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SALUTE
14/05/2026 – 20/05/2026
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ITALIA. Stati Generali della Giustizia minorile. Cominciati i lavori che si concluderanno a novembre
ITALIA. Tumori, 4 milioni di persone vivono dopo la diagnosi: i diritti a rischio per la burocrazia
GERMANIA. La tavoletta di cioccolato Milka più piccola ha tratto in inganno i consumatori. Sentenza
Per decenni abbiamo studiato il corpo umano come un sistema organizzato in compartimenti ben definiti: il sangue scorre nel sistema cardiovascolare, la linfa nel sistema linfatico, e tutto il resto è tessuto, organi, cellule. Una mappa ordinata, quasi geometrica.
Poi, all’improvviso, alcuni ricercatori hanno puntato il microscopio su qualcosa che sembrava sfuggire a questa classificazione: un vasto spazio fluido, elastico, dinamico, nascosto proprio sotto la nostra pelle e tra i nostri organi. Lo hanno chiamato interstizio.
L’idea è audace: oltre ai due sistemi di trasporto ufficiali — sangue e linfa — potrebbe esisterne un terzo, più diffuso e meno definito, che attraversa i tessuti connettivi come una rete di micro autostrade.
Questo spazio non è un semplice “vuoto” tra le cellule. È un ambiente:
* ricco di acido ialuronico, che trattiene acqua e conferisce elasticità
* attraversato da fasci di collagene, che lo rendono resistente e strutturato
* pieno di liquido interstiziale, in continuo scambio con sangue e linfa
In altre parole, un paesaggio acquoso e fibrillare che avvolge tutto: organi, muscoli, vasi, nervi.
Gli scienziati che lo studiano propongono una visione radicale: l’interstizio non sarebbe solo un “riempitivo”, ma una via di trasporto e comunicazione.
Il fluido interstiziale potrebbe muovere:
* proteine
* ormoni
* segnali chimici
* metaboliti
in modo più rapido e diffuso di quanto si pensasse.
Le cellule immunitarie, per esempio, potrebbero usare questo spazio come corridoio per pattugliare i tessuti.
Alcuni microbi potrebbero sfruttarlo come habitat o via di diffusione locale.
È il punto più controverso: se l’interstizio è una rete continua, potrebbe facilitare la migrazione delle cellule tumorali attraverso i tessuti, prima ancora che entrino nei vasi linfatici o sanguigni.
Paradossalmente, l’interstizio è rimasto invisibile perché le tecniche classiche di istologia collassano questi spazi: quando il tessuto viene fissato e disidratato, il liquido scompare e le strutture elastiche si appiattiscono.
Solo con tecniche endoscopiche e microscopiche più recenti — che osservano il tessuto vivo — è stato possibile vedere questa rete fluida.
La comunità scientifica è divisa:
* per alcuni, l’interstizio è semplicemente una ridefinizione di spazi già noti
* per altri, è un nuovo organo diffuso, un sistema con funzioni proprie
* per altri ancora, è un’ipotesi affascinante ma da verificare con studi più rigorosi
La verità, come spesso accade, potrebbe stare nel mezzo: non un organo nel senso classico, ma una struttura funzionale che merita di essere studiata come tale.
Capire l’interstizio significa comprendere meglio:
* come si diffondono le infiammazioni
* come si muovono le cellule immunitarie
* come si propagano i tumori
* come funzionano i tessuti connettivi
* come si distribuiscono farmaci e molecole terapeutiche
È un cambio di prospettiva: non più un corpo fatto di compartimenti rigidi, ma un ecosistema fluido, in cui gli spazi tra le cellule sono protagonisti.
L’interstizio è un candidato intrigante per diventare il “terzo sistema circolatorio” del corpo umano:
uno spazio fluido, elastico, ricco di acido ialuronico e collagene, che potrebbe funzionare come rete di trasporto e comunicazione.
È un’ipotesi ancora controversa, ma capace di aprire nuove strade nella biologia, nella medicina e nella comprensione profonda di come siamo fatti.

Nuovo servizio ADUC
Informazione, orientamento e primo supporto per cittadini e famiglie.
Prende il via lo Sportello Salute, un servizio di informazione, orientamento e primo supporto legale rivolto a cittadini e famiglie che si trovano a confrontarsi con il sistema sociosanitario: rette di RSA, diritti delle persone con disabilità, salute mentale, ADHD, DSA e non autosufficienza (Bes - bisogni educativi speciali). Lo sportello è attivo il martedì e il venerdì dalle 15 alle 18, sia da remoto sia in presenza su appuntamento.
Il servizio nasce in un contesto in cui il peso economico e burocratico della cura ricade sempre più sulle famiglie. Secondo ISTAT, in Italia quasi 4 milioni di persone sono in condizione di non autosufficienza, e le rette delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) oscillano mediamente tra i 2.500 e i 3.200 euro mensili. Per legge, questa spesa è ripartita tra una quota sanitaria a carico del Servizio Sanitario Nazionale e una quota sociale con compartecipazione dell'utente calcolata sull'ISEE. Nella pratica questa ripartizione è frequentemente disattesa, lasciando le famiglie a sostenere costi insostenibili. Secondo Eurostat, l'Italia destina alla "long-term care" una quota del PIL (1,2%) inferiore alla media europea (1,5-1,6%), aggravando il divario tra diritti formali e accesso reale ai servizi.
Lo sportello si occupa anche di ADHD e neurodivergenze, ambito sviluppato grazie a una collaborazione pluriennale con AIFA APS - Associazione dei familiari di persone con ADHD - che ha permesso di mappare i problemi reali delle famiglie: percorsi diagnostici difficili, questioni scolastiche legate a certificazioni e piani educativi, accesso ai servizi territoriali.
Secondo l'Istituto Superiore di Sanià , la prevalenza dell'ADHD in età evolutiva in Italia è stimata tra il 3 e il 5% della popolazione scolastica, con forti disomogeneità territoriali nell'accesso alla diagnosi e alla presa in carico.
Le famiglie che si trovano a gestire una pratica RSA o una diagnosi di ADHD sono spesso sole davanti a un sistema complesso e opaco. Questo sportello nasce per restituire loro linguaggio, orientamento e strumenti concreti di tutela prima ancora del ricorso al contenzioso.
Il servizio copre anche responsabilità sanitaria ed errori diagnostici, accesso agli atti verso ASL e Comuni, impugnazione di valutazioni multidimensionali, tutela stragiudiziale e ruolo dell'amministratore di sostegno.
Il martedì lo sportello è attivo su tutti gli ambiti; il venerdì è dedicato ai diritti sociosanitari e alle RSA. Il primo incontro ha funzione di ascolto e orientamento.

Una delle domande più frequenti che vengono poste ad un Avvocato quando si è in fase di separazione è cosa succede alla casa, chi ha diritto di rimanere a viverci.
La risposta cambia sostanzialmente se la coppia ha figli o meno.
In caso di figli, infatti, la casa è lasciata a loro ed il Tribunale poi deciderà quale tra i due genitori è quello più accudente, quello che deve rimanere con loro.
Quando, invece, non ci sono figli allora semplicemente la questione non si pone.
La casa rimane al legittimo proprietario o al titolare del comodato d’uso oppure del contratto di locazione.
Si tratta di un principio ormai consolidato da parte della giurisprudenza anche se, ancora oggi, ci sono numerose richieste e pretese che sfociano poi in inutili giudizi.
Va, quindi, ribadito che il coniuge non proprietario, non è titolare di un diritto di possesso o compossesso sul cespite, ma soltanto di un diritto personale di godimento, come componente del nucleo familiare, di natura atipica e fondato sull'esistenza dell'unione familiare (anche in caso di convivenza more uxorio: cfr. Cass. Sez. U, Sentenza n. 11096 del 26/07/2002 ; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9786 del 14/06/2012 ; Cass. Sez. 1, Sentenza n. 17971 del 11/09/2015 ) o in termini di detenzione qualificata, avente titolo in un negozio giuridico di natura familiare (cfr. Cass. Sez. 2, Ordinanza n. 23882 del 03/09/2021).
Venuta meno l’esistenza dell’unione familiare si perde il diritto di rimanere in casa che, quindi, deve essere lasciata immediatamente e ciò anche se si è il coniuge più debole.
Allegata sentenza di Cassazione n.3934/2008 che sintetizza questo orientamento giurisprudenziale

Hans Maurer ebbe un'idea geniale: perché usare la carta igienica quando ci si può pulire comodamente con un getto d'acqua? Tuttavia, non avrebbe mai immaginato che la sua invenzione, il Closomat, sarebbe arrivata a dominare il mercato giapponese come variante high-tech.
Sei mai stato in Giappone? In ogni caso, probabilmente avrai sentito parlare o letto qualcosa sui bagni giapponesi, tecnologicamente molto sofisticati.
Numerosi articoli di stampa nei paesi occidentali hanno paragonato il loro funzionamento alla cabina di pilotaggio di un jumbo jet. Molte persone si sono trovate in difficoltà a causa dei numerosi pulsanti presenti sui pannelli di controllo di questi dispositivi dall'aspetto futuristico.
Ma ciò che è in gran parte sconosciuto è che l'idea di combinare un WC con funzione bidet, sedile massaggiante, asciugacapelli, termoforo e impianto stereo è stata originariamente un'invenzione svizzera.
Tutto è iniziato con una sedia da giardino, un tubo di plastica e un asciugacapelli standard.
Quando Hans Maurer, all'epoca trentottenne, presentò la sua invenzione dopo due anni di esperimenti nella sua cantina a Zollikerberg, vicino a Zurigo, il mondo ebbe il suo primo WC con getto d'acqua calda e asciugacapelli ad aria calda per le zone intime.
Sua moglie, Lilly, era imbarazzata e tirò le tende affinché i vicini non potessero osservare le strane azioni del marito. Ma lui disse: "Presto andremo sulla luna, ma lo faremo con i pantaloni sporchi!"
Maurer, il cui lavoro principale era quello di disegnatore e progettista meccanico, era convinto che usare la carta igienica fosse antigienico e non facesse altro che diffondere lo sporco.
Tuttavia, prima che la sua idea fosse pienamente sviluppata, dovette superare numerosi ostacoli, e non solo di natura tecnica. Come spiegò in seguito suo figlio Peter in un'intervista, dovette anche fare i conti con la "mentalità rigida" dell'epoca.
Nel 1956 Maurer lanciò sul mercato il primo "Closomat", un neologismo composto da "Closet" (bagno) e "Automatic" (automatico). Tuttavia, quando lo presentò alla Fiera del Campione di Basilea del 1957, gli attirò solo scherno e ostilità. Fu etichettato come osceno e persino sputato addosso.
Anche perché il suo primo modello presentava ancora un numero relativamente elevato di problemi di gioventù, Maurer riuscì a venderne solo 300 nei primi quattro anni. Si indebitò, avendo lasciato il suo lavoro di progettista di macchine per ufficio per dedicarsi allo sviluppo della Closomat.
Nel 1961 lanciò sul mercato il modello "Standard" e i tempi sembravano maturi per il WC con funzione bidet di Maurer. Riuscì a venderne 10.000 unità in 15 anni.
Tuttavia, solo circa il 10% delle famiglie in Svizzera possiede ancora un bagno con gettito d'acqua. Era necessario che un altro Paese riprendesse l'idea e la perfezionasse, come il Giappone aveva già fatto con molte altre invenzioni occidentali.
All'epoca, Maurer aveva già dei licenziatari in Germania, nel Regno Unito e in Svezia che producevano il suo Closomat. Dal 1963, tuttavia, la sua invenzione avrebbe rivoluzionato l'igiene intima in Giappone.

Si illumina persino dall'interno: un bagno pubblico in Giappone, con due telecomandi – uno per lo scarico (pulsanti blu) e uno per le altre funzioni (a destra). Il pulsante rosso è solo per le emergenze.
All'epoca, l'azienda Toto non solo adottò la versione base ideata da Maurer, ma aggiunse numerose funzioni high-tech con il suo sviluppo "Washlet".
Nei modelli odierni, ad esempio, il getto d'acqua può essere regolato a diverse intensità e, se lo si desidera, può anche oscillare. Inoltre, in molti bagni giapponesi si viene accolti dal coperchio che si apre come per magia e si richiude automaticamente dopo l'uso. Naturalmente, lo scarico è automatico. Innumerevoli post di viaggiatori in Giappone celebrano sui social media questi bagni altamente tecnologici.
Nella quasi totalità dei modelli, il sedile del WC è riscaldabile e spesso dotato di sistema di aspirazione degli odori e asciugatura ad aria calda. Per chi desidera la massima discrezione, è possibile riprodurre diversi suoni, come quello di un ruscello o della musica.
I modelli più recenti sono persino dotati di sensori medici che monitorano aspetti legati alla salute, come la misurazione dei livelli di zucchero nel sangue attraverso le urine.
Oggi, circa l'80% delle abitazioni in Giappone è dotato di un bagno con gettito d'acqua. In Europa e altrove, invece, l'idea non ha mai preso piede.
Quando i brevetti di Maurer scaddero nel 1978, il colosso svizzero del settore sanitario Geberit ideò una propria soluzione. Oggi, l'azienda è leader di mercato in Svizzera in questo campo.
Closomat è fallita nel 2007 dopo aver lanciato sul mercato un modello difettoso chiamato "Aquaris". Questo è anche l'unico modello prodotto da Maurer per il quale l'azienda successore Closemo non offre assistenza clienti.
Concentrandosi sul settore dell'assistenza, il figlio di Maurer, Peter, è riuscito a salvare il marchio Closomat. Nelle case di riposo, nelle cliniche di riabilitazione e negli ospedali svizzeri, uno dei modelli consente ora alle persone con disabilità fisiche di andare in bagno in autonomia.
La storia si sarebbe conclusa qui se l'Unione Hotelstars non avesse introdotto una nuova regola qualche anno fa. Questa organizzazione è responsabile dell'assegnazione delle stelle a oltre 22.000 hotel in Europa.
Secondo queste normative, l'installazione di bagni con gettito d'acqua è un requisito direttamente rilevante per l'assegnazione delle stelle alberghiere in Svizzera e in altri 20 paesi europei dal 2025.
Hans Maurer non ha vissuto abbastanza a lungo per assistere a questo successo. Il pioniere dei vasi è scomparso nel 2013 all'età di 95 anni. Sarebbe stato certamente contento che la sua invenzione, nata in una cantina svizzera, stia ora garantendo una migliore igiene in tutto il mondo.
(Chritian Raaflaub su SwissInfo.ch del 09/05/2026)

Il Centro di Studi sulla Democrazia Aarau pubblica ora una panoramica annuale dei referendum tenuti in Svizzera e nel resto del mondo. L'esperta di politica Mara Labud spiega perché questo sia importante.
"La democrazia diretta è di per sé di grande interesse per noi", afferma Mara Labud del Centro di Studi sulla Democrazia di Aarau (ZDA), un istituto di ricerca nel cantone svizzero settentrionale di Argovia. Dopotutto, è "il modo più diretto per le persone di decidere quali regole vogliono seguire".
L'esperto è uno degli autori del rapporto "Il mondo dei referendum 2025 ". La ZDA prevede di pubblicare d'ora in poi una panoramica annuale sullo stato globale della democrazia diretta. Sebbene la Svizzera figuri in modo prominente nel rapporto – molti dei referendum mondiali si svolgono lì – il testo evidenzia anche come si sono svolte le votazioni popolari in paesi come l'Ecuador e la Slovenia.
Nel 2025, nove paesi, oltre alle Isole Cayman (territorio britannico d'oltremare), hanno tenuto dei referendum. In Ecuador, ad esempio, una netta maggioranza ha votato contro le basi militari statunitensi nel paese; in Slovenia, una maggioranza più risicata ha respinto una legge sul suicidio assistito; e nelle Isole Cayman, la maggioranza della popolazione ha votato per la depenalizzazione del consumo di cannabis. A Taiwan e in Italia , nel 2025, i referendum non hanno raggiunto la soglia di voti necessaria per essere validi.

Sebbene i referendum siano spesso considerati un modo equo per tradurre la volontà della maggioranza in politiche, non è sempre così, osserva il rapporto. Cita la "consultazione non ufficiale Voks 2025" in Ungheria, con la quale l'allora presidente Viktor Orbán cercò di legittimare la sua posizione politica nei confronti dell'Ucraina, e il voto su una nuova bozza di costituzione in Guinea, "proposta dalla giunta militare al potere".
Nel 2025, “i referendum sono stati utilizzati solo in due autocrazie”, spiega Labud. È importante, tuttavia, distinguere tra Ungheria e Guinea. “L'Ungheria ha appena votato per la destituzione di Orbán, mentre in Guinea il leader del colpo di stato militare del 2021 è stato eletto presidente l'anno scorso”, afferma.
In Ungheria, la decisione ha contribuito a gettare le basi per un dibattito politico, mentre in Guinea si trattava di "consolidare di fatto il potere del presidente". Secondo quanto riportato, il 90% dei guineani ha votato a favore. In entrambi i casi, sottolinea Labud, i risultati non sono verificabili in modo indipendente.
Il referendum in Guinea si inserisce perfettamente in "una tradizione di referendum successivi ai colpi di stato militari", afferma Labud. Con i suoi 15 milioni di abitanti, la Guinea è il quarto Paese della cosiddetta "cintura dei colpi di stato" dell'Africa occidentale ad aver indetto un referendum, dopo Mali, Ciad e Gabon. "Poiché i militari non sono mai stati eletti dal popolo, hanno bisogno di legittimare il loro potere in altri modi. I referendum sono un mezzo collaudato per farlo", aggiunge.
Nel 2025 si sono tenuti circa 30 referendum nazionali in tutto il mondo. Si tratta di "circa 12 in meno" rispetto all'anno precedente e meno della media degli ultimi dieci anni, spiega Labud.
Anche la Svizzera ha tenuto un numero di referendum nazionali inferiore alla media nel 2025. Da un punto di vista storico, tuttavia, il numero rimane elevato.
Contenuti
Secondo Labud, è solo dagli anni '90 che si sono tenuti così tanti referendum a livello globale: "Oggi si svolgono circa il triplo dei referendum rispetto a 70 anni fa. Prevediamo che il numero di referendum nazionali in tutto il mondo rimarrà pressoché invariato nei prossimi anni".
Il mondo dei referendum del 2025. Questo rapporto è il terzo rapporto sul referendum redatto dalla ZDA, ma il suo primo rapporto annuale.
D'ora in poi, il team della ZDA intende pubblicare una rassegna annuale dei referendum sia nei paesi democratici che in quelli meno democratici. I rapporti, redatti in inglese, si rivolgono a "chiunque sia interessato alla democrazia diretta, sia in Svizzera che all'estero", afferma Labud.
Sebbene diversi altri organismi pubblichino già rapporti internazionali sullo stato della democrazia, World of Referendums si propone di colmare una lacuna concentrandosi sui referendum e sulla democrazia diretta. Come spiega Labud, "V-Dem, IDEA e Freedom House producono rapporti con una prospettiva più ampia sulla democrazia. Il loro lavoro di quest'anno sulla tendenza all'autocratizzazione è di grande rilevanza".
Tuttavia, poiché anche nella democrazia diretta aspirazioni e realtà non sempre coincidono, “la pratica della democrazia diretta richiede un’attenzione particolare e specifica”.
La ZDA è particolarmente ben posizionata per svolgere questo compito, conclude Labud. Il centro di ricerca ha documentato tutti i referendum nazionali tenutisi in tutto il mondo dal 1994.
(Benjamin von Wyl su SwissInfo.ch del 06/05/2026)

Il diritto al turismo nasce all’incrocio tra libertà di circolazione, diritto al riposo e alla salute intesa anche come benessere psichico, come richiamano le norme costituzionali su mobilità, ferie e svago. Non è solo la possibilità di muoversi, ma l’accesso effettivo alla fruizione culturale, paesaggistica e ricreativa, entro un quadro di tutele per il turista e di responsabilità per gli operatori e i territori. In questo senso, il turismo assume un valore di cittadinanza: un uso del tempo libero che contribuisce alla qualità della vita tanto quanto il lavoro e i servizi essenziali.
Su questo sfondo si è imposto il problema dell’overtourism, cioè delle destinazioni che ricevono un numero di visitatori superiore alla propria capacità di sostenerli in modo equilibrato. Quando la pressione turistica diventa eccessiva, l’esercizio del diritto al turismo da parte di molti compromette il diritto alla città, alla casa e alla vivibilità di residenti e lavoratori, ma anche la possibilità per futuri visitatori di trovare un patrimonio ancora integro. Sovraffollamento, rincaro degli affitti, consumo di suolo, congestione degli spazi pubblici e perdita di identità locali mostrano come il turismo, da risorsa, possa trasformarsi in fattore di crisi sociale e ambientale.
È in questo punto di tensione che il pensiero di Philip Kotler sul demarketing diventa uno strumento concettuale utile. Kotler definisce il demarketing come quell’insieme di strategie volte a ridurre la domanda, in modo generale o selettivo, quando questa supera la capacità di offerta o diventa socialmente indesiderabile. Non si tratta di “distruggere” un prodotto o una destinazione, ma di usare consapevolmente le leve del marketing – prezzo, comunicazione, accessibilità, regolazione – per disincentivare certi comportamenti, redistribuire i flussi, promuovere alternative. In ambito turistico ciò significa, ad esempio, spostare l’attenzione su bassa stagione e aree meno fragili, contenere la promozione su destinazioni saturate, modulare l’accesso con prenotazioni, ticket dinamici, limiti giornalieri.
Dal punto di vista dei diritti, questo passaggio è decisivo: non si nega il diritto al turismo, ma si riconosce che esso non può essere pensato in chiave puramente individuale, bensì dentro una logica di responsabilità collettiva e intergenerazionale. Il demarketing, così inteso, diventa un dispositivo di governo del turismo che mira a bilanciare tre piani. Contano – eccome – la libertà del turista, la qualità della vita dei residenti, la salvaguardia dei beni comuni materiali e immateriali. È su questo equilibrio instabile che si gioca oggi la possibilità di trasformare il “diritto al turismo” in un diritto a un turismo sostenibile, capace di durare nel tempo senza erodere le premesse della propria esistenza.
Kotler lo ha teorizzato, sta ai cosiddetti policy-marker farlo. Ma ci vuole coraggio e visione di lungo periodo che forse pochi hanno.

