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Dalle trincee di San Martino del Carso 1915-1916
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Articolo di Annapaola Laldi
9 dicembre 2014 9:33
 
 Ripensando alla Grande Guerra, leggendo le testimonianze su di essa di chi vi partecipò e ne descrisse le quotidiane atrocità, e confrontando tutto ciò con quanto accade oggi, a cent’anni di distanza, viene da dire che, davvero, il peggio è un pozzo senza fondo. La stupidità, lo spirito di prevaricazione, la crudeltà, che albergano nell’animo dell’essere umano, che in alcune nobili tradizioni è pur considerato il “coronamento della creazione”, sono di così vasta portata che forte è la tentazione di arrendersi, di dire “tutto è perduto”.
Ma no, non me la sento di cedere al disfattismo, e, anche se credere nella capacità della creatura umana (a cominciare da me) di ridestarsi alla luce dell’intelligenza e al calore della compassione, scoprendo nell’altro, nell’altra, il fratello e la sorella, fosse una causa persa, sarebbe pur sempre una nobile causa – degna di animare tutta una vita.

E’ in questa prospettiva che offro alla riflessione di coloro che si soffermeranno qui alcuni spunti sgorgati dalla penna (guidata dalla ragione e dal cuore) di due poeti, Giuseppe Ungaretti e Gustav Heinse, che, nella guerra 1914-1918, vestirono rispettivamente la divisa italiana e quella asburgica, e si fronteggiarono nelle trincee di San Martino del Carso.
I primi due brevi scritti sono riflessioni in prosa sul tema della fraternità: quello di Ungaretti risale al 1966 ed è la dedica  da lui lasciata all’inaugurazione, a Gorizia, degli Incontri culturali mitteleuropei  ; quello di Heinse è tratto dal volume il monte in fiamme; seguono poi tre poesie, le prime due di Heinse, la terza, col suo incedere di Requiem, quella per noi famosa di Ungaretti.

Fraternità:

La dedica di Giuseppe Ungaretti:
«Il nome di Gorizia non era il nome di una vittoria, non esistono vittorie sulla terra se non per illusione sacrilega, ma il nome di una comune sofferenza, la nostra e quella di chi ci stava di fronte e che dicevamo nemico, ma che noi, pur facendo senza viltà il nostro cieco dovere, chiamavamo nel nostro cuore fratello» (Gorizia, 28/5/1966)


La testimonianza di Gustav Heinse:
«[…] Gli orrori che vivevo rafforzavano giorno dopo giorno il mio orientamento pacifista, tanto più perché l’uniforme che portavo era per me una veste di Nesso. In essa mi sentivo a disagio, o meglio infelice, e al fronte profondamente angustiato, perché stavo di fronte ai miei fratelli, ai miei veri fratelli, dato che per parte di madre sono italiano […]».


Dalle trincee di San Martino del Carso:

Gustav Heinse

«San Martino del Carso, 25 novembre 1915

Razzi riducono la notte a brandelli.
Si fa chiaro sopra i crateri.
Con volti sfigurati
I giovani si scrutano.

Il fronte è attivo, così bianco e rosso.
Non pensano a nulla, neanche alla morte,
solo a una cosa: a tenersi ben saldi al terreno.
Protegge, ha buche e fossati e falde.

Qualcosa si muove là avanti. E’ sospetto.
Colpo su colpo …
Più forte il rombo, più violento il fuoco.
Scoppio su scoppio
Accanto alla trincea, nei reticolati.
Furioso sibilare e fischiare e miagolare …

Vedremo mai il giorno che verrà?
Più vicino e ancora più vicino si fa il temporale.
Volano detonatori, pietre e schegge.
Mine, shrapnel, richiami, grida:
“Soccorso, qui delle barelle!”
Incrociarsi di voci e lamenti
Domande: “Che c’è?”
Imprecazioni – “Niente!”
Dalla posizione un corriere di corsa:
“Il terreno antistante al bagliore dei razzi è libero,
esplosione di una mina in trincea,
morti …”
»


«San Martino. Settore B, 20 febbraio 1916

E vengono giorni quieti, sereni,
quando sì e no esplode un colpo,
uno shrapnel o una granata.

Nella scarpata si rivedono fili d’erba
E sul pianoro dei fiori.
Insopportabili sono soltanto i tascapane
Nei reticolati.

Ma nelle notti, nel cavallo di Frisia
Le mani lacerate
E i berretti al vento
Non si vedono più.

Si potrebbe dimenticare che i giorni per noi sono contati,
tanto sono belli;
fintanto che i riflettori non saettano
e nelle doline le bocche non brillano di pesanti cannoni
»


… e Giuseppe Ungaretti:

«San Martino del Carso
Valloncello dell’Albero Isolato il 27 agosto 1916
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato
»


Nota:

La traduzione degli scritti di Heinse è di Paola Maria Filippi, che si ringrazia per il permesso accordato alla pubblicazione, da: Gustav Heinse, Il monte in fiamme (a cura di Paola Maria Filippi), Kolibris edizioni, Ferrara 2013, pp.6s, 30-31, 65).

Ed ecco i testi originali delle poesie di Heinse:

San Martino del Carso, den 25. November 1915

Raketen reißen die Nacht in Fetzen.
Hell wird es über Trichtern.
Mit entstellten Gesichtern
Sehn sich die Jungen an.

Die Front ist ruhig, so weiß und rot.
Sie denken an nichts, auch nicht an den Tod,
nur an eins: sich fest an die Erde zu halten.
Sie schützt, sie hat Löcher und Graeben und Falten

Es rührt sich vorne. Es ist nicht geheuer.
Einschuß auf Einschuß …
Stärkeres Dröhnen, schaerferes Feuer.
Einschlag auf Einschlag
Nahe dem Graben, in den Verhauen.
Wütendes Zischen und Pfeifen ind Miauen …

Erleben wir noch den morgigen Tag?
Näher und naeher kommrt das Gewitter.
Es sausen Zünder, Steine und Splitter.
Minen, Schrapnelle, Rufe, Geschrei:“Sanitaet, Feldtragen herbei!“
Stimmengewirr und Klagen
Fragen „Was gibt’s?“
Flüche --: „Nichts!“
Aus der Stellung eilender Bote;
„Vorfeld im Schein der Raketen ist rein,
Explosion einer Mine im Graben,
Tote …“.

e

San Martino. Abschnitt B, den 20. Februar 1916

Es kommen stille, freundliche Tage,
wo kaum ein Schuß fällt,
kaum ein Schrapnell oder eine Granate.

Auf der Boeschung sind wieder Gräser
und im Gelaende Blumen zu schauen.
Unertraeglich sind nur die Aeser
In den Verhauen.

Aber in den Nächten, im spanischen Reiter
sind die zerfetzten Haende
und die wippende Muetze
nicht mehr zu sehn.

Man koenne vergessen, dass uns die Tage bemessen,
so sind schoen;
wenn nicht bisweilen Scheinwerfer flitzen
und in den Dolinen die Muendungen blitzen
schwerer Geschuetze.
 
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