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RISO OGM. NO ALLA TECNOFOBIA. SI' ALLA SPERIMENTAZIONE E ALLA EVENTUALE COMMERCIALIZZAZIONE
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Comunicato 
6 febbraio 2007 0:00
 

Firenze, 6 febbraio 2007. Siamo un continente in preda alla tecnofobia. I pregiudizi e le paure fomentate dai produttori, spesso paventando questioni economiche ed ambientaliste, finiscono per dettare norme proibizioniste e retrograde come quelle in vigore nella Ue. Contro i prodotti geneticamente modificati si e' da tempo scatenata una crociata nel nome di tutto cio' che e' "naturale", al fine di preservare la posizione dominante di molti produttori che hanno difficolta' a misurarsi col progresso della scienza. E' il caso del riso Ogm (LLRICE601), oggi oggetto del piu' netto rifiuto di numerosi produttori guidati da Greenpeace. La notizia e' che riso ogm di origine Usa sarebbe presente -non previsto- in partite di produzione e commercializzazione ordinaria. E i produttori -sostiene sempre Greenpeace- "stanno affrontando ingenti costi in termini economici per analisi e ritiri dal mercato, ordini annullati, bandi alle importazioni, e per la sfiducia dei consumatori".
A fronte di un prodotto che, fino a prova contraria, e' innocuo per la salute dell'uomo (come ribadito dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti), c'e' da chiedersi se i danni denunciati da Greenpeace non siano soprattutto dovuti ad una caccia alle streghe. Se non fossimo in preda al panico per qualche chicco di riso geneticamente modificato -ma lo avessimo gia' studiato ed eventualmente ne avessimo autorizzato la coltivazione- probabilmente non vi sarebbero analisi e ritiri dal mercato, annullamenti di ordini, la sfiducia dei consumatori, e cosi' via.
Ci pare che i produttori di riso europei (ma non solo) stiano proteggendo il loro business da quello dei concorrenti, in particolare Usa, usando una tipica arma contro il mercato, il protezionismo. Se, come e' prevedibile che accada, in Usa ci sara' l'autorizzazione alla commercializzazione del riso Ogm (meno costoso, piu' facilmente coltivabile e di qualita' piu' uniforme), i produttori europei subirebbero un grosso colpo, essendo rimasti indietro sulle nuove tecnologie: venderebbero sul mercato interno dove vigono i divieti, ma sarebbero non concorrenziali in tutti i luoghi del mondo dove non ci sono questi divieti.
Con questo non si vuole scusare il comportamento di chiunque abbia propagato senza autorizzazione questa nuova tecnologia. Riteniamo che questo possa e debba avvenire solo attraverso una corretta etichettatura e dietro autorizzazione. Ma il totale rigetto dell'Europa per questa tecnologia -addirittura della sua sperimentazione, come dice Greenpeace- non puo' che incoraggiare in futuro "incidenti" quali quello denunciato oggi.
Pietro Yates Moretti, consigliere Aduc
Pubblicato in:
Consulenza
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