Venerdì 5 giugno 2026
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Allargamento: l’UE dimentica di fare i suoi compiti a casa

Articolo · Redazione ·
Un altro Consiglio europeo, un altro documento in cui i capi di Stato e di governo affermano la loro volontà di accogliere l’Ucraina e la Moldavia oltre che i paesi dei Balcani occidentali, un’altra occasione per dire che “l’allargamento è il miglior investimento geopolitico che l’Unione europea può fare”. La frase è ripetuta regolarmente dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. L’invasione su larga scala dell’Ucraina il 24 febbraio del 2022 ha risvegliato gli europei sulla perdita di influenza nel loro vicinato. Mentre per quasi due decenni hanno trascinato i piedi sull’allargamento, la Russia e la Cina infiltravano e destabilizzavano le giovani democrazie ai confini dell’Ue ed espandevano la loro influenza economica e politica. Fino alla guerra in Ucraina. Lo status di paese candidato offerto all’Ucraina e alla Moldavia ha così rilanciato il processo di adesione per tutti gli altri (tranne la Turchia). La Commissione ha ricominciato a dettare a tambur battente le riforme che i candidati devono realizzare per aderire. Ma, almeno finora, Ursula von der Leyen e i ventisette Stati membri si sono dimenticati dell’altra parte dei “compiti a casa”: le riforme interne per permettere all’Ue di funzionare con 32 o 35 membri.

“Gli Stati membri e i leader cercano di mettere sotto il tappeto la questione delle riforme interne all’Ue”, spiega al Mattinale Europeo Sandro Gozi, deputato di Renew e relatore di un rapporto sulle conseguenze istituzioni dell’allargamento che sarà adottato oggi dal Parlamento europeo. Il documento fornisce una serie di raccomandazioni per rendere l’Ue più efficiente, più potente e più democratica quando si troverà con 32 o 35 Stati membri. “Già oggi l’Ue fatica a funzionare a 27. L’efficienza è bloccata dal veto”. Secondo Gozi, “è impossibile unificare il continente attraverso l’allargamento, senza preparare delle riforme all’interno dell’Ue. Chiediamo di fare tanto ai paesi che vogliono aderire all’Ue, ma l’Ue deve prepararsi per assumere una dimensione continentale”. La tempistica dell’adozione del suo rapporto non è casuale. Il 4 novembre la Commissione presenterà una serie di proposte sotto il titolo “Un’Ue adatta all’allargamento: revisione politiche e riforme”. Il documento è gestito direttamente dalla presidente Ursula von der Leyen.

“Fino ad oggi Ursula von der Leyen è stata molto timida, se non muta” sui compiti a casa che l’Ue deve fare per rendere l’allargamento un successo, dice Gozi: “Nel suo discorso nel dibattito sullo Stato dell’Unione l’unico riferimento che ha fatto von der leyen è quello di estendere il voto a maggioranza qualificata in politica estera”. Non è abbastanza. “Abbiamo bisogno di molto più coraggio da parte della Commissione”, avverte Gozi: “La Commissione sa benissimo che questo assetto istituzionale l’Ue non può funzionare dopo l’allargamento. Deve avere il coraggio di aprire il dibattito, impegnando i leader nel Consiglio europeo ad avviare questo discorso”.

Ursula von der Leyen non è una visionaria europea e ancor meno una federalista. Sull’allargamento, pur sostenendolo ufficialmente, ha sempre mantenuto un approccio prudente. Sa che gli Stati membri ci mettono poco a cambiare idea e priorità strategiche. La presidente della Commissione si è dichiarata contraria a un nuovo “big bang” come nel 2024: una data obiettivo nel 2030 per far entrare il maggior numero di paesi candidati. Ripete come un mantra che il processo è “basato sul merito” e, dunque, sulle riforme politiche ed economiche che i paesi candidati devono realizzare. Soprattutto von der Leyen non vuole mettersi contro i capi di Stato e di governo, i più reticenti a fare i “compiti a casa” per permettere all’Ue di funzionare a 32 o 35.

“Non c’è dubbio che il futuro di questi paesi è nella nostra Unione. E’ tempo che anche noi rispettiamo la nostra promessa, nel momento in cui loro rispettano la loro”, ha detto il presidente del Consiglio europeo nel gennaio del 2025. Un mese prima c’era stato un summit con Ue-Balcani occidentali per imprimere un’accelerazione all’allargamento. E’ passato un anno e il Consiglio europeo non ha mai affrontato seriamente la questione delle riforme interne all’Ue. “Nel lavoro quotidiano del Consiglio europeo ci sono sempre più nuove urgenze”, dice Sandro Gozi. Crisi sanitaria, Ucraina, crisi commerciale: i leader non vogliono introdurre “temi che possono essere divisi. C’è una reticenza su iniziare a discutere (di riforme interne) perché si parte da posizioni molto diverse”, spiega Gozi.

