Cannabis terapeutica in Piemonte: un diritto sulla carta, un ostacolo nella realtà

Avere la cannabis terapeutica gratuitamente in Piemonte è, almeno sulla carta, un diritto riconosciuto. La Regione ha approvato già nel 2015 una legge (n. 11 del 15 giugno 2015) che recepisce il decreto del Ministero della Salute e prevede la rimborsabilità del farmaco a carico del Servizio Sanitario Regionale per specifiche patologie. Nella realtà, però, ottenere concretamente il farmaco senza pagarlo di tasca propria si rivela un percorso tutt'altro che semplice.
Come riporta La Stampa, l'iter burocratico è complesso: occorre una prescrizione specialistica, l'erogazione avviene esclusivamente tramite le farmacie ospedaliere delle ASL o strutture autorizzate — non tutte le farmacie del territorio sono abilitate — e i tempi di attesa possono essere lunghi. Il medico di base può prescrivere la cannabis a carico del SSR solo se dispone di un piano terapeutico redatto dallo specialista ospedaliero. Le patologie ammesse al rimborso sono tassativamente elencate: dolore cronico refrattario alle terapie convenzionali, spasticità da sclerosi multipla o lesioni midollari, nausea da chemioterapia, cachessia in pazienti oncologici o con AIDS, glaucoma resistente ai trattamenti standard, sindrome di Tourette.
Chi non rientra in questi casi, o chi ha difficoltà a seguire l'iter istituzionale, è costretto ad acquistare il farmaco privatamente, con costi che possono raggiungere diverse centinaia di euro al mese. Una situazione che le associazioni di pazienti denunciano da anni come inaccettabile, sottolineando come la regione non abbia nemmeno creato una banca dati per monitorare quante persone utilizzino la cannabis terapeutica né per pianificare in modo adeguato l'approvvigionamento.
Le conseguenze concrete di questo vuoto organizzativo emergono in tutta la loro gravità da un episodio recente. Una quarantenne piemontese, malata di cancro e affetta dalla sindrome di Ehlers-Danlos, seguita dall'ASL To5, non è riuscita a ottenere i preparati a base di cannabinoidi attraverso la rete pubblica regionale — pur avendone diritto — e si è rivolta, tramite la propria medico, a una farmacia privata emiliana. Risultato: è stata convocata per due ore in una caserma dei Carabinieri nell'ambito di un'indagine sulla stessa farmacia ferrarese, sospettata di irregolarità nella distribuzione. A suo carico non è stato ipotizzato alcun reato, ma ha dovuto rispondere a domande sulla propria patologia, sui farmaci assunti e sulle modalità di acquisto — dati sanitari che dovrebbero essere tutelati dalla massima riservatezza.
Il caso mette in luce una contraddizione strutturale: la cannabis terapeutica è legale e prescrivibile, ma la sua spedizione a domicilio resta vietata da una circolare del Ministero della Salute, confermata anche dal Consiglio di Stato. Quando il canale pubblico non garantisce l'accesso effettivo al farmaco, i pazienti sono spinti a cercare soluzioni alternative, ritrovandosi poi esposti a conseguenze che nulla hanno a che fare con la loro condizione di malati.
L'accesso alla cannabis terapeutica rimane disomogeneo su tutto il territorio nazionale. Il Piemonte fu tra le prime regioni a legiferare in materia, ma le difficoltà di approvvigionamento e la rigidità burocratica continuano a rendere la tutela del diritto alla cura più teorica che pratica.