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Achtung Europa - Il discorso sullo Stato dell’Unione non sia un elenco autocelebrativo, ma la visione del ruolo di Bruxelles nel mondo
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Articolo di Redazione
15 settembre 2020 9:29
 
Se ci chiedessero di suggerire alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, delle letture per preparare il suo discorso sullo “stato dell’Unione” del prossimo 16 settembre, le diremmo di accantonare tutta l’abbondante documentazione prodotta dalle istituzioni europee dall’inizio della pandemia e di rileggere gli “avertissement à l’Europe” scritti da Thomas Mann e pubblicati in Francia nel 1937 da André Gide e un anno dopo a Stoccolma dalla casa editrice Bermann Fischer con il titolo “Achtung Europa”.

Alle lettrici e ai lettori italiani suggeriamo poi la più recente edizione di “Achtung Europa” del 2017 in Oscar Mondadori con prefazione di Giorgio Napolitano aggiungendo anche la lettura di una raccolta di discorsi e scritti di Piero Calamandrei pubblicata quest’anno da People Idee a cura di Enzo Di Salvatore: “Questa nostra Europa”. Fra i suoi discorsi attiriamo la vostra attenzione su “La Convocazione dell’assemblea costituente europea” al secondo Congresso dell’UEF a Roma dal 7 all’11 novembre 1948.
L’Unione europea, le sue cittadine e i suoi cittadini insieme alle istituzioni che li rappresentano ai vari livelli non hanno bisogno di una elencazione autocelebrativa di tutti i provvedimenti finanziari proposti, adottati o in un buona parte ancora sub judice (essendo i giudici di ultima istanza i parlamenti nazionali e, in minima parte, il Parlamento europeo) legati alla post-pandemia.

Quest’elenco può essere scaricato facilmente dai siti della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europeo e, seppure con molte confusioni e imprecisioni, è stato più volte pubblicato dai media e dalla stampa mentre l’opinione pubblica si è in parte familiarizzata con gli acronimi nati dalla fervida immaginazione europea: Sure, MES, NGEU, REACT EU, INVEST EU, RESCUE, MFF…
Si tratta di un fiume di denaro (oltre 1800 miliardi di Euro) che si unisce a quelli messi a disposizione dagli Stati membri e che, globalmente, è superiore a quello deciso dal governo federale USA – o, per chi ama i paragoni storici, dal Piano Marshall – allo scopo di dare all’Unione europea i mezzi finanziari per affrontare l’emergenza economica provocata dalla pandemia del COVID-19.
Non intendiamo certo sottovalutare gli effetti economici di queste misure ma suggeriamo alla Presidente Ursula von der Leyen di lanciare piuttosto un “monito agli Europei” sullo stato dell’Unione oggi, in un mondo scosso da problemi immensi di fronte ai quali le organizzazioni internazionali e i loro leader si sono mostrati finora incapaci di proporre e adottare soluzioni a lungo termine.
Le une e gli altri sono rimasti sordi al grido di tutti coloro che chiedono giustizia, da Lesbo a Minsk, da Hong Kong a Santiago del Cile, da Beirut a Varsavia e in molte città degli Stati Uniti al monito «Black Lives Matter», da Sofia ad Algeri, in Sudan e in Thailandia per non parlare della mobilitazione dei giovani richiamati da Greta Thunberg nella rete internazionale Fridays for future.

Questa mobilitazione fu anticipata nel settembre 2015 dalle Nazioni Unite con l’Agenda 2030 per i diciassette obiettivi dello sviluppo sostenibile e sintetizzata nella promessa no-one left behind. Mancano dieci anni al 2030 ma la maggioranza di quegli obiettivi è ben lontana dalla loro realizzazione.

E l’Unione europea?
Essa è silente in tutti i teatri internazionali anche laddove questi teatri sono alle sue frontiere preferendo usare la carota delle promesse al bastone delle sanzioni o all’esigenza del rispetto del diritto internazionale. In questo quadro e a venticinque anni dall’avvio del processo di Barcellona nella Conferenza del 27 e 28 novembre 1990 il partenariato euromediterraneo è inesistente nonostante gli interessi strategici dell’Unione europea nella regione.

Con quale posizione comune si presenterà l’Unione europea al vertice G20 di Riyadh il prossimo 20 e 21 novembre?
Essa è incapace di affrontare collettivamente il governo dei flussi migratori di chi attraversa i suoi confini fuggendo dalla fame, dalle guerre, dai disastri ambientali e dalla espropriazione delle terre. Essa ha assistito impotente allo scomparire dell’obiettivo di un mondo fondato sul multilateralismo essendo incapace di definire una posizione comune sulla riforma delle Nazioni Unite e piegandosi al ricatto delle sovranità assolute che condizionano l’agenda internazionale e che comandano a Washington, a Mosca, a Pechino, ad Ankara, a Brasilia, al Cairo e a Pyongyang.

Al suo interno, il Pilastro Sociale di Göteborg è ancora al livello di una dichiarazione solenne, l’obiettivo del completamento dell’Unione economica e monetaria con l’eliminazione della sua «zoppia» (come la chiamava Carlo Azeglio Ciampi) è stato accantonato da tempo mentre proseguono interminabili negoziati sull’unione bancaria, la dimensione delle realtà territoriali (aree interne e città) è ignorata, la dipendenza energetica e tecnologica è crescente, il divario generazionale si è fatto più profondo e l’agenda digitale è di là da venire.

Serve con urgenza un atto di coraggio prima culturale e poi politico ma questo atto potrà essere compiuto dalle istituzioni solo se esse sentiranno che hanno il sostegno della maggioranza delle cittadine e dei cittadini europei. Per questo i moniti devono rivolgersi a tutta l’Europa come essi furono rivolti a tutti gli Europei da Thomas Mann dal 1922 al 1945.
Speriamo che dal Palazzo del Parlamento europeo a Bruxelles Ursula von der Leyen sappia richiamarsi all’Europa dei valori e non a quella del valore del denaro indicando la via per l’unità politica europea.

(articolo di Pier Virgilio Dastoli, Presidente Movimento Europeo – Italia, pubblicato su Linkiesta del 15/09/2020)
 
 
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