Martedì 22 settembre 2026
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L'allarmismo contro l'Intelligenza Artificiale nasconde l'ambizione di chi vuole controllarci (e fare affari d'oro)

Articolo · Marco Solferini ·
Gabriele Malaspina - Unsplash
Foto: Gabriele Malaspina — Unsplash (Unsplash License (libero uso))

Tutti parlano di intelligenza artificiale. È l'hype del momento, il leitmotiv che fa tendenza, il "tormentone" high-tech di attualità. Ovunque sui social, su YouTube e piattaforme simili si moltiplicano gli "esperti". E soprattutto si moltiplicano gli allarmi sul pericolo esistenziale legato all'AI. Persino chi, fino a qualche annetto fa, si occupava sui social di tutt'altro — tra ricette di cucina e gli auricolari del nuovo cellulare di turno — adesso pontifica sull'AI. Lo fa con video sempre più accattivanti (realizzati con l'AI) in una corsa a chi è più sintetico (più il video è breve, meglio è).

 

Che bel modo di fare informazione! La tuttologia 3.0 in versione allarmismo apocalittico, sintetizzata in comode pillole.

 

In questo scenario social distratto, la prima considerazione è che se c'è "adesso" tanta insistenza su questo argomento, corre il rischio — questo sì, concreto e realista — di essere prematuro. Siamo nella fase iniziale; non è ancora cominciata quella di accelerazione. Non abbiamo nessuna proiezione affidabile sull'effettiva creazione in tempi brevi di un'AGI. Sul cui significato, però, c'è divergenza: "potrebbe" essere come l'ha descritta finora buona parte dei commentatori, ma è un condizionale. Verosimilmente, un rilevante numero di ipotesi in uso fa affidamento sulla letteratura sci-fi futurista rivisitata in chiave filosofica.

 

Questo merita un approfondimento.

 

Dobbiamo sempre partire dal presupposto che un filosofo è un erudito che ha appreso una parte della propria cultura dalla lettura. Non ho mai conosciuto un filosofo che non fosse innamorato e rispettoso dei libri. Lo studio e la creatività che animano il sillogismo filologico formativo della cultura classica sono la conseguenza di un'istruzione che nasce dalla valorizzazione dei libri come portatori di conoscenza, una conoscenza che si tramanda.

Una biblioteca è, in parte, l'antecedente di una banca dati, anche se la seconda trasmette un'idea più asettica e spartana rispetto alla prima.

 

La prima distinzione su questi allarmismi, che traggono origine da movimenti a base filosofica, riguarda l'istruzione ricevuta dall'ispiratore o dai co-founder del movimento filosofico stesso. In Europa c'è un'istruzione classica molto diversa rispetto a quella americana: culture antiche, quelle europee, cariche di tradizioni. Una filosofia esplorativa in Europa non ha molte chance di affermarsi, mentre in America ottiene più riscontri. L'Europa tende a voler validare le idee, mentre l'America le prova e poi, con un discreto dinamismo, le adegua alla realtà contemporanea.

 

Potrà non sembrare, ma se applichiamo anche solo questo distinguo ci accorgiamo che, in un ambito come quello dell'AI, otteniamo soluzioni davvero diverse. Un intendimento non è una riflessione: arrivare al primo è diverso dal percorrere la via che porta alla seconda. C'è una potenziale divergenza creativa e interpretativa che non andrebbe tralasciata.

 

Tuttavia, accade che il trend della notizia assuma rilevanza perché porta alla notorietà. È l'incubo high-tech di chi cerca i riflettori dei social, i quali attirano traffico internet e visibilità: contenuti ripensati per fare notizia, il delitto perfetto per uccidere la verità. Perché la parola d'ordine diventa che è meglio affermare qualcosa che aumenti la presenza social e attiri l'interesse, piuttosto che rimanere di nicchia.

 

Assistiamo quindi a una filosofia che, già filtrata dagli sfruttatori seriali della notizia per ottenere notorietà, diventa "social". Deve cioè piacere, deve interessare, deve fare proselitismo con l'utente medio. In questo momento la pietra filosofale è il pericolo dell'AI: e non è una notizia, bensì la traslazione social di un problema filosofico che fa notizia.

 

Tuttavia, se osservassimo con la metrica con cui si valutano i componimenti poetici ciò che effettivamente sta producendo l'AI, dovremmo ammettere che non abbiamo ancora avuto nulla di veramente concreto. Miglioramenti, sviluppo, moltissime ricerche assai promettenti, certo. Ma quello che verrà sarà talmente trasformativo che il significato stesso della parola andrebbe ridefinito. Se affermassi che è come passare dalla radio alla televisione sarei riduttivo: è molto, moltissimo di più.