La reticenza ha anche ragioni più lontane e profonde. Il grande allargamento del 2004, con l’ingresso di dieci nuovi Stati membri, di cui otto dell’ex blocco sovietico, è stato un enorme successo politico, ma anche uno choc. E’ stato sfruttato dai populisti anti europei di sinistra e destra indebolire l’Ue. Nel 2005 il “no” nel referendum in Francia sul progetto di trattato costituzionale dell’Ue era stato alimentato da una campagna populista contro “l’idraulico polacco” che avrebbe rubato il lavoro agli idraulici francesi (ovviamente non è accaduto). Quel “no” all’Europa di venti anni fa ha paralizzato ogni dibattito istituzionale per vent’anni e pesa ancora nelle scelte strategiche dei leader. I capi di Stato e di governo sono “sempre sulla difensiva rispetto ai nazionalisti e sovranisti che parlano sempre dei rischi di una riforma dell’Ue e presentano il veto come la migliore garanzia degli interessi nazionali”, dice Gozi. “In realtà, il veto è la migliore garanzia per la paralisi dell’Ue”. Senza riforme interne, “tutto sarà più difficile: difesa, energia, politica regionale, attuazione dell’agenda Draghi”.

I paesi candidati all’ingresso dell’Ue sono Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Serbia, Turchia e Ucraina. Il Montenegro è il più avanzato e potrebbe entrare già nel 2027. L’Albania con il premier Edi Rama sta facendo uno sprint di riforme e vorrebbe unirsi all’Ue nel 2028. Nei Balcani occidentali, la Serbia e la Macedonia del Nord sono i due candidati più problematici. Tra i nuovi candidati, l’Ucraina e la Moldavia hanno fatto sufficienti riforme per aprire una serie di capitoli negoziali, ma il loro cammino è bloccato dal veto dell’Ungheria di Viktor Orban. Il processo di fatto è sospeso con la Turchia e praticamente fermo con Bosnia-Erzegovina e Georgia (il governo filo russo a Tblisi sta allontanando il suo paese dall’Ue). Dopo la guerra di aggressione della Russia e il ritorno di Donald Ttrump alla Casa Bianca, non è escluso che Norvegia e Islanda possano chiedere nuovamente di entrare.

I tentativi fatti da Antonio Costa per superare il veto dell’Ungheria sul processo di adesione dell’Ucraina – passare dal voto all’unanimità a quello a maggioranza per aprire i capitoli negoziali, conservando l’unanimità per il via libera finale – sono falliti, dimostrando quanto l’allargamento è ancora politicamente esplosivo. Sulle riforme interne dell’Ue, nemmeno i paesi più favorevoli all’integrazione europea sono disponibili a discutere. Costa ha registrato un accoglienza molto fredda, quando ha proposto di passare al voto a maggioranza in alcuni settori attraverso le clausole passerella. “E’ assurdo che Emmanuel Macron e Friedrich Merz parlino di Europa potenza e poi non siano disposti a fare le riforme interne indispensabili per realizzarle”, ci ha detto una fonte europea.

L’Ue può funzionare con 35 Stati membri con diritto di veto, una Commissione di 35 commissari e più di mille europarlamentari? Con il suo rapporto, Sandro Gozi indica diverse soluzioni: le clausole passerella, modifiche mirate ai trattati (per esempio per sanzionare le violazioni sistematiche allo stato di diritto), cooperazioni rafforzate nel settore della politica estera e di difesa per permettere a un gruppo di paesi di andare avanti, senza aspettare quelli più lenti o che non condividono le scelte. “Per avviare un dibattito sule riforme istituzionali, basta la maggioranza semplice. Basta che 14 leader al Consiglio europeo decidano che è arrivato il momento di discutere di riforme istituzionale e il processo formale viene avviato”, ricorda Gozi. Solo per un accordo finale “ci vuole l’unanimità”. Ma “finché non si avvia un dibattito non si potrà mai sapere se c’è un accordo minimo su alcune riforme esistenziali, indispensabili e inevitabili”, avverte Gozi.

Il pericolo non riguarda solo il funzionamento dell’Ue. La credibilità geopolitica dipende dal rispetto della parola data. Trovarsi nel 2030 a dire “no” all’Ucraina, alla Moldavia e agli altri candidati, perché l’Ue non è pronta ad accoglierla sarebbe il modo peggiore di spingerli nelle braccia degli avversari geopolitici dell’Europa.

(David Carretta su Il Mattiale europeo del 22/10/2025)

 
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