Dichiarazione di Chisinau: il Consiglio d'Europa allenta i diritti dei migranti
I ministri degli Esteri dei 46 Stati membri del Consiglio d'Europa, riuniti a Chisinau (Moldova), hanno adottato la cosiddetta Dichiarazione di Chisinau, un documento politico che ridefinisce l'applicazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo nel contesto della gestione dei flussi migratori. Come riporta Euronews, la dichiarazione introduce una nuova interpretazione di alcuni articoli chiave della Convenzione che potrebbe facilitare l'espulsione di migranti, anche verso "centri di rimpatrio" in Paesi terzi.
Il testo afferma che gli Stati hanno "l'indiscutibile diritto sovrano" di controllare l'ingresso e il soggiorno dei cittadini stranieri nel proprio territorio e che è importante che possano "adottare nuovi approcci per affrontare e potenzialmente scoraggiare la migrazione irregolare". Tra gli strumenti esplicitamente citati figurano l'esame delle domande di protezione internazionale in un Paese terzo, i centri di rimpatrio fuori dai confini europei e la cooperazione con i Paesi di transito — un riferimento diretto al modello degli hub albanesi promosso dal governo italiano.
La dichiarazione è il risultato di un'iniziativa avviata nel maggio 2025 da Italia e Danimarca, alla quale hanno successivamente aderito Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. I negoziati erano stati avviati formalmente a dicembre 2025 durante una conferenza informale dei ministri del Consiglio d'Europa a Strasburgo, su input del segretario generale Alain Berset.
Il documento specifica le tutele previste dall'articolo 3 della Convenzione (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti) e dall'articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare), chiarendo come questi diritti si applichino nei casi riguardanti i migranti presenti nei territori degli Stati membri. Gli Stati firmatari si impegnano formalmente a sostenere l'indipendenza della Corte europea dei diritti dell'uomo e a conformarsi alle sue sentenze.
Il testo riconosce tuttavia che in diversi Stati esistono "sfide significative e complesse legate alla migrazione, alcune delle quali impreviste al momento della stesura della Convenzione", e che una risposta inadeguata "potrebbe indebolire la fiducia del pubblico nel sistema della Convenzione". Una formulazione che, secondo i critici, apre la strada a una progressiva erosione delle protezioni garantite dallo strumento fondamentale per la tutela dei migranti in Europa, adottato nel 1950.
Il governo italiano ha accolto il risultato come una legittimazione della propria politica migratoria. Va ricordato che appena a gennaio 2026 il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Michael O'Flaherty, aveva denunciato proprio il declino dei diritti in Italia, attribuendo alle pressioni italo-danesi il progressivo arretramento delle tutele per i migranti a livello europeo.