suicidio per esempio, ma anche azioni meno definitive come il lasciare la casa paterna ed arruolarsi nella “Legione straniera” (esiste ancora?), o semplicemente lo sbattere la porta e chiudere i ponti col passato, non sono di solito frutto di attente valutazioni, ma più spesso di passioni scatenate da motivazioni minori, esplosioni di rabbia o di dolore o di insofferenza o di disperazione.
Col massimo rispetto di ognuno, l’amico che ti strappa dal ponte da cui stai per buttarti e ti stordisce con un pugno, viola la tua libertà individuale o ti protegge da un “te stesso” alterato tanto da non essere più ancora “te stesso”? … Ti fa “perdere un occasione” irripetibile, magari solo perché non avrai più il coraggio di riprovarci, o ti fa un favore?
Questa è una domanda senza risposta, ma solo con una giustificazione.
L’amico che ti strappa dal ponte lo fa perché ti ama, non vuole perderti, non vuole che “tu” faccia una cosa che “per lui” è sbagliata.
In definitiva lo fa per sé e per la sua coerenza, non per te. Ma possiamo definirlo egoismo?
L’aspetto, dicevo è complesso e variabile nel tempo. Una leggina che si potrebbe fare, (e magari sarebbe anche educativa), che obbligasse tutti noi ad andare a diciott’anni, e poi ogni volta che vogliamo cambiarla, dal notaio a dichiarare come si vuol essere trattati in malattia, in fin di vita e dopo morti servirebbe a poco. Perché ci sarebbe sempre il ragionevole, umanissimo dubbio, da parte dell’operatore sanitario deputato al gesto estremo nei tuoi confronti:
«Ma sarà davvero questa, la sua volontà in questo momento?... e se avesse cambiato idea e non avesse avuto il tempo di andare dal notaio?...»
Inevitabilmente, ineluttabilmente (ed è giusto che sia così) chi stacca la spina lo fa e continuerà a farlo sulla sua sofferenza, sulla personale angoscia. Ci spiace, ma è il suo lavoro.
L’eutanasia, la “dolce morte” è la consapevolezza scientifica che per quel paziente non c’è più nulla da fare, ragionevolmente, e che quindi sia “meglio che muoia”.
uando, è giusto intervenire per accelerare la fine della vita di una persona che soffre?. Quando, chi, e come decide che “per tizio” è meglio morire che continuare a vivere?... in base a quali parametri, se i parametri non li ha, o almeno non li ha tutti?
Identicamente come per l’aborto:
«per quel feto è meglio essere eliminato che avere una possibilità di vita»…
chi posso essere io per affermare questo in coscienza?... al massimo posso ipotizzarlo per la madre, e per oggi. Per domani, nemmeno per la madre.
E come posso stabilire “preferibile” il passaggio dalla vita alla morte del sofferente, se non so cosa ci sia “al di là”, o se ci sia davvero qualcosa o “nulla” e il “nulla” sconosciuto sia preferibile al dolore che io posso ancora prolungare?
Sarò un matematico e non un medico, scusatemi, ma la proposizione la vedo indimostrabile!
L’accanimento terapeutico è invece un orco tecnologico. Ma con una giustificazione sua propria e radici remote, molto lontane dal momento in cui si decide di non esercitarlo più su quell’essere vivente, ancora e forse, che abbiamo di fronte.
Parte da quel malditesta che avevo stamattina. Ho preso un antidolorifico e non mi è passato, mi si è solo affievolito un po’. Che faccio, di antidolorifico me ne prendo un altro?
Se c’è la medicina, perché non provare?
Basta allargare un “attimino” l’orizzonte e la mente speculativa ed onesta arriva facilmente alle conseguenze drammatiche e responsabili di una vita che fa spegnendosi.
«Lenisco il dolore ben sapendo che ha controindicazioni pesanti?».