L'epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo è stata dichiarata un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Gestire questa epidemia è difficile poiché coinvolge un ceppo raro per il quale non esiste un vaccino e i casi sono stati riscontrati in un'area colpita da un conflitto.
L'Ebola è una malattia rara ma mortale causata da un virus.
I virus Ebola infettano normalmente gli animali, in genere i pipistrelli della frutta, ma a volte possono verificarsi epidemie tra gli esseri umani quando le persone mangiano o maneggiano animali infetti.
I sintomi compaiono dopo un periodo che va dai due ai 21 giorni. Si manifestano improvvisamente e iniziano come l'influenza, con febbre, mal di testa e stanchezza.
Con il progredire della malattia, compaiono vomito e diarrea, che possono portare all'insufficienza organica. Alcuni pazienti, ma non tutti, sviluppano emorragie interne ed esterne.
Il virus si diffonde da una persona all'altra attraverso il contatto con fluidi corporei infetti, come sangue o vomito.
Questa epidemia è causata dal ceppo Bundibugyo del virus Ebola, che non si vedeva da oltre un decennio.
Il virus Bundibugyo ha causato solo due precedenti epidemie, durante le quali ha ucciso circa un terzo delle persone infette.
Questa specie più rara di Ebola sta creando problemi.
I primi esami del sangue per l'Ebola sono risultati negativi, poiché rilevano le specie più comuni.
Non esiste un vaccino approvato per il Bundibugyo, ma sono in fase di sviluppo vaccini sperimentali. È possibile che un vaccino per un'altra specie di Ebola (chiamata Zaire) possa offrire una certa protezione.
Inoltre, non esistono farmaci specifici per il Bundibugyo, il che rende più difficile il trattamento.
Un'ulteriore complicazione è data dal fatto che l'epidemia si sta verificando in una zona di conflitto, con un quarto di milione di persone sfollate dalle proprie case e con persone che attraversano confini porosi verso i paesi limitrofi.
Tuttavia, la dichiarazione dell'OMS di un'emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale non significa che ci troviamo nelle fasi iniziali di una pandemia simile al Covid. Il rischio che l'Ebola rappresenta al di fuori dell'Africa orientale è minimo.
Il primo caso noto è stato quello di un'infermiera che ha sviluppato i sintomi il 24 aprile, quindi il virus si stava diffondendo inosservato da settimane.
Questo significa che la reale portata dell'epidemia è sconosciuta e che il compito di individuare i pazienti infetti e chiunque da loro possa aver contagiato il virus risulta più arduo.
L'infermiera è morta a Bunia, capoluogo della provincia di Ituri, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, secondo quanto dichiarato dal ministro della Sanità congolese Samuel Roger Kamba.
La salma dell'infermiera è stata rimpatriata a Mongwalu, una delle due città minerarie aurifere dove è stata segnalata la maggior parte dei casi.
Kamba ha affermato che uno dei motivi per cui il virus si è diffuso così rapidamente è stato il numero di persone entrate in contatto con il corpo durante la cerimonia funebre.
La dottoressa Jean Kaseya, direttrice dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), ha dichiarato al programma Newsday della BBC World Service che i funerali rappresentano una particolare fonte di preoccupazione, come già accaduto durante le precedenti epidemie di Ebola.
Ha affermato che le campagne di informazione sulla salute pubblica "fornivano informazioni su come gestire i funerali" e sull'importanza dell'igiene e dei servizi igienico-sanitari di base, oltre a fornire misure di protezione per gli operatori sanitari.
Kamba ha affermato che l'epidemia è stata segnalata con ritardo perché le comunità infette credevano si trattasse di "stregoneria" o di una "malattia mistica", con la conseguenza che le persone cercavano cure presso centri di preghiera e guaritori tradizionali piuttosto che negli ospedali.
I primi casi segnalati si sono verificati nelle città di Mongwalu e Rwampara, nella regione di Ituri, e a Bunia.
Si è verificato un caso anche a Goma, la città più grande della Repubblica Democratica del Congo orientale, che conta circa 850.000 abitanti ed è sotto il controllo dei ribelli.
A Goma, il caso confermato riguarda una donna che si era recata in città dopo la morte del marito per Ebola a Bunia, ha dichiarato all'agenzia di stampa AFP Jean-Jacques Muyembe, direttore dell'Istituto nazionale congolese di ricerca biomedica (INRB).
Una persona è deceduta nella capitale dell'Uganda, Kampala, mentre un'altra è attualmente ricoverata in ospedale. Entrambe erano cittadini congolesi che si erano recate di recente nel Paese.
Il governo ha inviato a Bunia squadre sanitarie con dispositivi di protezione.
Sono presenti anche l'OMS e l'organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF), che stanno allestendo centri di trattamento e lavorando a un piano di intervento.
È stato messo a disposizione un numero verde, il 151, per segnalare i sintomi.
Ai residenti è stato chiesto di adottare misure quali:
Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, è attualmente controllata dai ribelli del gruppo AFC-M23, i quali affermano di star creando una squadra di intervento per l'epidemia di Ebola.
Domenica, il portavoce dell'AFC-M23, Lawrence Kanyuka, ha dichiarato di aver "attivato immediatamente" i meccanismi di risposta, in collaborazione con i servizi sanitari e le strutture mediche locali, per prevenire la diffusione dell'Ebola nelle aree sotto il loro controllo.
Né il governo né i ribelli hanno dichiarato se sarebbero disposti a mettere da parte le loro divergenze per collaborare al fine di affrontare l'epidemia.
Tuttavia, il caso di Goma è stato confermato dall'INRB, un ente statale, il che offre qualche motivo di ottimismo.
L'Africa CDC ha avvertito dell'alto rischio di diffusione nei paesi confinanti con la Repubblica Democratica del Congo, in particolare Uganda, Ruanda e Sud Sudan.
Prevede di discutere con i quattro paesi su "come rafforzare la risposta".
Le autorità ruandesi hanno dichiarato di aver intensificato i controlli sulle persone in ingresso nel Paese, in seguito al caso confermato a Goma, città situata al confine.
Un uomo congolese ha raccontato alla BBC di essere stato bloccato mentre cercava di attraversare il confine da Goma al Ruanda.
Ma ha affermato di essere stato informato che ai ruandesi e ai congolesi residenti in Ruanda era stato permesso di tornare in patria.
In Uganda, il presidente Yoweri Museveni ha rinviato il pellegrinaggio del Giorno dei Martiri, una festività cristiana che si celebra ogni anno il 3 giugno e che solitamente attira migliaia di cittadini congolesi per partecipare ai festeggiamenti.
(James Gallagher - corrispondente scientifico e sanitario -, Emery Makumeno - BBC Africa, Kinshasa - e Hafsa Khalil - su BBC del 18/05/2026)

Per anni abbiamo immaginato il genoma come una città ben mappata: quartieri centrali pieni di geni “importanti”, strade principali illuminate, funzioni note e catalogate. Il resto era considerata periferia: zone d’ombra, sequenze senza ruolo, un paesaggio genetico apparentemente silenzioso.
Oggi quella mappa sta cambiando, e lo sta facendo con la forza di una scoperta che ribalta un intero paradigma. Nelle regioni del DNA che per decenni abbiamo ritenuto prive di significato, gli scienziati stanno identificando settori che codificano microproteine: molecole minuscole, sfuggenti, difficili da rilevare perfino con le tecnologie più avanzate.
Non assomigliano alle proteine canoniche e non mostrano parenti evolutivi evidenti. Sono, in un certo senso, prodotti inattesi di tratti di DNA che credevamo silenti: istruzioni nascoste che la cellula traduce in molecole reali.
Perché sono sfuggite così a lungo? La risposta risiede nella loro natura: le microproteine sono estremamente corte, spesso composte da poche decine di amminoacidi. I metodi classici di annotazione genomica le scartavano automaticamente: troppo brevi per essere considerate “vere” proteine, troppo anomale per rientrare nei modelli evolutivi noti.
Eppure, proprio in quelle sequenze ignorate si nascondeva un linguaggio nuovo. La svolta è arrivata con tecniche di sequenziamento e proteomica ad altissima sensibilità, capaci di ascoltare ciò che prima veniva filtrato come rumore. È come passare da una radio gracchiante a un impianto ad alta fedeltà: improvvisamente, il silenzio rivela una trama complessa.
Queste molecole non sono semplici curiosità. Alcune microproteine sono state collegate a tumori infantili, altre sembrano coinvolte nella regolazione del metabolismo, nella risposta allo stress cellulare e nella comunicazione tra i compartimenti della cellula. Si tratta di funzioni fondamentali, svolte da proteine che fino a ieri non sapevamo nemmeno esistessero.
È come scoprire che in una città ci sono migliaia di artigiani invisibili che lavorano di notte: riparano infrastrutture, regolano flussi e mantengono l’equilibrio generale. Non li vedevamo, ma senza di loro la città non funzionerebbe.
“Si tratta di una svolta epocale”, afferma il bioinformatico Christoph Dietrich. “Queste microproteine hanno il potenziale per aprire una nuova era di ricerca”. Se le microproteine sono davvero così numerose e funzionali, le implicazioni sono profonde.
È un cambio di prospettiva paragonabile alla scoperta dei microbi: un mondo nascosto che diventa improvvisamente visibile.
La sfida ora è enorme. La comunità scientifica dovrà:catalogare tutte le microproteine esistenti, capire quali siano funzionali e quali no, ricostruire le loro reti di interazione, inserirle nei processi cellulari già noti e comprenderne il ruolo specifico nelle malattie.
Un lavoro che richiederà anni, forse decenni. Ma la direzione è tracciata: la biologia sta entrando in una fase in cui ciò che è piccolo, breve e marginale diventa centrale.
La storia delle microproteine ci ricorda una lezione fondamentale: la natura non spreca spazio. Ciò che non capiamo non è necessariamente inutile: è in attesa degli strumenti giusti per essere interpretato.
Il genoma appare sempre meno come un libro lineare e sempre più come un palinsesto: strati di informazioni sovrapposti, alcuni evidenti, altri nascosti, altri ancora appena intuibili.
Le microproteine sono la prova che la biologia non è un territorio conquistato, ma un continente ancora in gran parte inesplorato. Ogni volta che accendiamo una luce in un angolo buio, scopriamo che la vita è più complessa, più creativa e più sorprendente di quanto immaginassimo.
(Articolo pubblicato sul quotidiano LaRagione del 19 maggio 2026)

Secondo Jfc, nell’estate 2026 quasi quattro milioni di famiglie italiane partiranno in vacanza con il proprio animale, generando un valore stimato di 9,5 miliardi di euro. Nello stesso momento, sul Lago di Garda, qualcuno fotografava un menù rilegato dedicato ai cani: stessa grafica del menù principale, stessa cura tipografica, quattro voci semplici — acqua, crocchette, biscottini, osso da masticare — e una copertina con scritto “Dog Menù”.
La coincidenza – scrive Primaonline.it – racconta più di qualsiasi analisi. Come ha spiegato Massimo Feruzzi di Jfc, l’offerta italiana del pet tourism spesso si promuove in silenzio, quasi con pudore, per non disturbare gli altri clienti. Ma è proprio questo il punto: non basta essere dog‑friendly, bisogna comunicarlo con la stessa lingua visiva con cui si comunica tutto il resto. Un cartello scritto a mano produce un effetto; un menù rilegato ne produce un altro. Nel secondo caso stai dicendo che il cane del tuo ospite è un commensale, non una concessione.
Il tema non è il cane, ma il modo in cui un servizio diventa racconto. Quel piccolo menù è un oggetto fisico, ma funziona come contenuto editoriale: ha una copertina, un tono, una promessa implicita. Non dice solo “qui i cani possono entrare”, ma “abbiamo pensato anche a loro”.
È il principio del remarkable: non chiedere al cliente di parlare di te, dagli qualcosa che abbia voglia di fotografare. Un dettaglio ben progettato può generare più visibilità di una campagna.
L’8,9% degli italiani segnala difficoltà nel trovare ristoranti che accettino animali, mentre una parte altrettanto reale preferisce locali senza cani. Vietarli è una scelta legittima; comunicarlo male non lo è. Il problema non è la policy, ma il tono: un cartello aggressivo, l’assenza di alternative, la sensazione di gestire un’eccezione invece di presidiare un segmento.
Il potenziale del pet tourism potrebbe arrivare a 15,8 miliardi di euro se l’offerta smettesse di trattarlo come un fastidio e iniziasse a considerarlo un asset.
(FoodAffairs.it)

Gli arrivi di grandi partite di droghe illegali si intensificano in questo periodo dell’anno. Le organizzazioni criminali riempiono i magazzini per la grande distribuzione e spaccio che caratterizza il fine primavera e l’estate, dove la domanda è più alta.
E’ un bollettino di guerra, quello che leggi e nostre autorità politiche ed esecutive mettono quotidianamente in atto contro le droghe illegali. Solo stamane (notizie media) ci sono stati 5 arresti a Pisa, 12 a Napoli, 17 a Roma con ramificazioni in tutta Italia, 19 a Latina, etc. I soggetti coinvolti sono più o meno sempre gli stessi: criminalità organizzata con prevalenza - visto che siamo in Italia - di tipologie mafiose/camorristiche. A questi si aggiungono quelli a livelli più “bassi” della filiera (Palermo e Livorno, solo stamane), cioè gli spacciatori, trovati con quantitativi medi (qualche chilo) di sostanze, da distribuire ad altri loro sottomessi o da vendere direttamente per strada.
Sostanze che partono, mediamente, dalle coltivazioni in Perù, Colombia, Messico e, via Ecuador e alcuni porti europei come Anversa, Rotterdam, Algeciras, Valencia e Barcelona, giungono fino ai distributori nostrani. Con l‘aggiunta di altrettante sostanze che, prodotte come quelle chimiche tipo MDMA nei laboratori olandesi e non solo, o coltivate in Albania (marijuana) o trafficate (eroina) via Paesi dell’ex Urss e dell’est europeo con origini pakistane e afghane, giungono via terra o via Mediterraneo, ai nostri confini terrestri e portuali. Con l’aggiunta delle non poche coltivazioni presenti direttamente sui nostri territori, essenzialmente marijuana, che fanno la loro parte per le piccole partite di distribuzione e spaccio.
Tutte sostanze che finiscono negli organismi di consumatori (maggior parte giovani) che, rivolgendosi al mercato nero, hanno dovuto anch’essi delinquere. Non solo, ma sostanze la cui composizione e preparazione per il consumo, sono affidate a “laboratori” senza nessun controllo sanitario, organizzati con l’unico scopo di fare soldi. Con l’aggiunta che, a chi acquista per qualche decina di euro sostanze come hashish e marijuana, il pusher, per guadagnare di più, cercherà di vendere prodotti molto più lucrativi per se stesso e che danno maggiore dipendenza, tipo cocaina, crack ed eroina…. i cui effetti sanitari sui consumatori sono molto ma proprio molto più deleteri e pericolosi che non le “cannette”.
Tutto questo è la cosiddetta “scoperta dell’acqua calda”. Tutti lo sanno, e quelli che decidono e controllano, si prodigano nel fare complimenti alle forze dell'ordine quando fanno sequestri più massicci, aggiungendo che questo è stato un duro colpo nella lotta al consumo di droghe. Burloni. Visto che la domanda c’è sempre, l’offerta viene di conseguenza: quando ci sono arresti e sequestri come quelli di oggi, domani come minimo ci saranno offerte raddoppiate.
Offriamo questo spaccato di informazioni ai nostri decisori istituzionali, quelli “la droga fa sempre male” e quelli favorevoli alla fine dei mercati neri, ma solo nei comizi elettorali. Sempre che abbiano voglia di farne tesoro per avviare processi di legalizzazione e controlli di mercati e sanitari. Ché la maggior parte, invece, preferisce lo status quo, fucina di mostri da mostrare al popolo per avere consensi. La realtà, invece e inesorabile, va altrimenti.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali.
Ogni settimana, il lunedì, Aduc pubblica i dati su sequestri e vittime delle droghe illegali, oltre ad un riepilogo dall'inizio dell'anno.
La raccolta è frutto di un'indagine mediatica, soprattutto locale. Uno spaccato di come l'opinione pubblica può percepire i risultati di fatti e misfatti delle leggi proibizioniste sulle droghe.
E' possibile che tutto questo non accadrebbe, o sarebbe notevolmente ridimensionato, se invece di divieti e punizioni ci fossero leggi che regolamentassero questo mercato (oggi solo nero e gestito dalla delinquenza grossa e piccola) al pari di tabacco e alcol.
Aduc edita un quotidiano online sulle droghe illegali in Italia e nel mondo.
Il prezzo del proibizionismo
dalle cronache locali
gli effetti della legge vigente
Anno in corso
droghe leggere (kg) 46.920
droghe pesanti (kg) 36.400
dosi droghe sintetiche 33.000
piante di cannabis 26.200
morti 2
arresti 250
giorni di reclusione 307
Settimana da 12 a 18 maggio 2026
droghe leggere (kg) 1.300
droghe pesanti (kg) 1.100
dosi droghe sintetiche 1.500
piante di cannabis 900
morti 2
arresti 8
giorni di reclusione 9
Ogni lunedì Aduc rende noti i dati dei disservizi, nel privato e nel pubblico, segnalati da utenti e consumatori che si sono rivolti all'associazione nella settimana precedente.
Uno spaccato dell'Italia che non funziona.
Da 12 a 18 Maggio 2026
Pubblica Amministrazione 19,50%
Energia 15,40%
Telecomunicazioni 15,00%
Banca 14,60%
Prodotti finanziari 09,20%
Viaggi 08,60%
Salute 06,20%
Acquisti 04,20%
Condominio 03,10%
Assicurazioni 02,20%
Diritti immigrati 02,00%

Il Parlamento Europeo ha adottato il primo regolamento UE sul benessere e la tracciabilità di cani e gatti, ponendo fine a un vuoto normativo che durava da decenni. Come riporta la Good News Network, il testo è stato approvato con 558 voti favorevoli, 35 contrari e 52 astensioni. Il Consiglio europeo aveva già dato il proprio via libera, e la normativa entrerà in vigore per allevatori e organizzazioni che vendono o cedono animali entro quattro anni dalla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione.
La legge introduce per la prima volta standard minimi comuni in tutta l'Unione per la detenzione, l'allevamento, la riproduzione e la commercializzazione di cani e gatti, includendo canili, negozi di animali e rifugi. Ogni cane e gatto dovrà essere dotato di microchip e registrato in una banca dati nazionale prima di essere venduto o ceduto in adozione, e tutte le banche dati nazionali saranno interoperabili tra loro.
Sul fronte dell'allevamento, il testo vieta espressamente la consanguineità stretta — ovvero l'incrocio tra genitori e figli, nonni e nipoti, fratelli e fratellastri — nonché la selezione di soggetti con tratti morfologici estremi che comportino rischi per la salute degli animali o della loro progenie. Vietata anche la vendita di cani e gatti in negozi di animali, canale spesso associato ad acquisti impulsivi e condizioni di allevamento scadenti. Cuccioli e gattini non potranno essere separati dalla madre prima delle otto settimane di vita, salvo specifica indicazione veterinaria.
Ampio spazio nel testo è dedicato alle situazioni in cui cani e gatti entrano nel mercato europeo attraverso canali privi di garanzie sul benessere animale: animali provenienti da paesi terzi senza normative equivalenti, allevatori senza scrupoli che si spacciano per privati cittadini che cedono l'unica cucciolata, o soggetti che acquisiscono animali da allevatori o rifugi senza rispettare gli standard di benessere. Tutte queste situazioni saranno soggette ai nuovi requisiti.
Per definire concretamente il benessere degli animali, il regolamento adotta il modello dei "cinque domini": nutrizione, ambiente fisico, salute, interazioni comportamentali e stato mentale. L'obiettivo dichiarato non è solo eliminare le condizioni negative, ma garantire condizioni attivamente positive.
Il commercio di cani e gatti nell'UE vale circa 1,3 miliardi di euro all'anno, con circa il 60% delle transazioni che avviene online. Il Parlamento ha rilevato che il 44% dei cittadini europei possiede un animale da compagnia e che il 74% ritiene che il benessere animale debba essere tutelato in modo più efficace.

Un Comune italiano ha messo in campo una misura presentata come strumento di sostegno alle famiglie con un congiunto ospitato in una Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA): un prestito per coprire le rette di ricovero. Il meccanismo, tuttavia, prevede che i familiari richiedenti offrano in garanzia il proprio immobile di proprietà. A riportare la notizia è La Stampa.
Il funzionamento ricorda da vicino quello del prestito vitalizio ipotecario: la famiglia ottiene liquidità per far fronte alle rette, ma a fronte di un'ipoteca sull'abitazione. In caso di mancato rimborso, il rischio concreto è la perdita della casa. Quello che viene proposto come un aiuto, in realtà trasferisce il peso economico e patrimoniale proprio su chi è già in difficoltà.
Vale la pena ricordare il quadro normativo. Le rette delle RSA sono per legge composte da due quote: una sanitaria, a carico del Servizio Sanitario Nazionale tramite le ASL, e una sociale o alberghiera, la cui copertura spetta ai Comuni, con compartecipazione dell'utente commisurata all'ISEE socio-sanitario. I costi complessivi si aggirano generalmente tra i 2.500 e i 3.200 euro al mese. Non sono dunque le famiglie i soggetti giuridicamente obbligati a pagare: l'obbligo ricade in primo luogo sull'anziano ricoverato con le proprie risorse, e per la quota sociale sul Comune, fatta salva la compartecipazione basata sull'ISEE.
Eppure, nella pratica, le amministrazioni locali cercano spesso di ridurre la propria esposizione finanziaria, scaricando il peso economico sulle famiglie. La proposta descritta da La Stampa ne è un esempio emblematico: invece di farsi carico della quota di propria competenza, il Comune si trasforma in prestatore, con tanto di garanzia reale sull'immobile del richiedente. Le famiglie si trovano così in una posizione paradossale: per garantire un'assistenza che lo Stato dovrebbe assicurare, rischiano di perdere la propria abitazione.
Si tratta di una tendenza già nota e contestata. Come riportiamo nella nostra scheda informativa sulle rette RSA, le prestazioni socio-sanitarie residenziali rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e sono dunque obbligatorie per legge, anche se esiste la tendenza diffusa a trattarle come diritti "finanziariamente condizionati", validi cioè solo se e in quanto finanziati. Una tendenza che scarica sulle famiglie un peso che la legge non prevede per loro.

