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Il piacere di frequentare Firenze
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Articolo di Annapaola Laldi
10 settembre 2010 9:36
 
Anche se ferita e umiliata dall'incuria e dal pressapochismo di chi dovrebbe tutelarla, anche se costretta a prostituirsi dalla speculazione di altissimo come di infimo bordo, con le vie più prestigiose del centro ridotte a vetrine di ineffabili “firme” per fantasmatici visitatori ricchi (un'occhiata in questi negozi rivela solo la presenza di commessi che sembrano manichini e manichini che sembrano commessi!), oppure a mangiatoie di pizza e gelato per truppe di turisti molto in carne e ossa (spesso più carne che ossa!) -anche se deturpata da tempo da tutto ciò e altro ancora- Firenze riesce a conservare ancora la sua magia, la sua bellezza sublime.
Così, quando colgo, da certe strade o dai lungarni, degli scorci che sempre mi sorprendono e mi lasciano senza fiato, o quando, di proposito, mi piazzo davanti a Palazzo Vecchio, che è -non so perché- l'edificio che preferisco, mi domando, ogni volta, che cosa posso aver fatto di buono nelle eventuali vite anteriori per meritare di godere di tutta questa armoniosa bellezza...
Ormai sono cinquant'anni che frequento Firenze, e, anche da quando non ci abito più, nel suo centro (inteso molto largamente) ci scorrazzo due o tre volte per settimana: per andare in biblioteca, per fare acquisti, per incontrare persone, e anche per il puro piacere di perdermi in certi dedali di viuzze dei diversi quartieri di qua e di là dell'Arno, che non tanti conoscono.
Ed è in questo mio peregrinare, di solito tranquillo, anche quando ho uno scopo ben preciso, che, da qualche tempo a questa parte, mi capita di notare, specie a qualche crocicchio, persone che scrutano perplesse la cartina della città e che possono offrire, loro a me, un ulteriore piacere: quello di offrire un piccolo segno di amicizia.
Ha bisogno di una mano?” -ovvero-“Do you need help?” (in pratica, è per riuscire a fare cotanta domanda in inglese che ho frequentato, nell'autunno/inverno passato, un corso di questa lingua, il cui frutto principale, appunto, è stato quello di convincermi definitivamente che, con tutti verbi tranne “to be”, le domande si introducono con l'ausiliare “to do”).
Qualche volta le persone interpellate mi dicono di no, altre volte, invece, si dimostrano contente di questa momentanea intrusione di un'estranea nella loro vita. Talora si tratta, semplicemente, di far alzare gli occhi degli interessati fino alla targa col nome della via, che si trova esattamente sopra la loro testa; ooops! Grazie e arrivederci.
In altri casi, i turisti -italiani o stranieri- hanno bisogno di spiegazioni piuttosto complesse, talmente complesse che …. faccio prima a guidarli personalmente a destinazione, o quanto meno fino a un punto da dove si tratti di andare “sempre a diritto”, o al massimo: “al prossimo incrocio, a sinistra”.
In una di queste occasioni, ho rischiato persino di ricevere una mancia...
E' successo ai primi di agosto. Era un po' dopo l'una; la solita cappa di aria pesante, afosa, che ristagna sulla città, penso, fin dal tempo dei Romani, solo arricchita, oggi, di una bella dose di CO2, polveri sottili e altre analoghe amenità. Venivo dalla prima periferia ovest e non vedevo niente di meglio che tornare a casa, quando, proprio ai piedi delle scalette della stazione di Santa Maria Novella, individuo un signore e una signora di età di mezzo, con accanto ben quattro valigie di una certa cubatura, che comsultavano una cartina della città e ogni tanto si guardavano intorno, un po' smarriti, alla ricerca di un inesistente punto di riferimento. Ci stetti a pensare poco più di un istante, e poi decisi che era giusto offrire loro un benvenuto migliore di quello che la città gli aveva dato fino a quel momento, visto che non li aveva saputi neppure indirizzare, con tutti quei bagagli, a un'uscita della stazione più agevole di quella che avevano preso, o magari perfino al punto di sosta dei taxi.