«Provo con un’altra “bomba” per cercare di tenerlo ancora in vita, nella sofferenza, qualche altra ora, o abbandono lasciando che la natura faccia il suo corso?»
«E se poi questa spintarella in più smuove qualche riserva nascosta di vitalità e questo si riprende inspiegabilmente e campa altri dieci anni?...»
Sono i tormenti quotidiani dei medici delle terapie intensive e di quelli dei pazienti in fase terminale:
«Certo ai miracoli non ci crediamo più, non ci crede più nessuno, ma quelli, i miracoli, continuano a succedere e non sappiamo perché!... e se questo fosse uno di quei casi assurdi, ma reali?...»
Ed ecco che il medico chiede al figlio, al nipote ignorante ma buono, di dividere la sua, di ignoranza, al marito angosciato di condividere la sua angoscia di professionista dubbioso là dove la scienza trova il suo limite.
La morte non può essere sconfitta!, giustamente fa intendere il nostro Autore parlando della suprema nostra battaglia, “e fortunatamente!”, occorre un po’ cinicamente aggiungere: non siamo preparati, come specie, all’assenza della morte.
La morte, per quanto ne sappiamo, è parte imprescindibile della nostra vita!
Ma parlarne è fuori del nostro tema, per ora.
Ma più oltre egli si preoccupa concretamente di una «… defezione scellerata di massa del fronte della vita in favore della morte», e si chiede, e ci chiede: «come è possibile tutto questo?».
Non lo so. Non so rispondere. Io, come lui, sono un amante della vita. Io, come lui, vorrei che tutti, vivessero per sempre. Io, come lui vorrei che tutti fossero sani, e felici.
Ma il mio corpo, ancorché ancora sano, no. Il corpo di alcuni malati gravi che ho visto, no. Non ambiscono a vivere ancora, questi corpi, non desiderano più un futuro, non ancora sole, ancora rugiada, ancora mattino, e meriggio, e sera, e notte…, finché sia di nuovo mattino.
La libertà personale.
Il diritto di scegliere.
L’istinto a proteggere quello che so di te: la tua vita.
Il dovere di scegliere per un altro.
Il dubbio di amare l’altro nei suoi desiderata, nel farlo vivere, o non più vivere….
Ci sono tutti, nel nostro quotidiano.
Fuori, rimane solo quest’ultima, angosciosa consapevolezza. Perché c’è un momento o, peggio, più momenti della nostra vita, in cui ci diciamo: «adesso, basta. Non voglio vivere più!»?
Questa consapevolezza l’abbiamo sperimentata in molti, la vediamo chiaramente in altri.
Perché?
Non c’è motivo organico che giustifichi questo. Non un enzima, non un impulso genetico, non un neurotrasmettitore è stato ancora scoperto che suggerisca alla vita di finire.
I bravi, onesti, pii medici di famiglia di un tempo, quando la medicina era più arte magica e meno scienza di adesso, ad un certo punto della malattia del loro paziente alzavano le braccia al cielo ed onestamente ammettevano: «Abbiamo fatto il possibile, il resto è affidato a Dio ed alla sua voglia di vivere!...» e si ritenevano soddisfatti del loro operato.
Oggi, per quanto riguarda il disegno di Dio ognuno ha il suo parere e non ci spenderò una parola di commento.
Per quanto riguarda la “voglia di vivere” del paziente siamo esattamente nelle stesse braccia dello stesso mistero in cui si imbattevano i medici di un tempo.
E sarà buon consiglio alzare anche noi le braccia a ripetere il loro gesto propiziatorio: magari se vogliamo, cambiando l’esclamazione scaramantica.
Ho inteso dire, da qualcuno pieno di fede, che il desiderio della fine è proprio dell’anima che ha intuito il profumo dell’aldilà, e ci tende.
Anche qui, come sempre, ci sono quelli più fortunati degli altri!
Con cordialità.
Lucio Musto 16 marzo 2006 parole 1445
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