Li chiamano “cassonetti intelligenti” quei cassonetti che a Firenze, Alia Multiutility ha installato quasi ovunque. Per aprirli e depositarci l’immondizia, dall’umido alla carta, dalla plastica all’indifferenziato, l’utente deve avere una chiavetta “A-Pass”, oppure una App che si chiama “Aliapp” da avvicinare al lettore per sbloccare il cassonetto – due marchingegni che sono distribuiti esclusivamente a chi abita nei dintorni di tali cassonetti. Unici contenitori che continuano a essere utilizzabili liberamente da tutti sono le campane per il vetro.
Morale della favola, data la penuria, in certe zone, di cestini dei rifiuti accessibili a tutti, la persona civile, che ha un rifiuto da buttare, non può utilizzare i cassonetti intelligenti, perché non può aprirli col pedale, come un tempo.
Cosa succede allora? Che, a un certo punto, stufa di portarsi dietro la lattina o la busta di carta, in cui prima c’era un panino, oppure una busta di plastica … anche la persona più civile si trasformerà in incivile e getterà il rifiuto per terra dove gli capita, magari, se ci sono, accanto ai cassonetti per lei inutilizzabili, o, per non lasciare sporco nella strada, nelle campane del vetro - in barba a tutte le raccomandazioni di buttarci vetro e solo vetro.
Così, succede che, lungo la fila di cassonetti intelligenti, si trovano spesso veri cumuli di rifiuti e non solo di poco conto, ma anche sacchi di plastica talmente pieni e chiusi male che lasciano uscire fuori sporcizia a non finire.
Perché, bisogna fare i conti anche con gli evasori della tassa sui rifiuti urbani, che non si fanno scrupolo di lasciare quello che gli pare dove gli pare.
Si impone, quindi, una domanda facile facile per Alia - Cioè, è meglio rendere accessibili i cassonetti solo ai possessori di chiavetta o di App apposita, con la certezza di trovarci accanto montagne di rifiuti in libertà, o è meglio lasciare i cassonetti accessibili a tutti per evitare la sporcizia per strada?
E un’altra domanda, altrettanto facile, ad Alia e Comune insieme – perché non incrociare i dati dell’Anagrafe con l’elenco degli utenti Alia che pagano la Tari?
Se un residente nella via tal dei Tali non risulta utente di Alia, perché non andare a fargli una visitina?
Ma quest’ultima domanda va fatta anche ai Comuni, in cui vige la raccolta “porta a porta”, perché anche lì risultano in numero rilevante i rifiuti abbandonati per la strada, questa volta, preferibilmente, vicino alle campane del vetro oppure stipati nei cestini dei rifiuti. E la soluzione, ovviamente, non sarà di eliminare i cestini!
All’anima dell’intelligenza naturale o artificiale che sia!

Se vi è mai capitato di ricorrere all'intelligenza artificiale per cercare di capire come gestire una situazione delicata con un amico o un collega, non siete certo soli. Per molti, l'IA è diventata una sorta di oracolo moderno: una fonte di guida, supporto emotivo o chiarezza nei momenti di incertezza, sebbene i critici temano che ciò possa portare a una dipendenza emotiva dalla tecnologia .
Naturalmente, il desiderio di cercare risposte in forze al di là di noi stessi non è certo una novità. Per generazioni, le persone si sono rivolte a sensitivi, carte astrologiche o tarocchi in cerca di rassicurazioni.
Un tempo considerate marginali, queste pratiche sono diventate sempre più diffuse . Secondo un sondaggio del Pew Research Center del 2025 , quasi un americano su tre consulta strumenti come i tarocchi o l'astrologia almeno una volta all'anno, un interesse che si ritiene sia alimentato in gran parte dalla Generazione Z e dai social media .
Ora stiamo assistendo all'incontro, in modi strani e affascinanti, di queste due forze: l'intelligenza artificiale e le pratiche occulte. Un numero crescente di lettori di tarocchi, dai principianti ai più esperti, si sta rivolgendo all'intelligenza artificiale per interpretare al meglio le proprie letture.
Ciò che rende questo abbinamento così sorprendente è che l'interpretazione è il punto focale dei tarocchi. Eppure l'intelligenza artificiale spesso ha poca conoscenza della tua storia o della tua situazione specifica quando dispensa consigli.
In uno studio pubblicato nell'aprile del 2026 , abbiamo esaminato quali aspetti della pratica che i lettori di tarocchi delegavano all'intelligenza artificiale e in che modo la tecnologia stava influenzando le loro interpretazioni.
Osservare cosa succede quando i lettori affidano all'intelligenza artificiale questo importante passaggio interpretativo potrebbe offrire uno spaccato di come potrebbe essere una guida utile basata sull'IA e dove potrebbe invece fallire.
I tarocchi stanno vivendo un periodo di rinascita.
I tarocchi non sono nati come strumento spirituale o divinatorio. Inizialmente erano un popolare gioco di carte del Rinascimento italiano , prima di diffondersi in tutta Europa.
Nel corso del tempo, lettori e occultisti hanno arricchito le carte con simboli mistici tratti dalla Cabala , dall'egittologia , dalla numerologia e da altre tradizioni mistiche e simboliche. All'inizio del XX secolo, l'editore britannico William Rider & Son pubblicò il mazzo Rider-Waite-Smith , che divenne il mazzo di tarocchi più popolare nel mondo anglofono.
Mentre all'inizio degli anni '70 venivano pubblicati solo pochi mazzi di tarocchi, oggi ne circolano migliaia, tra tarocchi e carte oracolari . Un mazzo di tarocchi standard contiene 78 carte, ognuna con il proprio significato simbolico. Chi pratica la cartomanzia usa le carte per affrontare domande difficili, che possono spaziare da relazioni complesse a eventi mondiali: Dovrei lasciare il mio partner? Vale la pena accettare questo lavoro? Cosa succederà con Donald Trump e lo Stretto di Hormuz ?
Una volta estratte le carte, il loro significato viene interpretato attraverso la lente della domanda del lettore, delle sue circostanze e della sua storia personale.
Ad esempio, chi chiede informazioni su una relazione e pesca la carta della Torre potrebbe interpretarla come un'imminente rottura, oppure come il venir meno di false supposizioni. L'interpretazione più appropriata dipende dalle altre carte, dalla domanda specifica e da ciò che il lettore già sa della propria situazione.
Questo contrasta con l'intelligenza artificiale, che è programmata per fornire una risposta apparentemente definitiva, anche quando non è a conoscenza delle sfumature della situazione e del contesto.
Per il nostro studio, abbiamo intervistato 12 esperti di tarocchi riguardo al loro utilizzo dell'intelligenza artificiale nelle letture che effettuavano su se stessi.
In genere si trovavano tirati in due direzioni.
Da un lato, spesso cercavano una guida esplicita dall'IA nel processo di autoriflessione. Utilizzando l'IA per interpretare le carte, potevano evitare la frustrazione di interpretare molte carte alla luce della domanda posta.
Supponiamo che qualcuno abbia estratto il Matto e il Dieci di Bastoni per una domanda su un cambio di carriera. Il Matto indica un salto nel vuoto, mentre il Dieci di Bastoni parla di esaurimento e di un carico di lavoro insostenibile.
Ma le carte dicono: "Vattene, sei esausto e ti aspetta qualcosa di meglio"? Oppure: "Vattene, e il nuovo lavoro sarà altrettanto impegnativo"?
Anziché rimanere convinti di tale ambiguità, alcuni lettori chiedono semplicemente all'IA il significato dell'interpretazione.
Per le letture più complesse, l'atteggiamento permissivo dell'IA ha contribuito a infondere maggiore sicurezza nei partecipanti, soprattutto nelle interpretazioni. Ciò si è verificato sia nei casi in cui i partecipanti hanno estratto fisicamente le carte dei tarocchi e poi le hanno interpretate con l'IA, sia in quelli in cui hanno utilizzato l'IA per simulare direttamente le letture dei tarocchi.
Questi usi dell'IA sono allettanti. Rendono l'atto dell'introspezione meno impegnativo. Ma all'interno della più ampia comunità dei tarocchi, abbiamo riscontrato molte critiche nei confronti dell'IA e preoccupazioni su come la natura servile della tecnologia potesse minare l'intuizione e il ragionamento delle persone.
D'altro canto, i cartomanti che abbiamo intervistato hanno utilizzato l'intelligenza artificiale anche come strumento per mettere in discussione i propri pregiudizi e presupposti, ovvero i punti ciechi nelle loro letture o ciò che potrebbero sfuggire nella loro interpretazione delle carte.
In quest'ottica, hanno utilizzato l'intelligenza artificiale per generare prospettive alternative, in modo da poter confrontare le diverse interpretazioni e vedere quale fosse più convincente. Alcuni hanno persino richiesto una "lettura oggettiva" delle carte, poiché l'IA sembra essere imparziale e non condizionata da pregiudizi o motivazioni personali.
Molti lettori hanno fatto così quando non volevano "infastidire" o "assillare" i loro amici per chiedere aiuto con una lettura. Si sono invece affidati ai chatbot in una relazione unilaterale che percepivano come di supporto: un esempio di ciò che gli studiosi chiamano interazione parasociale .
Alcuni intervistati hanno addirittura attribuito un significato a bizzarri output o allucinazioni generati dall'IA proprio perché casuali e non intenzionali, allo stesso modo in cui una carta estratta a caso sembra contenere un messaggio segreto.
L'intelligenza artificiale sta diventando un nuovo e potente oracolo a tutti gli effetti.
In una recente indagine , i ricercatori hanno scoperto che fino all'87% degli utenti di intelligenza artificiale generativa si rivolge a questa tecnologia per "applicazioni personali", tra cui consigli e supporto emotivo per conflitti relazionali e problemi di salute mentale.
A volte questi chatbot si rivelano davvero utili. Ma allo stesso tempo, chi cerca consigli può sviluppare una dipendenza emotiva. Alcuni si affidano alla tecnologia per compagnia e supporto, anziché a amici e familiari. È stato inoltre riscontrato che i chatbot possono alimentare deliri e persino indurre all'autolesionismo .
Nel frattempo, i professionisti che forniscono regolarmente consulenza utilizzano l'intelligenza artificiale nella loro pratica, dagli avvocati ai terapisti e persino ai sacerdoti . Papa Leone XIV ha recentemente esortato i sacerdoti a resistere alla tentazione di utilizzare l'IA per scrivere i sermoni .
Riteniamo importante evitare che la tecnologia venga percepita come una fonte onnisciente di verità. Può certamente aprire gli utenti a nuove idee, ma dovrebbe essere uno strumento per favorire l'autoriflessione, piuttosto che un suo sostituto.
In alcuni casi, è proprio quello che hanno fatto i lettori di tarocchi del nostro studio. Hanno sfruttato la propria capacità di riflessione utilizzando l'intelligenza artificiale per mettere esplicitamente in discussione i propri pregiudizi e presupposti. Questo indica un modello alternativo per il futuro dell'IA, in cui la tecnologia non si limita a fornire risposte, ma mantiene l'utente attivamente coinvolto nel processo di ricerca delle stesse.
(Ziv Epstein - Ricercatore post-dottorato presso lo Schwarzman College of Computing del Massachusetts Institute of Technology (MIT) -, Farnaz Jahanbakhsh - Professoressa assistente di ingegneria elettrica e informatica presso l'Università del Michigan -, Vana Goblot - Docente di Media, Comunicazione e Studi Culturali presso la Goldsmiths, Università di Londra- du The Conversation del 13/05/2026)