Così, mi avvicinai, e posi loro la mia fatidica domanda in inglese. “Do you need help?” Si vede che lo dissi così bene che la signora mi rispose a valanga, ma capì alla svelta che l'aiuto che potevo darle non passava certo per una conversazione nella sua lingua (venni a sapere, dopo, che venivano dalla mitica California). La loro meta, un albergo di via Cerretani, non era lontana e mi dissero che potevano camminare agevolmente, sia pure tirandosi dietro due valigie per ciascuno. Fu uno dei casi in cui facevo prima a portarli a destinazione, e così, messe da parte per una volta le sacrosante parole di Snoopy , “Non seguitemi, mi sono perso anch'io”, dissi loro esattamente il contrario, e ci avviammo, in fila più o meno indiana, verso l'albergo. Arrivati in prossimità del quale, mi fermai e feci per salutarli, ma il signore vidi che tirò fuori il portafoglio... no, grazie; per me è stato un piacere. Riuscii persino a dirlo in inglese, e allora la signora, evidentemente commossa, mi stampò un paio di baci sulle gote. E quelli li presi e persino li ricambiai, augurando ai due un buon soggiorno a Firenze -che in qualche modo “l'è (anche) la mia città”...
L'incontro coi due turisti e la lenta passeggiata per accompagnarli alla loro destinazione mi avevano tolto ogni stanchezza, direi addirittura che mi avevano corroborato, tanto che mi venne spontaneo aggiungere quei dieci passi che mi separavano da piazza del Duomo, dove, davanti alla pasticceria “Scudieri”, che per fortuna non ha chiuso i battenti, come si vociferava mesi fa, restai in silenziosa contemplazione del magico incontro delle geometrie diverse del Battistero, del Cupolone e del campanile di Giotto, mentre il via vai dei turisti, forse un po' rallentato a causa dell'ora e della calura, aveva assunto anch'esso una sorta di sorprendente dignità.
Un'altra volta, sempre guidando quattro o cinque turisti, questa volta giovani, pescati non mi ricordo dove, venni a sapere che erano svedesi, e fu l'occasione per farmi dire da fonte sicura che il nome “Nobel” si pronuncia con l'accento sull'ultima sillaba (peccato che non mi ricordassi di chiedere anche come si pronuncia “Alfred”, ma, come diceva la mia mamma, “a tutti i poeti manca un verso”, e a me ne mancano di certo parecchi di più).
Se l'incontro è con persone che parlano francese o tedesco (o italiano, naturalmente), la cosa si fa più interessante, perché in quel caso, camminando, posso dare anche qualche informazione supplementare su chiese e monumenti che si incontrano strada facendo, oppure su lampi di storia. Ma mi è pure successo, mentre facevo il mio trekking urbano-collinare preferito su per Costa San Giorgio, Forte Belvedere, Arcetri, e ritorno in città per il Giramontino e il piazzale Michelangelo, di trovarmi a dare e ricevere una compagnia rispettosa da persone che inizialmente mi avevano chiesto che giri panoramici si potevano fare. “Io faccio questa strada, se vuole venire con me, nessun problema”. Tanto più che nel mio trekking preferito ci sono più “vie di fuga” altrettanto belle e caratteristiche, se uno si stanca e preferisce un veloce ritorno al piano.
In una di queste occasioni, con una giovane donna americana, che sapeva anche un po' d'italiano e studiava, mi pare, arte, feci tutto il giro al completo, quasi sempre in silenziosa contemplazione del paesaggio, e ritornammo ancora insieme in città, dove ci salutammo, con una riconoscente stretta di mano, proprio sotto al “Perseo” di Benvenuto Cellini (un altro dei miei monumenti preferiti).

Ecco, anche di questi incontri così gratuiti è intessuta, per me, la bellezza di questa città e anche per questo, ai miei occhi, essa mantiene intatto il suo fascino, e passeggiare per le sue vie continua a procurarmi un grande piacere.
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