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LODE DEL DISSERVIZIO. OVVERO: QUANDO GLI INTOPPI SONO PROVVIDENZIALI
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Articolo di Annapaola Laldi
1 settembre 2003 0:00
 
Suvvia, tessiamo, una volta tanto, la lode del disservizio.
Una volta tanto, certamente, ma per quella volta, almeno, nella vita in cui il ritardo di un treno, l'incomprensione di un operatore, il rifiuto di una macchina a elaborare un dato ha mandato a monte un'operazione che, anche se ci sembrava tanto importante e desiderabile, in fondo in fondo non ci convinceva.
Chi non ha, a pensarci bene, un esempio da portare? Dal piu' banale a quello che s'impone perche' si e' scampata una tragedia -il treno ha ritardato, ho perso l'aereo ... che e' precipitato di li' a poco. In questo caso: accidenti alle ferrovie o benedette le ferrovie? La trama della vita e' intessuta anche di fili di questa specie. Quanto ne siamo consapevoli? Quante volte ci impuntiamo su una cosa andata storta solo perche' vogliamo avere ragione a tutti i costi, mentre gia' dentro di noi l'evidenza ci dice che e' meglio cosi'? E quante volte, quando abbiamo ottenuto cio' che volevamo smuovendo mari e monti, partendo lancia in resta contro il disservizio -che pure esisteva-, non abbiamo dovuto constatare che la nostra vittoria ci ha aperto uno scenario irto di difficolta' che non ci eravamo assolutamente immaginati?

Per quanto mi riguarda, l'ultimo benemerito disservizio l'ho incontrato a fine luglio e ha per oggetto il cellulare.
Una premessa e' d'obbligo. Devo dire che, fino dalla sua comparsa, ho visto questo marchingegno come un emerito spione che fa si' che ti scovino in ogni dove e in ogni momento, pena la colpevolizzazione se non lo tieni acceso -da quella lieve, appena sussurrata ("Ma non ti si trova mai!") a quella piu' massiccia e ricattatoria ("Se lo tieni spento mi fai stare in pensiero"). Sono stata assolutamente priva di telefonino fino a due anni fa, quando, portando in una campagna piuttosto isolata il bambino di una mia amica, per un senso di responsabilita' verso di loro, chiesi a un amico comune se mi prestava il suo cellulare vecchio che non adoprava piu'. Detto e fatto. Imparai l'essenziale: accenderlo e spengerlo, chiamare e rispondere alle chiamate, ricaricare la batteria. Punto. Appena riportai il bambino alla madre, volevo restituire anche il cellulare, ma l'amico mi disse "Tienlo pure, magari una volta ti serve". E cosi' mi sono ritrovata in una situazione alquanto ambigua -che peraltro non mi e' del tutto ignota: ho un cellulare .. ma non ce l'ho. Lo tiro fuori dal cassetto, in cui fa profonde dormite, quando vado in auto, specie di sera. In effetti, bloccarsi nel mezzo di una strada e aspettare che qualcuno si fermi a chiederti che cosa e' successo non e' una cosa simpatica, e qui il telefonino puo' essere effettivamente utile -ammesso e non concesso che la batterai sia ancora carica e che non mi trovi in una zona dove, come si dice in gergo "non c'e' campo". Ma questi sono i rischi della vita.
Piu' di recente, timidamente, l'ho svegliato dal suo letargo in qualche altra occasione, anche se la mia mente si rifiuta di prenderlo in considerazione. Un paio di mesi fa ero a Firenze e chiamai un'amica per chiederle se potevo passare da lei; non c'era e lasciai un messaggio sulla segreteria col numero del cellulare che tenni quindi eccezionalmente acceso. Ero, unica cliente, nel negozio di un ottico a provarmi un paio di occhiali, quando sento squillare un telefono; mi sembra un cellulare, ma nessuno nel negozio si cura della cosa. Mentre fra me penso: "Ma guarda buffi questi qui che non rispondono al telefono", l'ottico mi si avvicina: "Signora, deve essere il Suo cellulare..". Eh gia'!