Nel discorso per il Premio Carlo Magno, che gli è stato conferito ad Aquisgrana, l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi dice che l’ordine costruito dopo il 1945 è finito e che l’Unione europea non può più contare né sulla globalizzazione né sulla protezione americana come in passato. Per evitare declino economico e debolezza strategica, c’è bisogno del mercato unico, di investire in difesa e tecnologia, di snellire i meccanismi decisionali e, soprattutto, di facotrite la cooperazione tra paesi che hanno la volontà di agire
Signor Sindaco Dr. Ziemons,
Signor Cancelliere Merz,
Signor Primo Ministro Mitsotakis,
Signor Presidente Laschet,
Presidente Lagarde,
Illustri premiati degli anni precedenti,
Eminenze ed Eccellenze,
Gentili ospiti, Signore e Signori,
Non fingerò che ciò che attende l’Europa sia facile. La pressione sul nostro continente è profonda e si fa più pesante di mese in mese.
Ma questo non è soltanto un momento di pericolo. È anche un momento di rivelazione.
Le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno infatti realizzando qualcosa che decenni di pace e prosperità non erano riusciti a ottenere: stanno costringendo gli europei a riconoscere nuovamente ciò che condividono e ciò che sono disposti a costruire insieme.
Questo dovrebbe darci fiducia. Ma dovrebbe anche renderci pienamente consapevoli della portata del compito che abbiamo davanti.
Dal 2020, uno shock esterno ha seguito l’altro, ciascuno aggravando il precedente, ciascuno restringendo il margine per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo l’impatto di dazi imposti dal nostro principale partner commerciale a livelli mai visti in un secolo. Ora la guerra in Medio Oriente ha riportato inflazione nelle nostre economie e ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo Stretto di Hormuz verrà riaperto, le fratture inflitte alle catene di approvvigionamento potrebbero protrarsi per mesi o anni.
Questi shock sarebbero difficili da affrontare in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio mentre i bisogni di investimento dell’Europa sono diventati immensi. Quella che era già stimata in circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva è salita, con gli impegni sulla difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media.
La crescita è dunque la condizione per tutto ciò che oggi l’Europa afferma di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che stanno invecchiando.
E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista.
Al di là dell’Atlantico, non possiamo più dare per scontato che i custodi dell’ordine del dopoguerra restino impegnati a preservarlo. Decisioni con conseguenze profonde per le economie europee vengono prese sempre più unilateralmente, in spregio alle regole che gli Stati Uniti un tempo sostenevano. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono confrontarsi con la possibilità che gli Stati Uniti non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per acquisite.
Nemmeno la Cina offre un ancoraggio alternativo. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva. E sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia.
In un mondo di alleanze mutevoli, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta nella memoria vivente, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato progettato per sfide di questa portata.
Il progetto europeo fu costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima metà del Novecento, gli europei decisero che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.
Al suo posto crearono un diverso modello di governance, condiviso e diffuso. Agenzie indipendenti, processi vincolati da regole e mercati finanziari furono incaricati di svolgere funzioni che altrove avrebbero richiesto scelte politiche esplicite. Laddove era necessario trovare accordi tra governi, la governance europea li avvolgeva in strati procedurali tali da privarli della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive finivano per apparire amministrative.
I risultati di quel sistema furono straordinari. La pace in un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno delle nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di ferro in una comunità di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libertà di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.
Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha consentito di realizzare qualcosa di storicamente raro: integrazione senza subordinazione. Ma poggiava su due assunti fondamentali.
Il primo era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta, nella quale lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio interno attraverso il mercato unico e libero scambio esterno attraverso un ordine internazionale fondato su regole.
Il secondo era che l’Europa non avrebbe mai più dovuto affrontare le questioni più dure del potere e della sicurezza, perché altri le avrebbero risolte per noi.
Entrambi questi assunti si sono ora rivelati vuoti. E, mentre vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al centro del progetto europeo.
In nessun luogo questo è più visibile che nelle contraddizioni del modello economico europeo stesso.
All’esterno abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene globali del valore e costruito la più aperta tra le grandi economie del mondo. Ma all’interno non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, insufficientemente connessi i sistemi energetici e ampie parti della nostra economia intrappolate in strati di regolamentazione.
Vi è un’ironia in tutto questo. L’Europa ha fatto affidamento sui mercati affinché svolgessero compiti che un’autorità politica comune non era autorizzata a svolgere. Ma a quei mercati abbiamo negato la scala continentale necessaria per avere successo. Il risultato non è stata una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. Ed è da questa asimmetria che derivano molte delle vulnerabilità che oggi l’Europa si trova ad affrontare.
La prima vulnerabilità è la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno alla ricerca di quella crescita che l’Europa stessa non era in grado di offrire. Dal 1999, il commercio in rapporto al PIL è passato dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, è rimasto pressoché invariato. Entrambi restano molto meno esposti al commercio.
La nostra sensibilità ai cambiamenti della politica americana e cinese non è quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. È il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.
La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata può eliminarla completamente. Gli Stati Uniti stessi hanno proprie esposizioni, anche nei minerali critici. Ma la posizione dell’Europa è di tutt’altro ordine.
Se avessimo compiuto i passi necessari per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero indirizzato una quota maggiore del risparmio europeo verso investimenti produttivi e rischiosi all’interno dell’Europa. L’energia circolerebbe più liberamente attraverso i confini, sostenuta da reti, interconnessioni e sistemi di stoccaggio. La decarbonizzazione sarebbe più vicina a portata di mano e le nostre economie sarebbero meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto con l’Iran, i cittadini dei paesi con quote più elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la metà dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità rispetto ai paesi con quote inferiori.
Ma l’Europa ha scelto una strada più difensiva. Abbiamo cercato di tenere lontana la discontinuità. Abbiamo limitato il consolidamento, contenuto il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non è stato un maggiore controllo. È stata la dipendenza.
Oggi, metà del capitale investito attraverso fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove rischi e rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non può ancora attuare su larga scala la propria transizione verde senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.
La terza debolezza – e forse la più importante – è il deterioramento della posizione europea nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio.
Dal 2019, il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze negli standard di vita. Ma segnala una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non soltanto il più ampio settore tecnologico americano, ma anche la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei processi di lavoro negli Stati Uniti.
L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a questo divario.
Gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’intelligenza artificiale e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun altro momento della memoria recente una quota così ampia del nostro futuro economico è dipesa da una singola trasformazione tecnologica.
Ma l’intelligenza artificiale non è semplicemente un altro strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale di una scala che non si vedeva da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. Ed è qui che l’Europa sta restando indietro.
Gli Stati Uniti sono sulla traiettoria per spendere entro il 2030 circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center. La Cina si sta mobilitando su una scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare tale ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20–30% rispetto a oggi.
L’Europa possiede il risparmio, il talento e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e gli stessi vincoli che hanno prodotto le nostre esposizioni e dipendenze oggi ci impediscono di mobilitarci sulla scala richiesta dal momento storico.
Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciare aumentare. A differenza dell’elettricità o di Internet, l’intelligenza artificiale migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera dati e capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che riusciranno per prime a costruire questi vantaggi prenderanno permanentemente il largo.
Tutte e tre queste conseguenze riconducono alla stessa origine. L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria scala.
La domanda ora è come correggere questo squilibrio. In tutta Europa stanno emergendo risposte differenti.
Per alcuni, la risposta è non cambiare: mentre altri arretrano rispetto all’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunità che essi lasciano dietro di sé, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema fondato su regole.
L’Europa può ancora trarre beneficio da un’ulteriore liberalizzazione commerciale. Ma dovremmo essere onesti riguardo ai suoi limiti. Secondo una stima, anche se l’Europa riuscisse a concludere con successo tutti i negoziati commerciali attualmente in corso, l’incremento di lungo periodo del nostro PIL sarebbe inferiore allo 0,5 per cento.
Il problema più profondo è politico. Nuovi accordi commerciali sono più facili da raggiungere che affrontare il lavoro incompiuto in patria, perché quel lavoro costringe a compiere scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le rendite di posizione consolidate e con gli interessi costituiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura resta la nostra unica risposta, essa diventa l’assenza stessa di una decisione.
Per altri, la risposta è reintrodurre uno Stato strategico nei mercati. In tutta Europa si registra un rinnovato interesse per la politica industriale: orientare il capitale verso tecnologie che non siamo riusciti a sviluppare, proteggere settori strategici dalle pressioni esterne e utilizzare dazi e sostegno pubblico per difendere internamente quella crescita che stiamo perdendo all’estero.
Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Ogni grande economia del mondo sta ormai adottando politiche industriali su una scala tale da rendere una caricatura l’idea di condizioni di concorrenza globali realmente paritarie. L’Europa deve orientarsi tra dipendenze sempre più complesse sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina. Non possiamo permetterci rigidità ideologiche.
Ma questi strumenti non produrranno ciò che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico.
Consideriamo cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale più assertiva. La ritorsione invita alla contro-ritorsione – costi che l’Europa, nella sua forma attuale, è poco attrezzata ad assorbire. Stiamo già assistendo agli effetti dei dazi americani: dal “Liberation Day”, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%.
Eppure, guardando oltre l’Atlantico, vediamo un’economia capace di preservare la propria crescita nonostante le perturbazioni che essa stessa contribuisce a creare. Nonostante l’aumento delle tensioni commerciali, dell’inflazione e del conflitto in Medio Oriente, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita degli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle europee.
La lezione è che la fermezza esterna richiede profondità interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente nel grado della loro integrazione. Ricerche della BCE suggeriscono che, se tutti si avvicinassero al livello già raggiunto dai paesi più avanzati, i guadagni di benessere di lungo periodo potrebbero superare il 3 per cento – circa quattro volte l’impatto stimato sulla crescita derivante dall’aumento dei dazi americani.
Anche il “Made in Europe” dovrebbe essere visto in questa luce: come un modo di utilizzare la domanda europea in maniera più deliberata. Dovrebbe offrire alle industrie con lunghi orizzonti di investimento – semiconduttori, tecnologie pulite, difesa – un mercato sufficientemente ampio e stabile da giustificare investimenti qui. Senza una domanda propria, l’Europa non può sostenere una postura credibile all’estero.
La politica industriale affronta una diversa versione dello stesso problema.
Se gli Stati membri dell’Europa tenteranno politiche industriali su larga scala all’interno dell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Sprecheranno risorse, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e imporranno costi gli uni agli altri. Ricerche del FMI mostrano che i sussidi concessi in uno Stato membro comprimono la crescita negli altri, con effetti di ricaduta negativi che erodono i benefici originari nel giro di appena due anni.
La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non è questo l’unico modo per ridurre tali distorsioni. Un’economia europea realmente integrata modificherebbe di per sé il terreno sul quale opera la politica industriale.
Anche se gli aiuti di Stato continuassero a essere concessi entro confini nazionali, i beneficiari sarebbero sempre più imprese che si sono già misurate su scala europea. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilità di essere incumbents nazionali protetti e più probabilità di essere imprese di scala europea in competizione laddove capitale, energia, competenze e catene di approvvigionamento sono più forti.
A differenza dei fallimenti degli anni Settanta, è così che è più probabile che emergano veri campioni europei: esposti alla concorrenza continentale e sostenuti da una strategia di politica economica a livello europeo.
Questo, a sua volta, fornirebbe ai governi segnali più chiari su dove risiedano i reali punti di forza competitivi dell’Europa. Sarebbe meno probabile che il denaro pubblico continui a sostenere imprese prive di prospettive di crescita dimensionale, ed è più probabile che rafforzi capacità di cui l’Europa ha realmente bisogno. L’intervento pubblico potrebbe diventare più circoscritto, meno costoso e più efficace.
Quanto più l’Europa riforma sé stessa, tanto meno dovrà fare affidamento sul debito – nazionale o comune – per compensare la propria frammentazione.
Per questo il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere considerati filosofie rivali. Se progettati correttamente, ciascuno rafforza l’altra.
Ma quanto più profondamente l’Europa entrerà nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto più difficile diventerà evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti è cambiato.
L’Europa non può rilocalizzare autonomamente ogni tecnologia critica. Il costo sarebbe proibitivo. Avremo bisogno di accordi preferenziali con partner affidabili: garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti resteranno centrali in questo sforzo. Il Memorandum d’intesa UE-USA sui minerali critici ne è un primo esempio.
Eppure il partner dal quale continuiamo a dipendere è diventato più avversariale e imprevedibile. L’Europa ha cercato il negoziato e il compromesso. Per lo più non ha funzionato. Ogni volta che assorbiamo uno shock senza reagire, riduciamo il costo del successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando a un’ulteriore escalation.
Per ora, l’Europa ha bisogno della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare il partenariato su basi più paritarie. Ciò che ci trattiene è la sicurezza. Un’alleanza nella quale l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa è un’alleanza nella quale la dipendenza in materia di sicurezza può riversarsi in ogni altro negoziato – commercio, tecnologia, energia.
È per questo che il cambiamento dell’atteggiamento americano verso la sicurezza europea non dovrebbe essere visto soltanto come un pericolo. È anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi una maggiore responsabilità per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire una maggiore autonomia nel modo in cui tale difesa è organizzata – e con questa autonomia arriverà anche una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.
Questo non deve necessariamente indebolire il rapporto transatlantico o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambi su basi più solide. Un’Europa capace di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso. E un partenariato fondato sulla forza reciproca sarà sempre più maturo di uno costruito su una dipendenza asimmetrica.
Per l’Europa stessa, l’opportunità è considerevole. Assumersi una maggiore responsabilità per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La spesa europea in ricerca e sviluppo per la difesa è appena un decimo di quella americana. I governi europei spendono ogni anno tra i 40 e i 70 miliardi di euro in armamenti statunitensi, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda comporta ulteriori 60 miliardi di euro persi in economie di scala.
Ma cambiamenti importanti sono già in corso.
L’Europa ha compiuto la scelta strategica più rilevante degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spenderà all’incirca quanto la Russia spende oggi per la propria economia di guerra pienamente mobilitata.
E l’Ucraina sta favorendo una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa aveva a lungo faticato a realizzare intenzionalmente. I paesi stanno ordinando gli stessi equipaggiamenti perché non possono permettersi di attendere varianti nazionali progettate su misura. Imprese europee stanno producendo sistemi progettati in Ucraina sul territorio degli alleati.
La cooperazione in materia di difesa si sta diffondendo rapidamente: una recente mappatura ha identificato oltre 160 accordi bilaterali e plurilaterali di difesa tra Stati europei, Regno Unito e Ucraina – la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partenariati prevedono una clausola di difesa reciproca.
Il compito ora è trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile ancora prima che la crisi abbia inizio.
Esistono due strade per dare sostanza a tale impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda.
La prima passa attraverso coalizioni più ristrette di paesi le cui capacità e percezioni della minaccia già li avvicinano. In pratica, gran parte della risposta militare europea è già sostenuta da un nucleo di paesi – Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono più vicini alla minaccia.
Non tutti i paesi devono contribuire allo stesso modo. L’Ucraina ha mostrato che la difesa moderna non comincia e non finisce più con carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacità di adattare rapidamente tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze armate; altri componenti per droni, capacità cibernetiche o logistica; altri ancora contribuiranno finanziariamente.
L’altra strada consiste nel dare sostanza operativa all’Articolo 42(7), la clausola di difesa reciproca dell’UE, che, pur essendo giuridicamente definita ed essendo stata già invocata una volta, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità operative e strutture di comando.
Chi prenderà parte a questo sforzo comune avrà un’importanza profonda. Ogni comunità politica è in ultima analisi plasmata dalla propria concezione dell’obbligo reciproco – da ciò che i suoi membri ritengono di doversi gli uni agli altri quando accade il peggio. Per settant’anni, questa è stata una questione che l’Europa poteva lasciare parzialmente irrisolta. Ora dobbiamo rispondere noi stessi.
I primi segnali sono già visibili. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di sostenere una nazione che combatteva per la propria libertà, mantenendo quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia è stata minacciata, l’Europa si è opposta al suo alleato più stretto e, così facendo, ha scoperto capacità che non sapeva di possedere. Persino partiti che hanno costruito la propria identità sulla sovranità nazionale riconoscono ormai che nessuna nazione europea può difenderla da sola.
Ma la pressione per il cambiamento ora proviene da ogni direzione. L’Europa è costretta a prendere decisioni che finora aveva evitato. E per la prima volta dopo molti anni, stanno iniziando a esistere le condizioni per compiere quelle scelte.
Esiste un’unità di diagnosi realmente nuova. La natura della condizione europea è ormai ampiamente compresa sia dai governi sia dai cittadini. La tabella di marcia per agire esiste e, in alcuni ambiti, la Commissione europea sta già intervenendo.
Sotto la pressione di questi anni, gli europei stanno riscoprendo valori che avevano iniziato a dare per scontati: solidarietà, democrazia, Stato di diritto, tutela delle minoranze. Questa è l’eredità dell’Europa del dopoguerra. E torna a rendersi visibile proprio perché viene messa alla prova.
Questo riconoscimento è più potente di qualsiasi programma politico, perché offre agli europei una ragione per agire. E i cittadini sono già chiari sulla direzione che l’Europa deve intraprendere: nove persone su dieci, secondo Eurobarometro, vogliono che l’Unione agisca con maggiore unità; tre quarti desiderano che disponga di maggiori risorse per affrontare le sfide future.
Ma quando i cittadini chiedono più Europa, non stanno semplicemente chiedendo più dell’Europa che abbiamo oggi. Né stanno chiedendo un astratto progetto istituzionale. Chiedono miglioramenti concreti nel modo in cui l’Europa li protegge e li rende più forti, in forme che possano vedere funzionare e rispetto alle quali possano chiedere conto. La domanda è come trasformare questa richiesta di azione in forme decisionali capaci di produrre risultati.
La nostra esperienza attuale è che l’azione a livello dei ventisette spesso non riesce a produrre ciò che questo momento richiede. Il problema non è la mancanza di ambizione da parte dei leader. È ciò che accade dopo che l’ambizione entra negli ingranaggi del sistema. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano fino a quando il risultato assomiglia ben poco a ciò che era stato originariamente previsto.
Il risultato è un’azione che può rivelarsi così inferiore alla portata della sfida da diventare peggiore dell’inazione. E un’UE che rivendica responsabilità ma continua a produrre risultati insufficienti entra in un ciclo dal quale non riesce più a uscire: una capacità debole di realizzazione erode la legittimità, e una legittimità debole rende ancora più difficile realizzare risultati.
Dobbiamo spezzare questo ciclo.
Quei paesi che avvertono più acutamente il peso di questo momento – e comprendono che la finestra per agire non resterà aperta indefinitamente – devono essere liberi di procedere avanti. È ciò che ho definito federalismo pragmatico.
La sua virtù è che può ricostruire insieme capacità di realizzazione e legittimità democratica. I paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in ambiti concreti, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe aderire attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, affinché i cittadini sappiano a cosa il loro governo si è impegnato e possano chiederne conto.
La capacità di produrre risultati costruisce legittimità. La legittimità rende possibile una cooperazione più profonda. E man mano che cresce l’abitudine ad agire insieme, cresce anche il senso di uno scopo comune.
Questo approccio sarà necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. È per questo che è pragmatico. Ma è anche federalismo, perché gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori.
L’euro mostra come ciò possa avvenire. Coloro che erano disposti ad andare avanti lo hanno fatto. Hanno costruito istituzioni comuni dotate di reale autorità. Quando quell’impegno è stato messo alla prova quasi fino al punto di rottura, la solidarietà necessaria si è rivelata molto più grande di quanto molti avessero immaginato. Il quadro ha retto, altri paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro è oggi a livelli record. Per le società che lo condividono, abbandonarlo è diventato quasi impensabile.
È questo che rende duraturi gli impegni europei. Non parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza dell’agire insieme, dell’essere messi alla prova insieme e dello scoprire, attraverso il successo, che la solidarietà può funzionare.
Il nostro compito ora è ricreare questa stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima della procedura e a scegliere gli strumenti capaci di produrre risultati.
Siamo giunti a un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono più essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa può offrire. Altre richiedono un grado di legittimità democratica che deve essere costruito dal basso.
Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo ulteriore.
In tutto il nostro continente, gli europei stanno mostrando di volere un’Europa che agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libertà, la loro prosperità e la loro solidarietà. E continuano a sostenere con passione i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che oggi la rendono unica.
Il compito ora è rispondere a questa fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può ancora una volta trasformare la crisi in unione.
(da Linkiesta)
Con l’ordinanza n. 11585/2026 la Corte di Cassazione ha chiarito che, in caso di infiltrazioni d’acqua in condominio, possono essere chiamati a rispondere in solido il condominio, il proprietario dell’immobile e anche il conduttore, quando il danno deriva da cause concorrenti legate sia alla custodia sia alla manutenzione del bene.
La vicenda riguarda un appartamento di Terracina danneggiato da infiltrazioni provocate da forti piogge nel 2005 e nel 2006. Secondo gli accertamenti dei giudici, i danni erano stati causati dall’ostruzione del sistema di scarico e dalla cattiva manutenzione del terrazzo sovrastante.
Il proprietario dell’appartamento danneggiato aveva quindi chiesto il risarcimento al condominio, al proprietario dell’immobile superiore e all’inquilino. In primo grado il Tribunale aveva condannato solo il condominio, ma la Corte d’Appello di Roma ha successivamente riconosciuto una responsabilità concorrente di tutti i soggetti coinvolti, condannandoli insieme al risarcimento.
La Cassazione ha confermato questa impostazione, ribadendo un principio importante per i consumatori: chi subisce il danno può chiedere l’intero risarcimento a ciascuno dei responsabili, senza dover distinguere le quote interne di responsabilità tra condominio, proprietario e utilizzatore dell’immobile.
Le eventuali ripartizioni delle spese tra i soggetti coinvolti riguardano infatti solo i rapporti interni tra loro e non limitano il diritto del danneggiato a ottenere il pieno ristoro del danno subito.

Le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) stanno diventando un privilegio per pochi. I costi proibitivi, la carenza di posti nelle strutture pubbliche e un sistema di welfare fragile rischiano di trasformare l'assistenza agli anziani non autosufficienti in una crisi sociale senza precedenti. A lanciare l'allarme è Ilenia Malavasi, deputata del Partito Democratico e capogruppo in commissione Affari Sociali alla Camera, in un'intervista a Today.it.
I numeri fotografano una situazione già critica: in Italia ci sono 16 milioni di persone con più di 65 anni, di cui circa quattro milioni non autosufficienti. Tra gli over 85, due anziani su tre non sono in grado di badare a sé stessi. Di questi quattro milioni, però, solo 300mila trovano una risposta nelle RSA — meno dell'8 per cento. Il resto ricade quasi interamente sulle spalle delle famiglie, che si arrangiano soprattutto con l'assistenza privata e con circa un milione di badanti, sostenendo una spesa privata di oltre 7 miliardi di euro l'anno.
«La situazione delle RSA è sotto pressione strutturale e sarebbe sbagliato non dirlo con chiarezza», dichiara Malavasi. Il quadro demografico non lascia spazio all'ottimismo: il 24 per cento della popolazione italiana ha già superato i 65 anni e la tendenza è destinata a crescere. Nel 2025 oltre il 77 per cento degli over 65 conviveva con almeno una patologia cronica. A questo si aggiunge un tasso di natalità tra i più bassi d'Europa — meno di 350mila nati all'anno — e una costante emigrazione di giovani talenti all'estero: uno su dodici lascia il Paese. Il risultato, secondo la deputata dem, è un'Italia che tra vent'anni avrà sempre meno persone in età lavorativa a sostenere un numero crescente di anziani bisognosi di cure.
Il sistema delle RSA, sottolinea Malavasi, è rimasto fermo al modello concepito nel 1978 con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale, mentre il mondo intorno è cambiato radicalmente: la popolazione è invecchiata, le patologie si sono cronicizzate e la domanda di assistenza è esplosa. La proposta del PD è di ripensare le RSA non come «strutture di parcheggio per anziani», ma come nodi di una rete integrata con il territorio, i centri diurni e i servizi domiciliari.
Sul piano legislativo, la deputata richiama il decreto legislativo 29/2024 sulla non autosufficienza, che ha compiuto i primi passi ma che, a suo giudizio, deve essere attuato pienamente e con risorse adeguate, accompagnato da politiche urbanistiche, sociali, di mobilità e residenziali innovative. Malavasi individua tre urgenze concrete: piena attuazione della riforma e finanziamento stabile del Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza (FNNA); standard nazionali omogenei per le RSA, perché oggi il divario tra una struttura in Emilia-Romagna e una in Calabria è abissale; valorizzazione e regolamentazione della figura dell'operatore sociosanitario (OSS). Su quest'ultimo punto ha già depositato una proposta di legge per riqualificare la figura dell'OSS ed eliminare le differenze regionali, oltre a un disegno di legge per istituire un Registro nazionale degli operatori sociosanitari, per contrastare il fenomeno dei falsi diplomati a contatto con anziani fragili.
A pesare sull'intero sistema è anche la quota di spesa sanitaria sul PIL, ferma intorno al 6,4 per cento fino al 2029: un livello che colloca l'Italia nelle ultime posizioni tra i principali Paesi europei, rendendo ancora più urgente un cambio di rotta nelle priorità di investimento pubblico.

La Biennale di Venezia 2026 ha riaperto il sipario sul Padiglione Russo dopo quattro anni di assenza, tra polemiche e sanzioni UE che ne limitano l’accesso al solo pubblico stampa. I visitatori comuni restano fuori, ridotti a spiare proiezioni video dalle finestre esterne o ad ascoltare echi di performance interne – un “negozio di fiori” sensoriale con musica folk, techno e improvvisazioni, curato in un’atmosfera di profumi e restrizioni. È una presenza spettrale: la Russia c’è, ma non si vede, non si tocca, non si fruisce.
Ma che opere ci sono? Sì, ma definite da performance registrate e azioni partecipative, visibili solo in anteprima chiusa o tramite schermi esterni. Trasformato in un ambiente immersivo che richiama un fioraio, il padiglione propone un festival sonoro – complessi folk, elettronica, concerti – ma negato al grosso pubblico per “rispetto delle sanzioni”, come chiariscono legali e Fondazione. È un elogio della censura? L’arte russa contemporanea, già soffocata in patria, si riduce a un’eco lontana, priva di quel confronto libero che la Biennale dovrebbe garantire. Non emerge un capolavoro rivoluzionario. È un’esperienza frammentata, più concettuale che artistica, dove il medium (il vetro che separa) diventa il messaggio.
La mera esistenza del padiglione equivale a pura propaganda. Mosca rientra trionfante, con la commissaria Karneeva che celebra l’“inclusività” mentre l’Europa taglia fondi e impone barriere. È un ritorno “nonostante tutto”, diviso tra chi lo vede legittimo e chi come propaganda bellica camuffata da arte. Pietrangelo Buttafuoco invoca Venezia come “luogo d’incontro di opere, non dogana morale”, ma qui le opere sono prigioniere di geopolitica. La Russia occupa spazio fisico e mediatico senza offrire sostanza. Un edificio restaurato del 1914, vincolato e silenzioso, che simboleggia più il rifiuto occidentale che un contributo culturale.
Sul Corriere della Sera di oggi, 14 maggio 2026, Giorgio Maffettone descrive – con quel suo piglio analitico – il padiglione come un “gesto simbolico” tra sanzioni e diplomazia, notando come la Biennale navighi tra idealismo e realtà. Ma essendo un vero gentiluomo è fin troppo gentile. La sua cronaca resta educata, quasi diplomatica, pur dicendo che l’offerta artistica è povera se non poverissima. Occorre dire, invece, che siamo di fronte a un vero bidone, pieno di petali avvizziti. La Russia si presenta con un “festival” inaccessibile, un’arte che puzza di fiori finti e censura vera – un inganno sensoriale dove la qualità zero delle opere è eclissata dalla farsa della presenza. Mentre il mondo brucia, loro profumano l’aria di ipocrisia. È un insulto all’arte, che merita corpi vivi, non ombre sanzionate.

Nell’uso comune aumenta il ricorso alle parole che i chatbot generano più spesso di altre: a rischio la diversità culturale, ma il linguista Antonelli dice che sono «meglio i testi dell’IA di quelli frammentati e scorretti dei social»
L’intelligenza artificiale ha cominciato a cambiare il nostro modo di scrivere, e persino quello di parlare. Lo confermano alcuni studi condotti su ChatGPT. A rischio è la diversità linguistica e culturale con l’affermarsi di una sorta di nuovo standard espressivo modellato su inglese e cinese.
Nonostante l’IA sia stata addestrata a scrivere come gli esseri umani, i grandi modelli linguistici sviluppati da start-up come OpenAI o Anthropic hanno finito per appiattire e togliere imprevedibilità: ognuno di noi scrive in maniera diversa, più o meno bene, ripetendo alcune forme lessicali, preferendo una parola a un’altra. Differenziandosi, insomma. Almeno finora.
I ricercatori sono persino giunti all’identificazione di alcuni vocaboli ricorrenti che tradiscono il ricorso all’intelligenza artificiale.
Negli ultimi quarant’anni, dalla diffusione di massa dei pc in poi, le tecnologie che utilizziamo hanno semplificato la vita quotidiana ma con una rinuncia progressiva a molte competenze. Con il computer si è persa la scrittura a mano, fino alla reintroduzione in Paesi come Francia, Stati Uniti e da ultima la Svezia, del “corsivo” nei programmi scolastici; le calcolatrici hanno disabituato ai calcoli manuali, il Gps ha annullato le capacità di orientamento e oggi quasi nessuno saprebbe arrivare nel luogo prefissato con l’uso di mappe e stradario; con i social media è precipitata la soglia di attenzione media. Adesso l’intelligenza artificiale mette a rischio la stessa capacità di esprimersi con parole proprie.
Alla University of Southern California, un gruppo di ricercatori ha analizzato riviste scientifiche, articoli di giornale e post sui social rilevando un calo evidente nella diversità degli stili di scrittura dal lancio di ChatGPT in poi. «L’adozione diffusa di modelli linguistici complessi (LLM) come assistenti alla scrittura – si legge nell’abstract del loro studio – è collegata a un evidente declino della diversità linguistica e culturale, con la prevalenza dell’inglese e del cinese». A risultati simili è giunto anche uno studio del Max Planck Institute for Human Development di Berlino: qui i ricercatori hanno analizzato 740.249 ore di discorsi umani tratti da video accademici su YouTube o da podcast, e hanno rilevato un aumento esponenziale nell’uso di parole che ChatGPT genera più spesso di altre, come “approfondire”, “comprendere” o “meticoloso (naturalmente nella loro forma inglese), con l’obiettivo di comprendere se i modelli di IA possono plasmare la cultura umana e denunciando «i rischi di una manipolazione su larga scala».
Interpellato da Axios sull’argomento Alex Mahadevan, responsabile dei corsi di intelligenza artificiale del Poynter Institute for Media Studies, ha detto di avere già nostalgia della «buona cattiva scrittura», quella in cui un testo è scritto così male da coinvolgerti per la sua spontaneità rispetto ai testi corretti grammaticalmente ma «privi di anima» generati dall’IA. Mahadevan, soprattutto, ha raccontato di un suo pregiudizio, che in realtà lo accomuna a molti, quello di evitare sempre più spesso vocaboli o segni ortografici che sono ormai ritenuti “spia” del ricorso ai Chatbot, come i trattini lunghi: «Ho iniziato a chiedermi “non è che qualcuno penserà che l’abbia scritto con l’intelligenza artificiale?”».
Sul rischio del sopravvento della lingua inglese e su quello della standardizzazione si è interrogato anche Giuseppe Antonelli, uno dei massimi linguisti italiani, professore ordinario a Pavia e autore del recente “Alfabit” per il Mulino (il libro viene presentato al Salone del libro di Torino questo giovedì, 14 maggio). «L’intelligenza artificiale lavora in inglese e poi ritraduce in italiano – dice Antonelli – Ho chiesto per il mio libro a quattro diversi Chatbot qual era la loro lingua madre, hanno risposto che non ne hanno. Nei fatti, però, la lingua che usano è l’american english, questo comporta un maggior numero di interferenze, in particolare nelle reggenze verbali: per esempio, l’uso di “allucinare” in una forma transitiva che non è dell’italiano. Il rischio è che a lungo andare ci si abitui a queste interferenze, ma dobbiamo dirci che è così da tempo, l’influenza dell’inglese era già molto forte prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale».
Antonelli invita a non enfatizzare troppo i risultati di questi studi, ritenendo nell’ordine delle cose che alcune parole diventino più di moda di altre. «Potrei citare un’altra ricerca – continua – secondo la quale i modelli linguistici realizzati in Italia fanno più errori, potendo disporre di meno potenza di calcolo e fondi per l’addestramento rispetto ai colossi americani». Cosa diversa è invece quella della standardizzazione.
Il linguista dell’università di Pavia nel ragionare sul tema ha coniato il termine IA-taliano per definire la lingua usata dai Chatbot. «Considero l’italiano di ChatGPT un modello ormai di riferimento, appena sotto quello scolastico e sopra quello giornalistico, perché è già realtà. Abbiamo affidato alle macchine la scrittura di testi ufficiali, dai temi del liceo ai verbali, alle relazioni, ne abbiamo fatto uno standard: parola che in linguistica è sinonimo di norma». Con una conclusione che può anche sorprendere: la lingua delle macchine è preferibile a quella che ha preso il sopravvento con i social: digitata non scritta, frammentata, velocizzata. «I testi costruiti con l’IA hanno un esordio, uno svolgimento e una fine, paradossalmente stanno riportando in auge un modello di scrittura più tradizionale» sostiene Antonelli.
Resta il problema di fondo: l’uomo perderebbe un’altra competenza se a scrivere e parlare al suo posto fossero le macchine. Uno scenario che i dati disponibili avvicinano a grande velocità. Secondo un sondaggio della Brookings Institution, citato da Axios, l’anno scorso il trentadue per cento delle piccole imprese statunitensi utilizzava già l’intelligenza artificiale per il servizio clienti e la comunicazione (figurarsi i colossi industriali), mentre per un’altra ricerca condotta su sessantacinquemila articoli apparsi online, erano stati solo il quarantotto per cento quelli redatti dall’uomo.
«Anche chi non usa l’intelligenza artificiale, comincia a scrivere in modo più simile agli LLM», avverte Morteza Dehghani, l’esperta di scienze cognitive che ha guidato lo studio californiano. Una deriva pericolosa. «L’uomo pensa attraverso il linguaggio, elabora scrivendo e parlando – conclude Antonelli –, delegare a una macchina, magari limitarsi a un taglia e cuci, sarebbe come rinunciare a pensare. Seguo la trasformazione della lingua italiana da trent’anni, però, e ogni volta che mi sembrava di aver capito, qualcosa ha finito per sorprendermi».
(Massimo Arcidiacono su Linkiesta del 12 maggio 2026)

La Cassazione rafforza la tutela dei cittadini contro gli allagamenti causati dal cattivo funzionamento delle reti fognarie miste. Con la sentenza n. 13351/2026, la Corte ha stabilito che il gestore del servizio idrico integrato (Sii) è responsabile dei danni provocati dal rigurgito delle fogne anche quando il problema deriva dalla mancata pulizia di caditoie e griglie per le acque piovane.
Il caso nasce dalla richiesta di risarcimento avanzata da un condominio, i cui locali seminterrati erano stati più volte allagati a causa del cattivo deflusso delle acque reflue e meteoriche convogliate nella stessa rete fognaria. I giudici di merito avevano già riconosciuto la responsabilità del gestore, decisione ora confermata dalla Cassazione.
Secondo la Suprema Corte, il gestore del Sii è “custode” dell’intera infrastruttura fognaria, comprese le pertinenze come griglie e caditoie, poiché esercita sulla rete un effettivo potere di controllo e gestione. Da ciò deriva l’obbligo di manutenzione e pulizia costante, necessario a prevenire allagamenti e danni ai privati.
La Cassazione ha inoltre chiarito che il gestore non può sottrarsi alla responsabilità sostenendo che il contratto con il Comune non preveda espressamente la gestione delle acque meteoriche o una specifica tariffa per tale servizio. Se la rete è a sistema misto, la gestione comprende automaticamente anche il convogliamento delle acque piovane.
La sentenza rappresenta un importante precedente per i consumatori e i condomìni che subiscono danni da allagamenti: il gestore del servizio idrico integrato resta responsabile quando il malfunzionamento della rete dipende da carente manutenzione o omessa pulizia delle infrastrutture fognarie.