E ora veniamo alla fine di luglio di quest'anno. Dovevo andare a trovare in auto degli amici che soggiornavano a Chianciano, e quindi avrei portato con me il terribile marchingegno. Ma il giorno prima un'amica, che e' ancora piu' troglodita di me in fatto di elettronica, mi chiese se potevo darle il cellulare perche' si trovava in una situazione di emergenza: per lavoro doveva stare alcuni giorni fuori sede, mentre suo padre era stato ricoverato in ospedale, e in piu' temeva di non trovare telefoni pubblici funzionanti. Non ci pensai due volte e glielo portai immediatamente. Lei parti' e io restai .. senza telefonino. E cominciai a sentirne tutta l'importanza. Se l'indomani fossi partita, e sull'autostrada mi fosse successo un guasto alla macchina ... e se avessi trovato una coda e non avessi potuto essere puntuale .... e se .. e se ..
Ma poi, in fin dei conti, effettivamente, davvero, il cellulare.. se lo usi con criterio, perche' no ... e poi: i messaggini che ti consentono con poco di dare una notizia o una informazione ... ma anche un augurio per il compleanno .. un pensiero gentile.. E poi, questo qui fra non molto sara' inutilizzabile e quindi .. Allora. perche' non ora?
Insomma, nel giro di pochi minuti si scateno' una tale sarabanda di "ma se" e di "ma poi" che persi il controllo del timone e rimasi in balia di questa marea montante. Mi sorpresi da me per la rapidita' con cui, in meno di un'ora, feci il giro di tre negozi per informarmi su prestazioni e costi e, alla fine, mi sembro' di avere individuato l'oggetto che faceva alla mia bisogna. Pero', con tutto il coro che cantava l'inno del cellulare nuovo, qualcosa resisteva nel profondo. Fu cosi' che non feci subito l'acquisto. Chiesi pero' quanto tempo ci voleva per attivarlo e, saputo che ci volevano non piu' di dieci minuti, rimandai la decisione al pomeriggio .. tanto per guastarmi, con la valutazione dei pro e dei contro dell'acquisto, il sonnellino pomeridiano. Come se non bastasse il caldo.
E veniamo alle "cinque della sera", quando non il toro scese nell'arena, bensi' io entrai nel famoso negozio: il coro della razionalita' popolare sembrava avere avuto la meglio sull'assolo della ragionevolezza individuale ("Annapaola, ma che te ne fai? Domani va tutto bene, poi ti restituisce quello vecchio e quando non funzionera' piu', allora ci penserai").
Ma nel negozio non c'erano piu' il commesso addetto al settore cellulari ne' la calma della mattina; al loro posto un paio di commessi che non sapevano niente di telefonia e un sacco di gente che chiedeva televisori, hi-fi, cellulari e quant'altro.
L'unico esperto di tutto il settore elettronico doveva tenere a bada numerose richieste ed era continuamente tirato per la manica dagli altri due che gli chiedevano le cose piu' impensabili. Finalmente potei spiegare cosa volevo e scelsi il gestore per me piu' conveniente. Fotocopia della carta d'identita', fotocopia del codice fiscale, apertura della scatola del cellulare, il commesso e' al computer per effettuare la registrazione. Tutto sta andando implacabilmente nella direzione che mi portera' a possedere (dico: possedere) un cellulare, mentre la razionalita' popolare ("Ma il cellulare e' utile .. e ce l'hanno tutti") sta perdendo quota e va rimontando la mia ragionevolezza individuale ("Ma io il cellulare non lo voglio"), ma ormai e' troppo tardi, la scatola del cellulare e' aperta, le fotocopie fatte, soprattutto il commesso, sia pure fra mille interruzioni, sta completando l'operazione di attribuzione del numero, quando .... quando prodigiosamente, miracolosamente, provvidenzialmente, tutto s'inceppa. Il sistema non intende riconoscere come mio il mio codice fiscale. Ogni sforzo e' inutile. Il codice fiscale e' quello, lo conferma anche il sito del ministero delle Finanze, ma il sistema del gestore non ne vuole sapere. In cuor mio sto esultando. Non lo faccio vedere, pero' posso comportarmi da vera signora: "Non si disturbi oltre. C'e' tanta gente. Ripassero' con piu' calma". Mi consegnano le fotocopie dei miei documenti ed esco da quella bolgia. Fuori l'aria e' calda e pesante, ma io sono leggera come una piuma. Inforco la bicicletta e pedalo allegramente verso casa. NON ho il cellulare, trallarallero trallaralla'.

Epilogo:
inutile dire che il viaggio in auto del giorno dopo ando' benissimo e cosi' il ritorno. Lo stesso vale per tutti gli altri giorni fino al rientro dell'amica. Ora il cellulare e' di nuovo nel suo cassetto a fare lunghe dormite come ben si addice a un vecchietto par suo.
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