I cittadini dell’Unione europea si trovano di fronte al momento “Free roaming” per i loro viaggi sui treni del continente? La Commissione ieri ha proposto un pacchetto di misure per i passeggeri nel settore ferroviario che, se adottato, potrebbe cambiare la loro quotidianità. Non solo per chi attraversa le frontiere, ma anche all’interno dei singoli Stati membri. Il titolo è altisonante: “Un viaggio, un biglietto, tutti i diritti”. La Commissione vuole semplificare la prenotazione dei viaggi ferroviari in tutta Europa. Una delle principali misure è l’obbligo da parte dei grandi operatori nazionali di aprire i loro siti alla vendita dei biglietti dei concorrenti. La francese SNCF dovrà permettere di acquistare i biglietti dell’italiana Trenitalia e della spagnola Rense. La tedesca Deutsche Bahn dovrà fare altrettanto con l’altro operatore ad alta velocità italiano, Italo, che vuole entrare in Germania nel 2028. I due storici operatori dei due più grandi paesi dell’Ue sono tutt’altro che contenti. Fatto raro: la Commissione di Ursula von der Leyen ha osato sfidare Francia e Germania e i loro poteri forti.
“Quello che proponiamo per le ferrovie potrebbe diventare l’equivalente del regolamento sul roaming”, ci ha detto un funzionario della Commissione: “I cittadini europei potranno rendersi conto che facciamo qualcosa per loro”. “Roam Like at Home” è il regolamento dell’Ue che dall’estate del 2017 ha abolito definitivamente il sovrapprezzo del roaming nel settore della telefonia mobile. Telefonare, mandare messaggi sms, utilizzare i dati sul proprio smartphone in altri Stati membri ha esattamente lo stesso costo che in patria. Il primo passo era stato fatto nel 2007, quando la Commissione propose di intervenire nel mercato delle telecomunicazioni per fissare prezzi massimi che gli operatori potevano imporre ai loro clienti, quando questi viaggiavano in altri Stati membri. All’origine era stata una misura dirigista, ma a vantaggio dei consumatori, per rompere gli effetti negativi di un mercato oligopolista. Ancora oggi “Roam Like at Home” è considerato uno degli ultimi regolamenti dell’Ue che hanno un impatto diretto visibile e positivo sulla vita dei suoi cittadini.
L’accusa di dirigismo può essere rivolta anche al pacchetto per i passeggeri ferroviari. Ma, anche in questo caso, l’obiettivo della Commissione è incrementare la concorrenza e i suoi benefici, favorendo i nuovi entranti sul mercato rispetto agli operatori storici. Secondo la Commissione, i servizi di biglietteria online più importanti e visibili sono di proprietà degli operatori ferroviari, che sono incentivati a limitare la visibilità dei loro concorrenti diretti. Data la posizione dominante di queste piattaforme di biglietteria, può essere difficile per i nuovi operatori trovare un’alternativa per distribuire i loro biglietti. Inoltre, gli operatori che possiedono i propri servizi di biglietteria online hanno scarso incentivo a distribuire i loro biglietti tramite piattaforme indipendenti. Il risultato è un’offerta incompleta su piattaforme sia indipendenti sia di proprietà degli operatori storici. Questo rende difficile per i consumatori trovare le migliori opzioni di viaggio in termini di orari e di prezzi.
Il pacchetto della Commissione prevede l’obbligo per gli operatori ferroviari storici, che hanno più del 50 per cento di un mercato nazionale, di ospitare i concorrenti diretti, vendendo i loro biglietti in seguito a un accordo commerciale di distribuzione che deve essere equo, ragionevole e non discriminatorio. Le autorità nazionali per i trasporti possono intervenire in caso di mancato accordo. L’impresa ferroviaria può anche scegliere di richiedere un link di ricollegamento alla propria piattaforma. In ogni caso, gli operatori storici saranno obbligati a rendere pubblici sulle loro piattaforme gli orari di tutti i concorrenti.
Il pacchetto include altre misure, come l’introduzione di un biglietto unico per tutto il tragitto, anche se si cambiano stazioni e operatori. Con il biglietto unico i passeggeri godranno della piena protezione dei loro diritti (riprotezione e risarcimento per il ritardo) in caso di perdita della corrispondenza, anche quando i collegamenti sono gestiti da società diverse. Ma il cuore della proposta riguarda la concorrenza sui biglietti.
Il mercato ferroviario negli Stati membri dell’Ue è uno dei più difficili da aprire alla concorrenza. Nei paesi in cui è accaduto – come Italia e Spagna – i benefici sono stati significativi per i consumatori in termini di prezzi e qualità. In uno studio pubblicato nel 2024, la Commissione illustra l’esempio del mercato dell’alta velocità in Italia, nel quale è stata registrata una riduzione dei prezzi del 31 per cento. In Austria, c’è stato un aumento del 41 per cento della frequenza delle corse. “Questi miglioramenti in termini di efficienza offrono vantaggi quali tariffe più basse, maggiore frequenza, maggiore comfort e risparmi per la collettività”, ha spiegato la Commissione.
In Francia, la SNCF ha frapposto diversi ostacoli nel corso degli anni all’ingresso dei concorrenti, accettando di aprire il suo mercato solo dal 2021 e in modo molto lento. Secondo lo studio, non ci sono state variazioni della politica dei prezzi da parte della SNCF, né nella qualità dei suoi servizi. I viaggiatori francesi stanno scoprendo solo ora quanto i treni ad alta velocità di Trenitalia siano più confortevoli e più ricchi di servizi rispetto ai tradizionali TGV dell’operatore storico, la SNCF. In Germania solo il 55 per cento dei treni di Deutsche Bahn sulle grandi linee arriva con meno di sei minuti di ritardo
Lo studio del 2024 della Commissione indica l’Italia come caso di successo della concorrenza ferroviaria. Dal 2012 l’operatore storico Trenitalia (ex Ferrovie dello Stato) si è dovuto confrontare al nuovo arrivato, Italo. “Trenitalia era percepita come vecchia e inefficiente e il mercato ferroviario come poco attraente”, spiega la Commissione. “Italo ha cercato di entrare nella fascia alta del mercato rilanciando i viaggi in treno come moderni e confortevoli. Trenitalia ha reagito migliorando ulteriormente la qualità. Da allora, la competizione si è concentrata sul livello di servizio, spingendo la qualità al massimo livello per entrambi i concorrenti”. Con concorrenza e migliori servizi, “il numero di passeggeri nel settore ferroviario ad alta velocità è raddoppiato in meno di 10 anni”. Inoltre, la concorrenza “ha portato a una notevole diminuzione dei prezzi”: tra il 30 e il 40 per cento.
Il problema della concorrenza nel settore ferroviario non sarà risolto dai biglietti. La Commissione ha fatto poco per spingere gli Stati membri ad aprire i loro mercati. In alcuni paesi ai nuovi operatori che entrano sul mercato vengono assegnate poche linee per proteggere gli operatori storici, che spesso sono proprietari della rete. Le misure proposte ieri mirano a sostenere “la concorrenza dando maggiore visibilità ai concorrenti”, ha risposto al Mattinale Europeo il commissario ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, durante la conferenza stampa per presentare il pacchetto: “Con questa proposta, stiamo già dando una risposta alle preoccupazioni sulla (scarsa) concorrenza in Europa”.
Secondo Tzitzikostas, la concorrenza dovrebbe convenire anche agli operatori storici perché “vogliono competere in un altro Stato membro e si trovano ad affrontare le barriere che incontrano tutti i nuovi entranti”. La francese SNCF si prepara a entrare in Italia per fare concorrenza agli altri due operatori sulle linee Torino-Milano-Roma e Torino-Milano-Venezia. Trenitalia vuole poter operare sulla tratta Bruxelles-Parigi-Londra. La Commissione vuole aiutare i nuovi entranti “perché in questo modo creiamo un’Europa più competitiva”, ha detto Tzitzikostas.
Francia e Germania accetteranno il consiglio? Oppure la paura della concorrenza e gli interessi degli operatori storici sono troppo forti? “Ci aspettiamo una forte resistenza da parte di alcuni governi”, ci ha detto un’altra fonte della Commissione. CER (Community of European Railway and Infrastructure Companies, la lobby che li rappresenta nell’Ue), ieri ha pubblicato un duro comunicato per denunciare la proposta della Commissione come un intervento nei mercati ingiustificato. “Gli obblighi di distribuzione che impongono alle ferrovie di vendere i prodotti della concorrenza incidono direttamente sulla libertà commerciale e sull’autonomia imprenditoriale degli operatori, disincentivando l’innovazione”, denuncia CER.
Tra i membri di CER ci sono l’italiana Ferrovie dello Stato (l’azionista unico di Trenitalia) e la spagnola Rense. Trenitalia e Rense sono anche membri dell’Association Française du Rail (AFRA), che raggruppa gli operatori alternativi alla SNCF in Francia. Lo scorso marzo, AFRA ha pubblicato un comunicato per chiedere di imporre all’operatore storico francese di vendere i biglietti dei concorrenti.
Tuttavia, concentrandosi sui biglietti invece che sugli ostacoli frapposti dagli Stati membri all’ingresso dei nuovi operatori, la Commissione rischia semplicemente di rinviare il problema più grave della mancata apertura dei mercati nazionali.
(David Carretta su Il Mattianle Europeo del 14/05/2026)
ITALIA. Spreco alimentare: due terzi degli italiani buttano cibo abitualmenteRidurre lo spreco alimentare domestico non è più soltanto una questione di etica, ma una necessità economica e ambientale concreta. Eppure, come riporta Il Messaggero, i dati parlano chiaro: due italiani su tre (67%) ammettono di buttare via cibo avanzato o scaduto, e uno su quattro riconosce che questo avviene abbastanza spesso o molto spesso (24,4%). Solo il 9,7% della popolazione dichiara di non sprecare mai.
I dati emergono da una ricerca condotta da AstraRicerche per Ancit (Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle Tonnare), realizzata ad aprile 2026 su un campione di 1.000 italiani tra i 18 e i 65 anni.
A sprecare di più sono soprattutto i più giovani: tra i 18-29enni la percentuale raggiunge l'80%, tra i 30-39enni il 77%, mentre cala progressivamente nelle fasce più mature (64% tra i 40-49enni, 58% tra i 50-65enni). Dal punto di vista di genere, gli uomini (71%) mostrano meno attenzione al problema rispetto alle donne (63%), con un divario di 8 punti percentuali. Esiste anche una geografia dello spreco: il fenomeno è più accentuato al Sud, dove si arriva al 72%.
Le cause principali individuate dagli intervistati sono molteplici: il 38% cita il deterioramento di frutta e verdura dopo l'acquisto, il 33% ammette di dimenticare alimenti in frigorifero o in dispensa, il 31% lamenta prodotti già troppo vicini alla scadenza al momento dell'acquisto, e il 30% riconosce di comprare quantità eccessive — sia per timore di restare senza cibo, sia perché trascinato da offerte e promozioni.
Nonostante il quadro rimanga preoccupante, i dati del Rapporto Waste Watcher 2026 offrono un segnale incoraggiante: lo spreco alimentare pro capite nelle famiglie italiane è sceso a circa 554 grammi a settimana, con una riduzione del 10% rispetto all'anno precedente. In termini economici, tuttavia, il fenomeno vale ancora 7,3 miliardi di euro l'anno.
In un contesto segnato dal carovita e dall'inflazione sui prodotti alimentari, cresce la tendenza verso una gestione più essenziale della dispensa: scelte più consapevoli e attenzione alla qualità nutrizionale diventano criteri guida negli acquisti, in quello che alcuni osservatori definiscono un approccio di "de-consumismo".
ITALIA. Droga, Sindaca Genova: contro emergenza crack servono più unità di strada
"E' importante che ci siano più unità di strada, perché l'emergenza crack è un'emergenza che c'è in tutto il Paese e colpisce particolarmente il nostro centro storico. Serve che la Regione e il governo si impegnino per quella che è un'emergenza nazionale, non certo solo di Genova".
Lo ha detto la sindaca di Genova Silvia Salis, a margine del convegno organizzato dalla World Federation of Therapeutic Communities che ha preso il via oggi a Palazzo Ducale nel capoluogo ligure.
"Abbiamo chiesto - ha aggiunto la sindaca di Genova - un tavolo in prefettura, l'abbiamo ottenuto e abbiamo stimolato la responsabilità della Regione dal punto di vista sanitario, perché chiunque abbia una dipendenza va trattato prima di tutto dal punto di vista sanitario. Questo è l'approccio che abbiamo chiesto. Con l'assessore Lodi stiamo lavorando in modo congiunto anche con tutte le unità che ci sono sui municipi ma servono più unità di strada".
(Askanews)
USA. Meta a processo in California per gli annunci truffa su Facebook e InstagramIl procuratore della Contea di Santa Clara, Tony LoPresti, ha presentato una nuova denuncia contro Meta, accusando il gruppo di Mark Zuckerberg di non solo tollerare la diffusione di inserzioni fraudolente sulle proprie piattaforme — in particolare Facebook e Instagram — ma di trarne deliberatamente profitto. Come riporta Punto Informatico, secondo l'accusa Meta avrebbe violato la legge californiana sulla falsa pubblicità e sulla concorrenza sleale (False Advertising Law e Unfair Competition Law). Le autorità chiedono un'ingiunzione per bloccare le pratiche contestate, un risarcimento per le vittime e sanzioni civili.
A fornire il quadro più inquietante sono i documenti interni di Meta analizzati da Reuters: ogni giorno sulle piattaforme del gruppo circolano circa 15 miliardi di annunci considerati ad alto rischio, dai quali l'azienda ricaverebbe circa 7 miliardi di dollari l'anno — secondo altre stime interne, la cifra salirebbe addirittura a 16 miliardi, pari a circa il 10% del fatturato pubblicitario complessivo. I sistemi automatici di Meta rileverebbero le inserzioni sospette, ma anziché bloccarle, l'azienda applicherebbe ai truffatori tariffe più elevate, incassando comunque il corrispettivo.
Le truffe in circolazione sono di ogni tipo: prodotti finanziari fraudolenti, investimenti in criptovalute fasulli, presunte cure per malattie incurabili, integratori alimentari inefficaci e video — sempre più spesso generati con intelligenza artificiale — che impersonano celebrità per sollecitare denaro agli utenti.
LoPresti non ha usato mezze misure: "Le piattaforme di Meta sono diventate un terreno di caccia privilegiato per i truffatori, e la nostra causa sostiene che Meta non solo ne è consapevole, ma ha anche messo in atto sistemi e strumenti per assicurarsi di trarne profitto". E ancora: "Dietro ognuno dei miliardi di annunci truffa che Meta pubblica ogni giorno, ci sono persone reali a rischio. Troppo spesso sono le persone più vulnerabili a subire le conseguenze più gravi."
La denuncia californiana si inserisce in un contesto di pressioni legali crescenti. Oltre 42 procuratori generali statali negli Stati Uniti hanno già avviato azioni nei confronti di Meta con accuse sovrapponibili. La Consumer Federation of America (CFA) ha depositato una class action separata a Washington D.C., citando gli stessi documenti interni come prova. Secondo quanto emerge dagli atti, nel primo semestre 2025 ai team interni di sicurezza pubblicitaria sarebbe stato imposto di non intervenire in modo tale da ridurre i ricavi globali di oltre lo 0,15%: in pratica, la rimozione delle inserzioni sospette era subordinata al rischio economico per l'azienda.
Meta ha respinto le accuse, definendole una rappresentazione inaccurata del proprio operato. L'azienda sostiene di aver rimosso oltre 159 milioni di annunci fraudolenti nell'ultimo anno e di aver eliminato milioni di account collegati a reti criminali. Numeri che, tuttavia, non convincono i pubblici ministeri: secondo documenti interni, il 96% delle segnalazioni inviate dagli utenti verrebbe respinto o ignorato.
ITALIA. Aperitivo mania. Metà italiani lo fa almeno una volta al meseTutti seduti al tavolino, ma con lo spritz in mano. Il mercato dell’aperitivo vale 430 milioni di euro. E continua a crescere. Lo raccontano i dati NielsenIQ diffusi all’apertura di Aperitivo Festival, al via da oggi al Milano Certosa District. Un italiano su tre ha fatto aperitivo negli ultimi tre mesi. Il 45% almeno una volta al mese. Crescono i drink premium. Corrono gli analcolici. E la Gen Z trascina il cambiamento. Dal 15 al 17 maggio il distretto di via Varesina ospita la quarta edizione del festival ideato da Mww Group: tre giorni tra degustazioni, mixology, pairing e masterclass.
I numeri confermano il peso del fenomeno. Il 73% degli italiani frequenta locali almeno una volta a settimana. Sei consumatori su dieci considerano il fuori casa un piacere irrinunciabile. Ma cambiano le abitudini: il 43% preferisce consumare meno ma meglio. Avanzano le proposte no e low alcol. Il 63% degli italiani sceglie aperitivi alcohol-free. Tra i giovani, tre su cinque escono ogni settimana per l’aperitivo.
Cresce anche il consumo domestico. Sono 8,3 milioni gli italiani che fanno aperitivo in casa. Due milioni in più rispetto al 2019. Nella grande distribuzione il comparto aperitivi e vermouth vale 254 milioni di euro. Con gin, ready to drink, spumanti e analcolici, il mercato supera quota 430 milioni.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. Cresce il Pet tourismIn vacanza con gli amici animali: un mercato sempre più interessante e promettente per il turismo italiano, considerando che cani e gatti registrati sono ormai circa 16,5 milioni, ovvero 2,3 volte superiori ai figli sotto i 14 anni (che quindi viaggiano ancora con i genitori.)
Nonostante questo potenziale, il settore continua a essere affrontato con una certa reticenza da parte degli operatori e delle destinazioni. È quanto emerge dalla ricerca di Jfc “L’evoluzione sociale e l’incidenza sul turismo dei pets”.
Si tratta – riporta Ansa – di una clientela che, nell’estate 2026, prediligerà le destinazioni montane e appenniniche nel 35,4% dei casi, individuando il Trentino Alto Adige come regione più pet friendly, seguita da Emilia Romagna e Toscana. All’estero, la meta preferita è la Francia, seguita da Spagna e Germania. Quest’anno gli italiani trascorreranno mediamente 12,1 notti fuori casa con il proprio cane o gatto, spendendo 22,20 euro in più al giorno per il pet.
Complessivamente, sono 3 milioni 975 mila i nuclei familiari che nel 2026 faranno almeno una vacanza con il proprio animale, generando oltre 73 milioni di presenze turistiche “umane” e un valore stimato in 9 miliardi 560 milioni di euro. Tuttavia, il mercato potenziale è molto più ampio e potrebbe raggiungere quota 15 miliardi 802 milioni di euro.
(FoodAffairs.it)
ITALIA. ONU sulla tortura in Italia: carceri sovraffollate, migranti e garanzie insufficientiCome riporta Eunews, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura (CAT) ha pubblicato le proprie osservazioni conclusive sull'Italia — la settima revisione periodica, articolata in 47 paragrafi — adottate il 28 aprile 2026. Il documento spazia dalla definizione legislativa del reato di tortura alle condizioni nelle carceri, dagli accordi con Libia e Albania alla criminalizzazione delle attività di soccorso in mare. Il quadro che emerge desta, nelle parole dello stesso Comitato, "preoccupazione".
Il CAT è composto da dieci esperti indipendenti incaricati di monitorare l'attuazione della Convenzione ONU contro la tortura da parte degli Stati aderenti. A metà aprile una delegazione italiana di una ventina di funzionari si era presentata davanti alla 84esima sessione del Comitato a Ginevra. Le osservazioni della società civile erano state portate da Antigone e Medici Senza Frontiere. Nonostante la folta presenza governativa, quasi tutti i rilievi iniziali sono confluiti nel documento finale.
Il primo nodo riguarda la norma interna sul reato di tortura. L'articolo 613-bis del Codice Penale, introdotto solo nel 2017, non coincide pienamente con la definizione della Convenzione internazionale: omette l'intenzionalità e lo scopo dell'atto, e configura la tortura come reato comune commettibile da chiunque — non specificamente da un pubblico ufficiale, come invece richiede la Convenzione. Il Comitato segnala inoltre la preoccupazione per i tentativi parlamentari di abolire del tutto il reato, e rileva che il reato rimane soggetto a prescrizione.
Sul fronte carcerario, i dati sono allarmanti. Al 7 aprile 2026 nelle prigioni italiane si trovavano 63.940 persone a fronte di 46.331 posti disponibili: un sovraffollamento pari al 138%, con punte del 246% nel carcere di Lucca e del 231% a Milano San Vittore. Il CAT segnala un numero "persistentemente alto di morti durante la detenzione" e indagini sui suicidi condotte con "ritardo significativo". Per la prima volta anche le carceri minorili risultano sovraffollate, e sono aperti due processi per tortura a carico di minorenni, uno a Milano e uno a Roma. Il Garante nazionale dei detenuti viene bacchettato per la tendenza alle "presenze cerimoniali senza incidenza".
Il documento critica inoltre la legge 80/2025 (decreto Sicurezza), che ha introdotto 14 nuovi reati, rafforzato i poteri di polizia e previsto il reato di rivolta penitenziaria configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine. Il CAT ne ha chiesto la depenalizzazione, ritenendolo uno strumento che rischia di silenziare le denunce dei detenuti.
Ampio spazio è dedicato alla gestione dei flussi migratori. Il memorandum con la Libia del 2017 — più volte rinnovato — finanzia la cosiddetta "guardia costiera libica" per intercettare i migranti in mare, nonostante sia accertato, anche dall'esito di alcuni processi, che in Libia tortura e trattamenti inumani siano prassi consolidate. I centri per il rimpatrio in Albania compaiono nel documento come luoghi dove il diritto d'asilo viene esternalizzato. All'interno del territorio italiano, i Centri di Permanenza e Rimpatrio (CPR) registrano molteplici accuse di uso eccessivo della forza da parte delle forze dell'ordine.
Il Comitato esprime inoltre "angoscia" per le accuse di intimidazione nei confronti dei difensori dei diritti umani impegnati nel soccorso in mare, criticando la legge n. 15/2023 (il cosiddetto decreto ONG) per le sue "formulazioni vaghe ed eccessivamente generiche" e per le sanzioni sproporzionate — in alcuni casi fino a 20 anni di reclusione — che rischiano di creare un clima intimidatorio per le organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo.
Infine, il documento richiama la decisione della Corte penale internazionale del 17 ottobre 2025 sull'inadempimento italiano all'obbligo di arrestare e consegnare alla Corte Osama Elmasry Njeem, accusato di crimini contro l'umanità e crimini di guerra — tra cui tortura — e ricorda l'obbligo convenzionale di estradare o perseguire penalmente chi sia sospettato di tortura. Le 47 raccomandazioni del CAT non hanno forza vincolante: il governo può leggerle e non dare seguito. Ma il referto è scritto, e l'Italia avrebbe preferito non riceverlo.
USA. Il sostegno alla decriminalizzazione degli psichedelici resta al palo
Nonostante due anni di intensa attività legislativa e una crescente copertura mediatica, il consenso dell'opinione pubblica americana alla decriminalizzazione degli psichedelici non si è mosso di un millimetro. È quanto emerge dalla seconda edizione del Berkeley Psychedelics Survey, condotta dall'UC Berkeley Center for the Science of Psychedelics (BCSP) su un campione rappresentativo di 1.577 elettori statunitensi registrati, intervistati tra il 16 e il 28 aprile 2025.
Come riporta High Times, il dato più significativo riguarda proprio la decriminalizzazione dell'uso e del possesso personale: il sostegno è rimasto fermo attorno al 25-28% degli elettori, con una variazione di appena un punto percentuale rispetto al sondaggio del 2023 — statisticamente irrilevante. Nel frattempo, la metà degli americani e oltre approva che sia più facile per gli scienziati studiare queste sostanze (63%, +14 punti rispetto al 2023), mentre il sostegno all'accesso terapeutico regolamentato e alla disponibilità su prescrizione medica è cresciuto rispettivamente di 10 e 12 punti percentuali.
Il quadro che emerge è quindi nettamente spaccato: cresce il favore verso un utilizzo controllato, clinico e mediato da professionisti della salute, mentre l'idea di togliere semplicemente le sanzioni penali per chi usa psichedelici nella propria vita privata lascia fredda la grande maggioranza degli elettori. Il report del BCSP sintetizza efficacemente la situazione: l'accesso regolamentato con salvaguardie sulla sicurezza guadagna terreno, quello non regolamentato no.
Il divario si fa ancora più netto quando agli intervistati si chiede chi dovrebbe poter accedere a queste sostanze. Per veterani, persone con depressione, dipendenze o in fase terminale di vita, la maggioranza degli elettori è favorevole a un accesso terapeutico regolamentato. Per gli adulti over 21 che semplicemente volessero usarli, solo il 26% sostiene la decriminalizzazione, mentre il 26% ritiene che debba restare illegale.
Resta poi un problema di stigma sociale. Oltre un terzo degli intervistati considera gli psichedelici "fonte di dipendenza", e circa un quarto descrive chi li usa come "irresponsabile" o "tossicodipendente". Allo stesso tempo, le percezioni più comuni degli utilizzatori sono "mente aperta" (48%) e "creativo" (37%): un'immagine pubblica frammentata, sospesa tra curiosità e diffidenza.
Sul fronte della fiducia nelle fonti informative, nessuna categoria ottiene un'approvazione schiacciante: i professionisti della salute mentale sono i più credibili, ma solo il 30% degli elettori li considera "molto affidabili" sul tema degli psichedelici.
Il sondaggio registra anche un aumento della "prossimità" agli psichedelici: il 57% degli elettori ha usato personalmente queste sostanze o conosce qualcuno che lo ha fatto, contro il 53% del 2023. La crescita è particolarmente marcata tra gli elettori neri (+15 punti), gli ultra65enni e i conservatori — categorie che storicamente si trovavano sotto la media nazionale per esposizione al tema.
Sul versante politico-istituzionale, il sondaggio arriva in un momento di insolita vivacità legislativa: una coalizione bipartisan di 32 membri del Congresso ha chiesto alle autorità sanitarie federali di accelerare la revisione delle terapie a base di psichedelici, mentre FDA e Dipartimento della Salute hanno annunciato misure per accelerare l'accesso terapeutico per pazienti con gravi disturbi mentali. Il presidente Trump ha già firmato un ordine esecutivo focalizzato sull'espansione della ricerca su questi trattamenti.
USA. Cannabis drive-through. Assemblea California approva legge. Ora al Senato
L'Assemblea della California ha approvato una legge che consentirebbe ai rivenditori di marijuana di offrire un servizio drive-through per servire i clienti.
Il provvedimento, approvato lunedì con 55 voti favorevoli e 9 contrari, stabilisce che i rivenditori di cannabis autorizzati e le microimprese con punti vendita fisici possono vendere prodotti a base di marijuana "a un cliente a bordo di un veicolo a motore, tramite un servizio drive-through situato all'interno della struttura".
Il disegno di legge ha già superato l'esame della Commissione Bilancio e della Commissione per le Attività Economiche e Professionali dell'Assemblea e ora passerà al Senato per la valutazione.
Secondo la proposta di legge AB 2697 presentata dalla deputata Gail Pellerin (D), le aziende del settore della cannabis avrebbero bisogno dell'approvazione delle giurisdizioni locali in cui operano per poter aggiungere l'opzione drive-thru.
Il proponente ha dichiarato in aula che il disegno di legge "amplierà l'accesso ai prodotti legali a base di cannabis, rafforzando al contempo la capacità del mercato legale di competere con il mercato illegale".
Pellerin e i suoi sostenitori hanno testimoniato che la legge contribuirà a rendere la cannabis legale più accessibile, soprattutto per i pazienti che ne fanno uso a scopo terapeutico e che potrebbero avere difficoltà a scendere dalle proprie auto.
"I rivenditori di cannabis in California non dispongono di un percorso di transazione comune e accessibile per i consumatori, a differenza di molti altri rivenditori in California, tra cui fast food, farmacie, banche e persino negozi di liquori", aveva affermato Pellerin in precedenza.
"I consumatori di cannabis con problemi di mobilità o altre disabilità hanno poche possibilità di procurarsi la cannabis senza dover scendere dalle proprie auto. E sebbene la consegna a domicilio sia legale, esistono restrizioni in termini di area di servizio", ha affermato. "Consentire ai rivenditori di cannabis di aggiungere l'opzione, più comoda per il consumatore, di un servizio drive-through sicuro, previa approvazione delle autorità locali, migliorerà l'esperienza del cliente, aumenterà la sicurezza presso i rivenditori di cannabis e contribuirà ad espandere il mercato legale della cannabis in California".
La California Narcotic Officers' Association si oppone alla proposta, sostenendo che "pur essendo concepito per promuovere la comodità, questo modello di vendita al dettaglio introduce maggiori rischi legati alla guida in stato di ebbrezza, al rispetto delle normative, all'esposizione alla criminalità e alla sicurezza stradale".
"È importante sottolineare che nessuna legge simile autorizza la vendita di alcolici tramite il servizio drive-through. La vendita di cannabis tramite il servizio drive-through crea un collegamento diretto tra l'acquisto e la guida del veicolo", ha affermato il gruppo di polizia. "Ciò aumenterà la probabilità di incidenti e decessi causati dalla guida sotto l'effetto di droghe, incoraggiando il consumo immediato o quasi immediato di prodotti commestibili e ad alta potenza dopo l'acquisto, con conseguente pericolosa compromissione delle capacità di guida."
In base a una normativa attualmente in vigore, emanata durante il picco della pandemia di COVID, i dispensari possono già offrire il servizio di ritiro a bordo strada.
Il disegno di legge attualmente in discussione in parlamento prevede che le vendite tramite drive-thru "debbano avvenire attraverso una finestra di sicurezza con vetro fisso e un cassetto di sicurezza o un meccanismo di trasferimento sicuro simile, integrato in un edificio situato all'interno della proprietà".
(Marijuana Moment)
REP. DEM. CONGO. Epidemia di Ebola. 80 mortiLa principale agenzia sanitaria africana ha dichiarato un'epidemia di Ebola nella provincia orientale di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo. Lo scrive la Bbc. Secondo i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), sono stati segnalati circa 246 casi e 80 decessi, principalmente nelle città minerarie di Mongwalu e Rwampara.
Ieri le autorità ugandesi hanno confermato un caso di Ebola importato dalla Repubblica Democratica del Congo. Il ministero della Salute del Paese ha dichiarato che un uomo di 59 anni, deceduto giovedì, era risultato positivo al test.
Il virus Ebola è stato scoperto per la prima volta nel 1976 in quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo, e si ritiene che sia diffuso dai pipistrelli.
Questa è la diciassettesima epidemia di questa letale malattia virale nel Paese.
Si diffonde attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei e attraverso lesioni cutanee, causando gravi emorragie e insufficienza d'organo. I primi sintomi includono febbre, dolori muscolari, affaticamento, mal di testa e mal di gola, seguiti da vomito, diarrea, eruzioni cutanee e sanguinamento.
Non esiste una cura comprovata per l'Ebola.
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il tasso di mortalità medio si aggira intorno al 50%. (ANSA)
ITALIA. L’Italia che invecchia cambia il mercato e apre la strada alla florida e durevole silver economyIn Italia diminuisce e invecchia la popolazione, ma cambiano soprattutto le famiglie e il modo di consumare. È questa la fotografia scattata dall’analisi presentata da Matteo Bonù, Food Industry Leader di NielsenIQ e Letizia Mencarini, Professoressa dell’Università Bocconi a Linkontro 2026, che integra dinamiche demografiche e comportamenti dei consumatori per interpretare il futuro del largo consumo.
Nel 2025, l’Italia segna nuovi record demografici: la fecondità scende a 1,14 figli per donna, con 355 mila nascite, mentre l’età media al parto sale a 32,7 anni. Parallelamente cresce il numero di famiglie unipersonali, che raggiungono il 37,1% del totale, e aumenta l’incidenza della popolazione anziana, con 1 italiano su 4 over 65.
Un equilibrio sempre più fragile, che si traduce anche in una riduzione della popolazione: dai 58,9 milioni del 2025 si scenderà i 55 milioni entro il 2050.
L’Italia è uno dei Paesi più avanzati nel processo di invecchiamento demografico: già ora gli over 65 rappresentano il 25% della popolazione, una soglia che altre economie sviluppate raggiungeranno solo nei prossimi decenni. Questo cambiamento genera un impatto diretto sui consumi e apre la strada alla silver economy, con gli over 50 destinati a rappresentare il 39% del PIL mondiale entro il 2050 e il 60% della spesa globale.
Il cambiamento demografico ha un impatto diretto sui consumi: meno persone significa meno quantità acquistate, ma non necessariamente meno valore. Come evidenzia Matteo Bonù, Food Industry Leader di NIQ: “Con meno popolazione è inevitabile attendersi una contrazione dei volumi. Ma allo stesso tempo, il trasferimento di ricchezza in atto e la diversa composizione delle famiglie aprono uno spazio enorme per una ricomposizione del valore. La vera sfida è intercettare i consumi futuri, non inseguire quelli del passato”. Nei prossimi 25 anni, infatti, in Italia si trasferiranno circa 1.700 miliardi di euro sotto forma di eredità, un fattore che sosterrà la capacità di spesa, soprattutto nelle fasce più adulte della popolazione.
L’analisi NIQ evidenzia come non tutte le famiglie abbiano lo stesso ruolo nel determinare i trend. Le famiglie con figli – circa 7,9 milioni – presentano nel 75% dei casi un reddito sotto la media e concentrano la spesa sui bisogni essenziali. Questo si riflette in comportamenti d’acquisto più rigidi: le prime 100 marche rappresentano fino al 51% della loro spesa, segno di minore capacità di sperimentazione. Al contrario, le famiglie senza figli – spesso più mature e con maggiore capacità di spesa – risultano più aperte, guidando molte delle categorie in crescita. Non a caso, su 30 categorie a maggiore sviluppo, solo 1 è trainata dalle famiglie con figli, mentre le altre 29 sono sostenute dagli altri nuclei familiari.
Tra gli esempi più evidenti: prodotti legati al benessere e alla qualità della vita come kefir, yogurt proteici, frutta esotica, semi e berry mix, sempre più presenti nel carrello degli italiani.
Il cambiamento demografico non riguarda solo la quantità, ma anche la struttura della domanda. Secondo Letizia Mencarini, Professoressa dell’Università Bocconi: “L’Italia è oggi uno dei Paesi più avanzati nel processo di invecchiamento della popolazione: già oggi una persona su quattro ha più di 65 anni. Dopo il Giappone, il nostro paese rappresenta un laboratorio per le economie sviluppate (seguiranno a breve Germania e Francia). Questo non rappresenta solo una sfida, ma anche un’opportunità per ripensare modelli di consumo e offerta, perché le generazioni mature hanno un peso crescente sulla spesa e sull’economia”. A livello globale, gli over 50 arriveranno a generare il 39% del PIL mondiale entro il 2050 (+9 pp vs oggi), e rappresenteranno il 60% della spesa globale.
I senior sono sempre più digitali e oggi trascorrono oltre 5 ore al giorno sui media, con una crescita significativa del tempo dedicato al web rispetto al 2015. Il 56% dichiara di aver effettuato acquisti online nell’ultimo anno, mentre cresce anche l’utilizzo degli strumenti di GenAI, adottati negli ultimi tre mesi dal 19,9% degli italiani senior.
Nel nuovo contesto, in base agli insight Sinottica NIQ, i consumi si muovono lungo tre direttrici principali: Benessere, Tempo e Tecnologia.
Il Benessere, sempre più centrale e trasversale, è sistemico e riguarda il corpo, la mente e le relazioni: infatti il 44% delle persone dichiara di spendere molto o abbastanza in prodotti beauty (+20 pp vs 2015), il 30% consuma prodotti arricchiti con vitamine o il 32% con sostanze benefiche (rispettivamente con +13 e + 8 pp vs 2015) e il 45% associa il benessere alle esperienze e alle relazioni (+14 pp vs 2015).
Il Tempo diventa una risorsa scarsa e ridefinisce le abitudini: il tempo dedicato alla cucina è in calo del-13% rispetto al 2019, solo il 53% considera ancora cucinare per gli altri un piacere (-5 pp vs 2015)
cresce però la convivialità domestica: +4 punti chi invita amici a casa (33%). Una contraddizione che apre spazio a soluzioni di consumo basate sulla “praticità senza compromessi”.
La Tecnologia riguarda anche le fasce più mature che sono sempre più digitali: il 56% degli over 55 a effettuato acquisti online nell’ultimo anno (+ 300% 2025 vs 2015) e il tempo sul web cresce fino a 75 minuti al giorno (vs 18 nel 2015). E con il dilagare dell’utilizzo della GenAI, la tecnologia diventa parte integrante del processo decisionale e dell’esperienza di acquisto.
In questo scenario, il mercato non può più essere letto solo in termini di crescita o contrazione. La riduzione della popolazione porterà inevitabilmente a un calo dei volumi, ma contemporaneamente si aprono nuove opportunità per costruire valore, attraverso scelte sempre più precise: prodotti più mirati ai bisogni specifici, formati adatti a nuclei piccoli, assortimenti targetizzati, layout dei punti di vendita che accorciano tempi e fatica decisionale, contenuti autentici, fotografie e descrizioni dei prodotti impeccabili per alimentare l’IA che supporta la scelta del consumatore.
Il futuro del largo consumo, dunque, non sarà determinato dal numero di consumatori, ma dalla capacità di comprendere chi sono e come stanno cambiando.
(FoodAffairs.it)
U.E.. Cambio sesso. I dubbi della CommissioneLa Commissione europea ha chiesto agli Stati membri di vietare le “terapie di conversione”, trattamenti spesso traumatici che vengono imposti per modificare l’orientamento sessuale di una persona. La raccomandazione risponde a un’iniziativa popolare sottoscritta da oltre un milione di cittadini europei sul tema. Al momento, la Commissione non ha imposto un divieto, perché i Paesi dell’Unione non sono tutti d’accordo, ha detto la commissaria all’Uguaglianza Hadja Lahbib.
MONDO. Nicotine pouch: OMS lancia l'allarme, 23 miliardi di unità vendute nel 2024L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato un allarme sul rapido e preoccupante diffondersi delle bustine di nicotina, le cosiddette nicotine pouch: piccoli sacchetti senza tabacco che si posizionano tra gengiva e labbro e rilasciano nicotina attraverso le mucose orali. In genere contengono nicotina, aromi, dolcificanti e altri additivi. Le vendite al dettaglio di questi prodotti hanno raggiunto, nel solo 2024, oltre 23 miliardi di unità a livello globale — un dato che fotografa una crescita esplosiva del mercato.
Secondo quanto riporta Quotidiano Sanità, l'OMS denuncia che questi prodotti vengono commercializzati in modo aggressivo tra adolescenti e giovani adulti, sfruttando confezioni colorate, gusti accattivanti come menta, frutta e dolciumi, e strategie di marketing mirate sui social media. «Non si tratta solo di una tendenza di mercato, è una sfida per la salute pubblica», ha dichiarato Vinayak Prasad, responsabile dell'unità di controllo del tabacco dell'OMS. «Questi prodotti sono progettati per creare dipendenza ed è fondamentale proteggere i giovani dalle manipolazioni dell'industria», ha aggiunto Etienne Krug, Direttore del Dipartimento Determinanti della Salute, Promozione e Prevenzione dell'OMS.
L'OMS ricorda che la nicotina è una sostanza che crea forte dipendenza ed è dannosa in particolare per bambini, adolescenti e giovani adulti, il cui cervello è ancora in fase di sviluppo. L'esposizione alla nicotina durante l'adolescenza può influenzare lo sviluppo cerebrale, con ricadute negative sull'attenzione e sull'apprendimento. La sostanza aumenta inoltre il rischio cardiovascolare e l'uso precoce può incrementare la probabilità di sviluppare dipendenze multiple.
Sul fronte normativo, il quadro globale è allarmante: circa 160 paesi non dispongono di alcuna regolamentazione specifica sulle bustine di nicotina, mentre soltanto 16 ne vietano la vendita e 32 le regolamentano in qualche misura. Le lacune normative, denuncia l'OMS, espongono direttamente i giovani a questi prodotti senza adeguate protezioni. L'organizzazione esorta quindi i governi ad agire con rapidità, adottando misure solide che comprendano il divieto di vendita ai minori, la restrizione della pubblicità, la limitazione dei livelli di nicotina e il bando degli aromi pensati per aumentare l'attrattività dei prodotti.
INDIA. Le 50 città più calde del mondo durante aprile. Tutte in un solo StatoIn un solo giorno, tutte le 50 città più calde del mondo si trovavano in India , mentre il paese affrontava un'ondata di calore straordinariamente torrida.
Aprile non è stato un mese normale e il 27 aprile "non ha precedenti nell'era moderna", ha spiegato la piattaforma di monitoraggio della qualità dell'aria AQI in un nuovo post sul blog.
"Nessuna candidatura dal Medio Oriente. Nessuna dall'Africa subsahariana. Nessuna dall'Australia. L'India ha occupato l'intera lista, dal primo al cinquantesimo posto", ha affermato la piattaforma.
Nelle 50 città, la temperatura massima media registrata quel giorno è stata di 44,7 gradi Celsius (112,46 gradi Fahrenheit).
Banda, nello stato settentrionale dell'Uttar Pradesh , ha registrato la temperatura più alta del mondo, con 46,2 gradi Celsius (115,16 gradi Fahrenheit).
Anche la città più fresca della lista, Solapur, ha registrato temperature che "sarebbero considerate un'emergenza sanitaria pubblica in qualsiasi parte d'Europa", ha osservato la piattaforma.
"Quando 50 città condividono temperature medie superiori a 37,5 gradi Celsius [o 99,5 gradi Fahrenheit] – la temperatura corporea interna umana – intere regioni vivono in condizioni in cui le malattie legate al caldo diventano un rischio di massa per la salute pubblica", ha affermato l'AQI.
(Julia Musto su The Independent del 15/05/2026)
ITALIA. Stati Generali della Giustizia minorile. Cominciati i lavori che si concluderanno a novembreHanno preso il via da pochi giorni gli Stati generali della giustizia minorile, voluti dall’associazione Antigone, insieme a Defence for Children Italia e Libera. Sei tavoli di lavoro su altrettanti temi per un un percorso partecipato che grazie al lavoro comune di oltre 150 esperti ed esperte produrrà entro il mese di novembre una serie di proposte concrete.
Per anni l’Europa ha considerato come un modello l’approccio italiano alla giustizia per i ragazzi e le ragazze: meno carcere, più educazione, più percorsi di reinserimento. Oggi il corso si è invertito: la detenzione aumenta, cresce il sovraffollamento negli istituti, prevale la sola logica della repressione. Soprattutto prevale un’idea dell’universo giovanile come una parte a sé, con scarsi legami con il mondo degli adulti e avviato a un proprio percorso di imbarbarimento cui noi, gli adulti, dobbiamo rispondere con misure più severe e rigorose. Il disagio giovanile ottiene punizione, si richiede l’abbassamento dell’età imputabile, si prevede di rinchiudere i minorenni con gli adulti in risposta all’affollamento degli istituti di pena.
Al contrario, dobbiamo interrogarci su quale possa essere la risposta penale più adeguata per le persone minorenni, magari immaginando un sistema sanzionatorio diversificato, o addirittura un codice penale differente per i non adulti e recuperando le misure alternative come la “messa alla prova” o i percorsi rieducativi e inclusivi.
Dobbiamo deciderci a riconoscere che le persone giovani ci guardano, assimilano i comportamenti degli adulti, ne fanno modelli, magari parodie, ma non inventano dal nulla i comportamenti che poi ci troviamo a censurare.
Una drammatica conferma ci arriva dall’omicidio di Bakari Sako, il 35enne maliano ucciso nell’alba di sabato a Taranto mentre stava andando a lavorare. La cronaca ci dice che è stato un gruppo di minorenni a inseguirlo, picchiarlo e infine colpirlo a morte, ma ci dice anche che il barista a cui aveva chiesto aiuto lo ha respinto senza chiamare la polizia. E ci dice che un adulto si è aggiunto ai ragazzi nel colpirlo. Le persone giovani ci guardano, dobbiamo cominciare a vederle a nostra volta.
(Eva Benelli su ScienzaInRete del 15/05/2026)
USA. Psichedelici. Cresce il sostegno per l'uso terapeutico
Si è registrato un "notevole aumento" del sostegno all'accesso terapeutico legale e regolamentato alle sostanze psichedeliche, nonché un'espansione della ricerca sul loro potenziale medico; un nuovo sondaggio ha infatti rilevato che negli ultimi due anni gli elettori si sono mostrati più aperti a questa opzione di trattamento alternativa.
Mentre il movimento di riforma a livello statale e federale si è intensificato, il Center for the Science of Psychedelics (BCSP) dell'Università della California, Berkeley, ha pubblicato mercoledì il suo secondo sondaggio nazionale su come gli elettori percepiscono queste sostanze, nonché sulle loro opinioni in merito alle diverse proposte di politica in materia di psichedelici.
Nel complesso, i risultati mostrano che "l'uso regolamentato con chiare linee guida in materia di sicurezza sta guadagnando terreno, mentre il sostegno all'accesso non regolamentato non lo sta facendo", si legge nella nota del centro sul sondaggio. Ciò si basa su un'analisi dei dati del sondaggio del 2025, che ha rivelato un "notevole aumento" nell'approvazione degli elettori per "due diversi tipi di approcci politici" relativi alle sostanze psichedeliche rispetto a un precedente sondaggio condotto nel 2023.
Il sostegno alla possibilità di rendere le sostanze psichedeliche disponibili come farmaci da prescrizione è aumentato di 12 punti percentuali tra il 2023 e il 2025, passando dal 29% al 41%. Analogamente, il sostegno alla legalizzazione dell'uso terapeutico delle sostanze psichedeliche è cresciuto di 10 punti percentuali, dal 36% al 46% nell'arco di due anni.
L'altro approccio politico che ha guadagnato terreno negli ultimi due anni è stato quello di facilitare lo studio delle sostanze psichedeliche da parte degli scienziati. Nel 2023, poco meno della metà (49%) degli elettori si è dichiarata favorevole a tale proposta; entro il 2025, il sostegno è balzato al 63%.
"Sembra che gli elettori si stiano aprendo all'uso di sostanze psichedeliche come trattamenti medici accessibili all'interno di quadri medici e terapeutici regolamentati", hanno affermato gli autori del rapporto del sondaggio. Hanno aggiunto, tuttavia, che c'è stata una notevole eccezione, con un concetto politico che ha curiosamente visto un calo "non significativo" di 1 punto percentuale di sostegno dal 2023: la depenalizzazione.
Nell'ultimo sondaggio, solo il 28% degli elettori si è dichiarato favorevole all'abolizione delle sanzioni penali per l'uso e il possesso personale di sostanze psichedeliche, una politica che per anni ha goduto del sostegno della maggioranza, spesso bipartisan, quando applicata alla marijuana.
"Nonostante l'aumento delle leggi locali che depenalizzano il possesso per uso personale, abbiamo osservato un sostegno tiepido da parte degli elettori per questo tipo di politica", afferma il rapporto del sondaggio. "L'ondata di sostegno alla ricerca scientifica e ad altre opzioni altamente regolamentate potrebbe indicare che molti elettori sono curiosi riguardo alle sostanze psichedeliche e ai loro effetti, ma nutrono preoccupazioni circa la loro sicurezza ed efficacia".
"Una possibile interpretazione è che le persone potrebbero essere preoccupate per i rischi, o consapevoli dei parametri legali e dello stigma attuali e storici, il che le porterebbe a essere più favorevoli all'uso di sostanze psichedeliche in un ambiente controllato", si legge nel documento.
Nel frattempo, i ricercatori hanno anche scoperto che le opinioni politiche sull'uso terapeutico degli psichedelici variavano a seconda dei casi specifici in cui veniva chiesto agli intervistati di esprimersi. Ad esempio, il 48% si è dichiarato favorevole a un accesso regolamentato agli psichedelici, mentre il 38% si è detto favorevole all'abolizione delle sanzioni penali per l'uso di psichedelici, qualora la persona che li utilizza si trovi in fase terminale.
La maggioranza degli elettori è inoltre favorevole all'accesso terapeutico regolamentato alle sostanze psichedeliche per i veterani militari (56%), le persone affette da depressione (60%) e coloro che soffrono di dipendenza (54%).
Per quanto riguarda la depenalizzazione, il sostegno alla riforma è stato più elevato per le cure di fine vita. Un ulteriore 26% ha dichiarato di appoggiare la politica per chiunque abbia 21 anni o più, seguito dai veterani (22%), dalle persone con depressione (17%) e dalle persone con dipendenze (12%).
Per quanto riguarda la percezione della sicurezza delle sostanze psichedeliche, il 37% degli intervistati ha affermato che è "abbastanza" o "estremamente" sicuro usarle in un ambiente supervisionato, il 20% ha detto la stessa cosa riguardo alla sicurezza delle sostanze psichedeliche rispetto al tabacco e il 18% ha espresso la stessa opinione sulla loro relativa sicurezza rispetto all'alcol.
"Le nostre principali aree di indagine – l'esposizione alle sostanze psichedeliche, la fiducia, i cambiamenti politici, gli stigmi e le preoccupazioni – hanno prodotto risultati rilevanti per il panorama politico in rapida evoluzione in materia di sostanze psichedeliche", conclude il rapporto.
"Nonostante il forte aumento del sostegno a diverse proposte politiche, solo una – quella di semplificare la ricerca scientifica sulle sostanze psichedeliche (63%) – ha ottenuto un forte sostegno da parte della maggioranza, il che, a nostro avviso, riflette la cautela con cui gli elettori guardano alle sostanze psichedeliche. Abbiamo inoltre riscontrato un certo interesse per l'educazione nelle scuole superiori pubbliche sui rischi e i benefici delle sostanze psichedeliche (35% di "forte sostegno" e 30% di "sostegno moderato"), a ulteriore conferma del desiderio degli elettori di ricevere informazioni e di vederne la diffusione."
I dati riflettevano anche "una diffusa preoccupazione e uno stigma nei confronti delle sostanze psichedeliche", hanno scritto gli autori, sottolineando i paragoni in termini di sicurezza con il tabacco e l'alcol. Tra il 35% e il 38% degli elettori ha inoltre affermato che le sostanze psichedeliche creano dipendenza e "possono causare nuovi problemi di salute mentale".
Inoltre, mentre il 48% degli intervistati ha descritto i consumatori di psichedelici come "di mentalità aperta" e un altro 37% li ha definiti "creativi", circa un quarto ha affermato che le persone che assumono queste sostanze a base vegetale sono "irresponsabili" (24%) o "tossicodipendenti" (24%).
"Il complesso insieme di percezioni e atteggiamenti emerso da questi dati, unito alle sistematiche variazioni demografiche, suggerisce che le strategie di comunicazione efficaci e l'educazione del pubblico dovranno mirare a costruire un rapporto di fiducia con specifici segmenti di pubblico e a colmare le lacune informative", conclude l'indagine.
Il sondaggio BCSP ha coinvolto interviste a 1.577 elettori statunitensi dal 16 al 28 aprile 2025, con un margine di errore di +/- 2,5 punti percentuali.
Un sondaggio separato pubblicato dalla RAND Corporation a febbraio ha rilevato che, sebbene il sostegno alla legalizzazione dell'uso di sostanze psichedeliche fosse relativamente basso , l'opinione pubblica sulla questione sembrava seguire da vicino le orme del movimento per la riforma della marijuana prima che i primi stati iniziassero ad attuare la legalizzazione della cannabis.
I ricercatori della RAND hanno inoltre pubblicato a gennaio dati che mostrano come quasi 10 milioni di adulti americani abbiano assunto microdosi di sostanze psichedeliche come psilocibina, LSD o MDMA nel 2025.
Nel frattempo, i dati più recenti di un sondaggio condotto dall'Università della California a Berkeley vengono pubblicati circa una settimana dopo che una coalizione bipartisan di 32 membri del Congresso ha esortato i funzionari sanitari federali ad accelerare le revisioni in corso sulle terapie psichedeliche .
Da parte loro, la Food and Drug Administration (FDA) e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) hanno annunciato il mese scorso delle misure che, a loro dire, contribuiranno ad "accelerare" l'accesso terapeutico alle sostanze psichedeliche per i pazienti affetti da gravi disturbi mentali .
Tale decisione ha fatto seguito a un ordine esecutivo sulle sostanze psichedeliche firmato dal presidente Donald Trump .
(Marijuana Moment del 14/05/2026)
USA. Pillola abortiva. Corte Suprema stabilisce che può continuare ad essere acquistata per postaLa Corte Suprema ha stabilito che la pillola abortiva mifepristone può continuare ad essere reperibile per posta.
Due aziende produttrici del farmaco avevano chiesto l'intervento della Corte Suprema dopo che un tribunale di grado inferiore aveva imposto significative restrizioni all'accesso al mifepristone nell'ambito di una causa in corso.
L'ordinanza emessa giovedì dalla Corte Suprema blocca tali limitazioni in attesa della conclusione del contenzioso. L'accesso alla pillola probabilmente rimarrà garantito fino alla sentenza definitiva, che potrebbe arrivare il prossimo anno.
Le pillole abortive sono il metodo più comune per interrompere la gravidanza negli Stati Uniti, soprattutto negli stati in cui l'aborto è vietato.
FRANCIA. Cannabis terapeutica. Favorevole il 92%. Sondaggio
Secondo un recente sondaggio condotto dall'Istituto Norstat per conto dell'associazione di pazienti APAISER S&C e del quotidiano L'Hemicycle , il 92% degli intervistati si è dichiarato favorevole alla legalizzazione della cannabis terapeutica in Francia.
«A due anni dalla conclusione della sperimentazione dell'ANSM (Agenzia nazionale francese per la sicurezza dei medicinali e dei prodotti sanitari) e dall'approvazione per legge di un'autorizzazione temporanea di cinque anni, e nonostante i ripetuti impegni dei governi che si sono succeduti, la prescrizione di farmaci a base di cannabis non è ancora autorizzata in Francia», ha scritto APAISER S&C sul suo sito web (tradotto dal francese all'inglese).
«Di fronte a questa situazione di stallo, APAISER S&C e il quotidiano L'Hemicycle hanno commissionato un sondaggio d'opinione per valutare il livello di informazione e le opinioni del pubblico francese e per affrontare eventuali ostacoli rimanenti al dibattito», ha scritto l'associazione. Tra i principali risultati del sondaggio figurano:
“Questi risultati confermano quanto osserviamo da diversi anni: l'opinione pubblica ha superato i tabù e si concentra sul benessere dei pazienti. Ora si aspetta che chi prende le decisioni si assuma le proprie responsabilità e consenta ai pazienti di accedere a trattamenti esistenti, efficaci e attualmente negati”, afferma Mado Gilanton, Presidente di APAISER S&C.
“Raramente abbiamo assistito a un tale livello di consenso su una questione così delicata. Con il 92% di sostegno all'autorizzazione medica, ci troviamo di fronte a un'opinione pubblica chiara, informata e coerente. I dati parlano da soli: l'ente regolatore è in disaccordo con i cittadini su questo tema”, afferma Raphaël Clavé , direttore generale di Norstat Francia, in merito ai risultati del sondaggio.
APAISER S&C (Associazione per l'aiuto, l'informazione e il supporto agli studi e alla ricerca sulla siringomielia e la malformazione di Chiari), un'associazione di pazienti senza scopo di lucro fondata nel 2000, è riconosciuta come un'organizzazione di interesse generale ed è accreditata a livello nazionale dal 2007 per rappresentare i pazienti presso ospedali e strutture sanitarie pubbliche. Unica associazione dedicata ai pazienti affetti da siringomielia, malformazione di Chiari o labiopalatoschisi, è membro della Rare Diseases Alliance e di Eurordis.
I risultati del sondaggio pubblicati giungono a seguito di una notizia secondo cui la Francia potrebbe essere in procinto di vietare i prodotti alimentari a base di cannabidiolo (CBD). Secondo un esperto del settore citato da France 24 nella sua copertura locale, "i prodotti alimentari a base di CBD rappresentano circa il 40% delle vendite nei negozi specializzati che sono sorti nelle città e nei paesi di tutta la Francia".
La Francia è uno dei maggiori mercati della cannabis in Europa, sebbene quasi interamente non regolamentato. Si stima che il 99,7% dell'industria francese della cannabis rimanga non regolamentato, con conseguente enorme potenziale di profitto inespresso per imprenditori e investitori. Negli ultimi anni, legislatori e autorità di regolamentazione francesi hanno lavorato per creare un modello più moderno per la cannabis terapeutica e, con una popolazione nazionale di oltre 68 milioni di persone, un'industria della cannabis legalizzata in Francia ha il potenziale per diventare una delle più grandi al mondo.
Secondo il rapporto 2025 dell'Agenzia europea per le droghe (UEDA ), la Francia detiene il primato per il più alto tasso di consumo di cannabis tra gli adulti nell'Unione Europea. Oltre la metà degli adulti francesi (50,4%) dichiara di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita. A titolo di confronto, i paesi che seguono in classifica sono la Spagna con il 43,7% e la Danimarca con il 37,6%.
Una precedente analisi di mercato condotta da Beau Whitney di Whitney Economics ha rilevato che la Francia si colloca tra i primi tre mercati europei per la cannabis, con un valore di mercato potenziale complessivo di 8,3 miliardi di dollari, e che incrementare l'accesso alla cannabis terapeutica in Francia potrebbe ridurre la spesa del sistema sanitario di quasi 1 miliardo di dollari.
Uno studio separato, condotto da un comitato consultivo economico presso l'ufficio del Primo Ministro francese, ha stabilito che il governo francese spende circa 570 milioni di euro all'anno per far rispettare il divieto sulla cannabis. Lo studio raccomandava alla Francia di legalizzare la cannabis per uso ricreativo e di avviare un'industria regolamentata in questo settore. Emmanuelle Auriol, professoressa presso la Scuola di Economia di Tolosa e autrice del rapporto e delle conclusioni dello studio, ha stimato che un simile cambiamento di politica potrebbe creare fino a 80.000 nuovi posti di lavoro e generare 2,8 miliardi di euro di entrate fiscali all'anno.
(Johnny Green su ICBC del 12/05/2026)
ITALIA. 257 i Comuni 'bandiere blu'In Italia ci sono 257 Comuni bandiere blu. Tra i nuovi ingressi c’è Rimini, mentre tra le uscite si trova San Felice Circeo. I riconoscimenti aumentano di 11 unità rispetto al 2025, con 14 nuovi Comuni premiati e 3 esclusioni. La Liguria resta la regione leader con 35 località certificate, seguita da Puglia e Calabria con 27. Le spiagge premiate sono 525, pari all’11,6% del totale mondiale, mentre i porti turistici riconosciuti salgono a 87. I criteri valutano qualità delle acque, gestione dei rifiuti, servizi, mobilità sostenibile e accessibilità.
(IlSole24Ore)
USA. 19enne morto di overdose per un mix consigliato da ChatGpt
Samuel Nelson, 19 anni, è morto per overdose dopo aver seguito i consigli medici di ChatGpt. È questa l’accusa mossa dai genitori del giovane “Sam”, a distanza di un anno dalla sua tragica scomparsa, avvenuta il 31 maggio 2025 a causa di una combinazione fatale di alcol, Xanax e kratom.
Secondo la denuncia, il giorno della tragedia, ChatGpt avrebbe attivamente istruito Sam a mescolare l’integratore a base di erbe kratom con lo Xanax, un farmaco ansiolitico, e gli avrebbe fornito, senza che lui lo avesse richiesto, un dosaggio letale. I genitori del 19enne, Leila Turner-Scott e Angus Scott, accusano il colosso californiano di non aver individuato i segni di deterioramento del ragazzo e di non averlo convinto a chiamare i soccorsi medici.
“Sam era un ragazzo intelligente, felice e normale. Gli parlavo spesso di sicurezza online, ma nemmeno nel mio peggior incubo avrei potuto immaginare che ChatGpt gli avrebbe causato la morte”, ha dichiarato sua madre, che ha aggiunto: “Se ChatGpt fosse stata una persona, oggi sarebbe dietro le sbarre. Sam si fidava di ChatGpt, ma non solo gli forniva informazioni false, ma ignorava anche il rischio crescente che correva e non lo incoraggiava attivamente a chiedere aiuto. ChatGpt – continua Leila Turner-Scott – era stato progettato per incoraggiare l’interazione degli utenti a tutti i costi, che nel caso di Sam significava la sua vita. Voglio che tutte le famiglie siano consapevoli dei pericoli di ChatGpt e voglio garanzie che OpenAi prenda sul serio la sua responsabilità di creare prodotti sicuri per i consumatori”.
I genitori hanno fatto causa a OpenAi assistiti da Tech Justice Law, Social Media Victims Law Center e dal Tech Accountability Competition Project. La causa è stata depositata il 12 maggio 2026 in California, presso la San Francisco County Superior Court.
Qui il reclamo presentato dai legali.
Secondo quanto riferito dalla famiglia a Cbs News, Sam Nelson avrebbe usato ChatGpt nei mesi precedenti la sua morte, inizialmente anche per attività quotidiane e scolastiche. In seguito, sempre secondo l’accusa, le interazioni sarebbero diventate più rischiose, fino al giorno della morte, il 31 maggio 2025, quando il chatbot avrebbe discusso di miscele tra sostanze e avrebbe suggerito l’uso combinato di kratom e Xanax.
OpenAi, in una dichiarazione riportata da Cbs News e da Bloomberg Law, ha parlato di una “situazione straziante”, (“heartbreaking situation”), esprimendo vicinanza alla famiglia e aggiungendo che quelle interazioni riguardavano una versione precedente di ChatGpt, non più disponibile al pubblico. L’azienda ha anche sostenuto che il sistema avrebbe incoraggiato Sam a cercare aiuto dagli esperti in più occasioni, comprese linee di emergenza.
Il caso apre un fronte delicato per la responsabilità civile nell’uso dei chatbot. Le dichiarazioni formali con cui questi strumenti avvisano gli utenti di non intenderli come sostituti dei medici non eliminano il rischio di un sistema conversazionale che fornisce indicazioni su salute, farmaci e sostanze senza la cornice di sicurezza di un consulto professionale.
La causa punta proprio su questo punto: i querelanti sostengono che il prodotto abbia abbassato le abarriere di sicurezza finendo per trattare un tema medico come una normale conversazione testuale. La contestazione riguarda il design del sistema, i controlli di sicurezza e la gestione delle interazioni ad alto rischio.
La versione utilizzata da Sam Nelson era ChatGpt-4o, il modello lanciato da OpenAi nel maggio 2024. Secondo la causa e diverse inchieste giornalistiche successive, quel rilascio avrebbe avuto un ciclo di test di sicurezza durato appena una settimana, invece dei mesi standard, per anticipare la concorrenza di Google Gemini.
OpenAi avrebbe anche riscritto le istruzioni operative del modello: fino al 2024, ChatGpt era programmato per chiudere la conversazione non appena emergevano temi di autolesionismo o uso di sostanze pericolose; cinque giorni prima del lancio di GPT-4o, quella direttiva fu sostituita da un’istruzione a non “cambiare o interrompere la conversazione” su quei temi.
L’obiettivo, secondo i legali di almeno due famiglie che hanno fatto causa all’azienda, era massimizzare il tempo di utilizzo, a scapito della protezione degli utenti vulnerabili.
Questo è il contesto in cui si inserisce la morte di Sam Nelson, avvenuta il 31 maggio 2025, ovvero un anno dopo il lancio del modello incriminato e prima che la maggior parte delle correzioni promesse fosse effettivamente operativa.
Dopo una serie di cause legali e di denunce pubbliche, tra cui quella per la morte del sedicenne Adam Raine, che aveva interagito per mesi con ChatGpt su temi di autolesionismo e a cui, secondo la denuncia dei genitori, il chabot avrebbe consigliato di “non lasciare in vista il cappio” con cui si sarebbe suicidito, OpenAi ha avviato un processo di revisione. In un annuncio del settembre 2025, l’azienda ha dichiarato un “piano di 120 giorni” per introdurre controlli parentali, rilevamento automatico della sofferenza emotiva e reindirizzamento delle conversazioni sensibili verso modelli con protocolli di sicurezza più robusti.
L’aggiornamento delle condizioni di servizio di ottobre 2025 ha poi introdotto il divieto esplicito di fornire “consigli personalizzati che richiedano una licenza professionale” in assenza di un operatore umano certificato.
A gennaio 2026, OpenAi ha aggiunto un sistema di stima dell’età degli utenti per rafforzare le protezioni per i minori, e a febbraio 2026 ha annunciato ulteriori misure, tra cui i “contatti di fiducia” (“trusted contacts”), che avvisano una persona designata quando il sistema rileva un momento di crisi.
Queste misure, però, non erano ancora in vigore quando Sam Nelson usava ChatGpt-4o nel 2025. Ed è su questo scarto temporale, tra la diffusione del prodotto e la correzione dei suoi difetti, che si concentra il nucleo della causa civile contro l’azienda guidata da Sam Altman.
Meetali Jain, direttrice esecutiva di Tech Justice Law, riportata da Yale Law School, non ha dubbi: “OpenAi ha distribuito un prodotto Ai difettoso direttamente ai consumatori, sapendo che veniva usato come sistema di triage medico di fatto, ma senza adeguate protezioni di sicurezza”.
Ora la Corte suprema di San Francisco dovrà valutare le responsabilità del colosso californiano nell’ennesima tragedia legata all’utilizzo dei chatbot Ai.
(AdnKronos)
ITALIA. Tumori, 4 milioni di persone vivono dopo la diagnosi: i diritti a rischio per la burocraziaSono circa 4 milioni i cittadini italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore, con bisogni clinici, riabilitativi, sociali e lavorativi sempre più complessi. Un numero in crescita, frutto indiscutibile dei progressi delle cure, ma che porta con sé sfide ancora irrisolte. A fotografare la situazione è il XVIII Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato il 14 maggio 2026 a Roma nell'ambito della XXI Giornata nazionale del malato oncologico, promosso da FAVO – Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia – e dalle centinaia di associazioni federate.
Stando a quanto riportato da Quotidiano Sanità, il rapporto non si limita a registrare i progressi terapeutici: denuncia con forza il rischio concreto che diritti conquistati in anni di battaglie civili restino sulla carta, paralizzati da ritardi procedurali, rimpalli di competenze e mancanza di decreti attuativi.
Il caso più emblematico, secondo FAVO, riguarda il Piano Oncologico Nazionale (PON) 2023-2027: nonostante le ripetute sollecitazioni, la Cabina di regia nazionale non è mai diventata operativa, rendendo impossibile monitorare l'effettiva destinazione delle risorse finanziarie destinate all'oncologia. Analogamente, il Coordinamento generale delle Reti Oncologiche (CRO), pur avendo ottenuto una prima delibera nel 2024, non è ancora attivo: il Ministero della Salute si trova così nell'impossibilità di conoscere lo stato reale delle reti regionali e di intervenire sulle carenze locali. Questa paralisi, avverte FAVO, aggrava le già profonde disuguaglianze tra le Regioni e compromette l'obiettivo di abbattere le liste d'attesa.
Persino il principio – sancito dalla Legge di Bilancio 2025 – della partecipazione delle associazioni di pazienti alle funzioni strategiche del Servizio Sanitario Nazionale rischia di non trovare attuazione, in assenza dei necessari decreti attuativi.
«Il contrasto tra la visione politica e l'inerzia burocratica emerge con chiarezza», afferma Francesco De Lorenzo, presidente FAVO. «Senza la Cabina di regia nazionale, il PON resta un documento programmatico privo di gambe. È eticamente inaccettabile che atti sottoscritti ai massimi livelli istituzionali vengano svuotati da una macchina amministrativa incapace di dare seguito ai propri impegni, trasformando diritti faticosamente conquistati in una sterile lettera morta.»
Il rapporto sottolinea anche il pesante impatto economico della malattia sulle famiglie: i risparmi vengono spesso erosi per coprire le spese di mobilità sanitaria forzata, il ricorso alla sanità privata per visite ed esami, o l'assistenza domiciliare non rimborsata. In questo scenario, FAVO chiede che il welfare aziendale diventi una vera infrastruttura di sostegno per i lavoratori malati di cancro.
Sul fronte normativo, il senatore Francesco Zaffini, presidente della X Commissione permanente del Senato (Affari sociali, sanità, lavoro), ha ricordato l'approvazione della legge n. 106 del 2025, che rafforza le tutele per i lavoratori affetti da patologie oncologiche, invalidanti e croniche: la norma introduce permessi retribuiti per visite, esami e terapie, e maggiori garanzie per la conservazione del posto di lavoro.
Il rapporto segnala poi la cosiddetta "tossicità temporale": il tempo che i pazienti devono sottrarre alla vita quotidiana per visite, esami, attese e spostamenti rappresenta un costo aggiuntivo spesso sottovalutato. Nel 2025 in Italia sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di tumore; cresce parallelamente la popolazione dei "lungoviventi", persone guarite o in trattamento che necessitano di controlli, riabilitazione e sostegno continuativo.
Tra i temi affrontati nel documento figurano anche l'importanza dell'attività fisica nei percorsi di cura oncologici – con riferimento allo studio internazionale CHALLENGE sui pazienti con tumore del colon – e l'allarme per la diffusione delle sigarette elettroniche e dei prodotti a tabacco riscaldato tra i giovanissimi, il cui consumo è triplicato negli ultimi cinque anni. FAVO rappresenta oltre 200 associazioni federate, 25.000 volontari e 700.000 iscritti su tutto il territorio nazionale.
UCRAINA. Psichedelici: un anno di politica terapeutica per i veterani di guerra
Come riporta Drug Science, a un anno dall'avvio del percorso di riforma sulla ricerca con sostanze psichedeliche, l'Ucraina sta compiendo passi concreti verso un quadro normativo che renda possibile l'utilizzo scientifico di queste sostanze, soprattutto per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico (PTSD) diffuso tra i veterani e la popolazione civile colpita dal conflitto.
Il contesto è drammatico: secondo le stime, circa il 25% della popolazione ucraina potrebbe soffrire di disturbi mentali legati alla guerra, e il 57% sarebbe a rischio di sviluppare il PTSD. La crisi è aggravata dal fatto che quasi la metà delle strutture di salute mentale del paese ha subito danni a causa delle operazioni militari. I trattamenti convenzionali — psicoterapia cognitivo-comportamentale e farmaci antidepressanti — risultano inefficaci in una quota significativa di pazienti, in particolare nella forma resistente del PTSD.
Nel marzo 2025, il Ministero della Salute ucraino ha pubblicato due documenti preliminari sottoposti a consultazione pubblica. Il primo prevede la riclassificazione di diverse sostanze psichedeliche note — psilocibina, psilocina, LSD, DMT, 5-MeO-DMT, MDMA e ibogaina — spostandole dalla categoria più restrittiva a una che ne consenta l'utilizzo in contesti scientifici ed educativi. Il secondo è una bozza di regolamento applicativo che disciplina le modalità di conduzione della ricerca: licenze necessarie, soggetti abilitati a richiederle, misure di sicurezza obbligatorie, procedure di tracciamento, conservazione e distruzione delle sostanze.
Se adottate, queste norme permetterebbero per la prima volta a università, ospedali e organizzazioni di ricerca autorizzate di lavorare legalmente con composti psichedelici. Ciò aprirebbe la strada a sperimentazioni cliniche — come il previsto studio pilota monocentrico sulla terapia assistita con MDMA per i veterani — e consentirebbe ai terapeuti ucraini di avviare una formazione pratica con sostanze attive. Attualmente, l'unica sostanza psicoattiva legalmente utilizzabile per la salute mentale in Ucraina è la ketamina, ammessa in uso off-label sotto stretto controllo normativo.
Sul piano della formazione professionale, la MAPS (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies), in collaborazione con l'Associazione ucraina per la ricerca sugli psichedelici (UPRA), ha condotto tra aprile e maggio 2025 un programma internazionale di formazione dei terapeuti a Leopoli, al quale hanno partecipato quasi 60 professionisti ucraini della salute mentale.
Il percorso che ha portato a questi sviluppi è iniziato nel giugno 2024 con un workshop co-organizzato a Varsavia dalla Psychedelic Access and Research European Alliance (PAREA) insieme a UPRA, alla Fondazione Rinascimento Internazionale e ad altri partner internazionali, con la partecipazione di quasi 50 portatori d'interesse ucraini e internazionali. Da allora si sono succeduti incontri di coordinamento con il Ministero della Salute e uno scambio di modelli regolatori internazionali tratti dall'esperienza di Australia, Paesi Bassi, Israele, Regno Unito e Stati Uniti.
Il quadro normativo in elaborazione prevede che gli istituti richiedano una licenza e adottino procedure sicure di gestione e tracciamento delle sostanze. È inoltre prevista la possibilità di utilizzare materiali importati o sequestrati (purché certificati) e di impiegare le sostanze anche a fini formativi, aprendo così la strada a una nuova figura professionale: il terapeuta specializzato nella terapia assistita con psichedelici.
MONDO. Turismo previsto in crescita per il 2026. WTTCSecondo nuovi dati del Wttc - World Travel & Tourism Council si prevede che il settore globale di viaggi e turismo continuerà a crescere più rapidamente dell’economia complessiva nel 2026, con un contributo atteso di 12 trilioni di dollari all’economia mondiale, pari al 9,9% del Pil globale.
Nonostante la crisi internazionale, l’ultima ricerca Wttc sull’impatto economico prevede che il settore crescerà del 3,2% a livello globale nel 2026, superando la crescita economica mondiale complessiva, prevista al 2,4%. Si prevede inoltre che il turismo sosterrà 376 milioni di posti di lavoro nel mondo nel 2026, pari a un posto di lavoro su nove a livello globale.
Nel prossimo decennio, inoltre, si stima che il settore contribuirà con quasi 89 milioni di nuovi posti di lavoro a livello globale, pari a circa un terzo di tutti i nuovi posti di lavoro previsti nell’economia complessiva. Nello stesso periodo, si prevede che il Pil turistico globale crescerà a un tasso annuo del 3,6%, 1,5 volte più velocemente rispetto all’economia mondiale nel suo complesso, prevista al 2,4%.
(TTG)
USA. Gli adolescenti considerano la cannabis meno dannosa delle sigarette, di quelle elettroniche alla nicotina e dell'alcol. Sondaggi in CaliforniaDue sondaggi nelle scuole della Califormia hanno dato questi risultati
La percezione che alcune sostanze siano dannose contribuisce a proteggere dal loro consumo. Lo scopo di questo studio era di indagare la percezione degli adolescenti circa la nocività dell'uso quotidiano e occasionale di cannabis, confrontandola con quella relativa a sigarette, sigarette elettroniche e alcol, e come tale percezione variasse con l'età.
I partecipanti erano 160.222 adolescenti che hanno preso parte al sondaggio sul consumo di tabacco tra gli studenti della California nel 2019-2020 e 14.922 adolescenti che hanno preso parte al sondaggio sul consumo di tabacco tra i giovani della California nel 2024. Sono state utilizzate statistiche descrittive per esaminare la percezione del danno in base alla storia di consumo di sostanze, alla frequenza di consumo, alla percentuale di amici che fanno uso di sostanze e al livello scolastico.
Nell'indagine del 2019-2020, l'uso quotidiano di cannabis è stato percepito come dannoso dalla percentuale più bassa di adolescenti (66,8%), seguito da alcol (77,7%), sigarette elettroniche (85,3%) e sigarette tradizionali (92,6%; tutti i valori di p < 0,0001). La percezione del danno per ciascuna sostanza era inferiore per l'uso occasionale rispetto all'uso quotidiano, e inferiore tra coloro che avevano mai usato la sostanza rispetto a coloro che non l'avevano mai usata. La percezione del danno è rimasta invariata o è aumentata con il grado scolastico per sigarette, sigarette elettroniche e alcol, ma è diminuita per la cannabis. Per ciascuna sostanza, la percezione del danno è diminuita all'aumentare della percentuale di amici dei partecipanti che ne facevano uso. I dati dell'indagine del 2024 hanno seguito andamenti simili.
Gli adolescenti percepivano la cannabis come meno dannosa rispetto a sigarette, sigarette elettroniche e alcol. Con l'avanzare dell'età, la percezione della cannabis come dannosa diminuiva, a differenza di quella relativa ad altre sostanze. Potrebbero essere necessari maggiori interventi di educazione e campagne di prevenzione per sensibilizzare i giovani sui rischi legati all'uso di cannabis durante l'adolescenza.
GERMANIA. La tavoletta di cioccolato Milka più piccola ha tratto in inganno i consumatori. SentenzaIl peso della barretta Alpenmilch di Milka si è ridotto da 100 g a 90 g, guadagnandosi il titolo di "confezione truffaldina del 2025".
In una sentenza storica tedesca contro la "shrinkflation" (la pratica di ridurre le dimensioni delle confezioni di cioccolato), un tribunale ha stabilito che il produttore della classica tavoletta di cioccolato Milka Alpine Milk ha truffato i consumatori e violato la legge sulla concorrenza.
Il tribunale regionale di Brema ha stabilito che la riduzione della quantità di cioccolato, pur mantenendo lo stesso tipo di confezione, induceva in errore i consumatori.
La causa, durata tre settimane, è stata intentata dall'ufficio per la tutela dei consumatori di Amburgo (VZHH), che ha accusato il produttore Mondelēz di aver ingannato i consumatori riducendo il peso della barretta "Alpenmilch" da 100 g a 90 g.
Reagendo alla sentenza, Mondelēz ha dichiarato alla BBC di "prendere sul serio la decisione del tribunale" e che "ora la esaminerà nel dettaglio".
A causa dell'aumento dei costi, i produttori hanno spesso fatto ricorso alla "shrinkflation", riducendo le dimensioni o il contenuto di un prodotto nel tentativo di mantenere lo stesso prezzo. Questa pratica non conosce confini. Nel Regno Unito, l'associazione dei consumatori Which? l'ha definita una tattica "subdola".
Secondo Which?, i prezzi del cioccolato sono aumentati a causa dell'incremento globale del costo del cacao, dovuto ai cattivi raccolti nell'Africa occidentale.
Mondelēz ha affermato di aver informato i consumatori tedeschi del cambiamento tramite il proprio sito web e i canali social, e ha indicato l'aumento dei costi nelle sue catene di approvvigionamento: "Di conseguenza, negli ultimi anni abbiamo deciso di modificare il peso di diverse barrette Milka".
L'anno scorso, i consumatori tedeschi non sono rimasti soddisfatti della spiegazione fornita dall'azienda e hanno votato la barretta Milka Alpenmilch come "confezione più ingannevole del 2025".
Sebbene il peso della barretta fosse stato ridotto, non si notava alcun cambiamento nella sua confezione viola. La nuova barretta era più sottile di un millimetro e il prezzo è aumentato da 1,49 € a 1,99 € all'inizio del 2025.
Mondelēz aveva sostenuto che il peso inferiore era chiaramente visibile sulla confezione e aveva negato le accuse mosse dall'associazione dei consumatori di Amburgo. L'avvocato dell'azienda ha affermato in tribunale che in passato le tavolette di cioccolato avevano un peso variabile tra gli 81 e i 100 grammi a seconda del prodotto.
La corte ha affermato che, per eliminare tale inganno, era necessario un "avviso chiaro, comprensibile e facilmente percepibile sulla confezione".
La sentenza è significativa, aggiunge il tribunale, poiché "esiste il rischio di recidiva". Il verdetto non è ancora legalmente vincolante, in quanto la società ha un mese di tempo per presentare ricorso.
La battaglia contro la "shrinkflation" (la riduzione delle dimensioni delle confezioni) tra associazioni di consumatori e produttori di cioccolato in Germania non si limita a Milka e alle sue confezioni viola.
Un'altra iconica barretta di cioccolato tedesca, la Ritter Sport, ha modificato il peso di alcuni dei suoi gusti, pur mantenendo la sua caratteristica forma quadrata.
Fino all'inizio di maggio 2026, le barrette di cioccolato Ritter Sport pesavano 100 g, ma ora tre delle sue varietà pesano solo 75 g.
Sebbene i tre prodotti sembrino avere le stesse dimensioni, sono più sottili. Ritter Sport ha modificato in modo evidente la confezione e ha commercializzato i manubri più leggeri come una nuova gamma. Il prezzo è rimasto invariato e Ritter Sport ha dichiarato che "i consumatori preferiscono i manubri più sottili".
Tuttavia, le barrette Ritter Sport compaiono anche nella lista dei "packaging ingannevoli" stilata dall'associazione dei consumatori di Amburgo VZHH. L'associazione ha aggiunto ben 77 prodotti a tale lista solo nel 2025.
Non è solo il cioccolato ad essere caduto vittima della riduzione delle dimensioni dei prodotti.
Dentifricio, avena e caffè istantaneo hanno subito la stessa sorte.
Ma Which? afferma che l'inflazione dei prezzi del cioccolato è stata particolarmente elevata, con un aumento del 14,6% nell'anno terminato ad agosto 2025.
(Kristina Völk su BBC del 14/05/2026)
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