 

Questi allarmismi — che potrebbero essere giustificati nell'ottica in cui tutti vogliono poter affermare, un domani, di aver patrocinato la prudenza quando necessario — sono in realtà un allarmismo finto, recitato, concepito in via strategica per posizionarsi sul trend di mercato dell'informazione più premiante.

 

Per questo è pericoloso. E dovreste veramente diffidare dai chiacchieroni affamati di notorietà tanto quanto dai presunti esperti che simulano di avere una qualche cognizione di causa.

Ciò che probabilmente accadrà è che fra non molto chi affermerà che l'AI è un pericolo rimarrà inascoltato, perché non farà più notizia. La gente si sarà stancata e l'attenzione mediatica sciamerà altrove. Il mercato dell'allarmismo sarà saturo, con buona pace della verità — che è l'unica cosa che non interessa a nessuno dei cosiddetti esperti.

 

Dobbiamo pertanto valutare in quest'ottica quale sia il vero motivo per cui i teorici della sicurezza insistono per voler raggiungere a tutti i costi i cosiddetti policy makers (cioè, per capirci bene, i politici che prendono le decisioni).

 

È una scelta strategica e corporativa. Guardano avanti: massimizzano l'impatto generato oggi da questo "minestrone" di allarmismo per convincere chi gestisce la cosa pubblica e fa le leggi ad accreditarli. Sanno bene infatti che domani, quando il battage mediatico si rivolgerà altrove, saranno loro a suggerire all'orecchio cosa, come e quando fare o non fare con l'AI. È solo un investimento che aggredisce la cosa pubblica.

 

Verrebbe da ipotizzare che un esperto, se davvero convinto della pericolosità dell'AI, dovrebbe impegnarsi in prima persona. Il punto è che dietro questi teorici della sicurezza ci sono micro-arcipelaghi di associazioni e/o enti ben organizzati e strutturati. Con una gerarchia di comando che, attraverso il millantato pericolo dell'AI, vuole "controllare" i policy makers per il tempo che verrà.

 

Hanno capito che spesso il politico eletto non è portatore di competenze. È spiacevole affermarlo, ma si corre il rischio di rimanere davvero molto delusi quando si parla con un politico: a volte ha conoscenze di livello scolastico, non migliori di quelle di un tuttologo da quattro soldi che si lascia andare a invettive da bar dopo qualche birretta — gli "ubriachi" di Bernard Shaw.

 

Si viene eletti spesso e volentieri attirando il voto di minoranze che soffrono di fobie e maniacalità, o facendo leva su convinzioni ideologiche, anche deprecabili, come il razzismo o il suprematismo. Per diventare politici occorre attirare il favore del Popolo, che non necessariamente è così elitario e nobile. A volte basta fare campagne promettendo gratifiche in denaro o l'esclusione di minoranze straniere o religiose.

 

Il tremendo arcipelago dell'egoismo umano e dell'utilitarismo fa sì che un comunicatore di basso profilo, che magari sarebbe un fallito ovunque, abbia successo in politica. Costui raggiunge il rango di eletto, ma non può inventarsi le competenze: resta quello che, fuori dai riflettori e dai media, è sempre stato: un incompetente. Però deve prendere decisioni importanti. E allora fa quello che fanno tutti coloro che rappresentano l'avanspettacolo: delega ad altri.

Ed ecco quindi che è più facile "vendergliele" dall'esterno piuttosto che dover competere con lui in termini elettorali. Più il politico è incapace, più compra. È facile convincerlo se di mezzo c'è pure il suo interesse. Spesso fare la cosa giusta non interessa al politico: molto meglio guadagnare. Se poi si può guadagnare e fare la cosa giusta, tanto meglio. Ma una componente purtroppo significativa della classe politica attuale è parte del problema stesso: sono soggetti adatti all'estinzione.

 

Quindi, il movimento che patrocina il rischio dell'AI e la necessità di maggior sicurezza si traveste da club di esperti, assumendo varie forme camaleontiche e prendendo a prestito i format in circolazione. Presenta siti meravigliosi che richiamano curriculum di prestigio, pieni di cariche universitarie e post-universitarie utili a trasmettere ed esaltare un concetto di "preparazione".

 

Così facendo, il politico incompetente — che ha paura di sbagliare in un campo minato come quello dell'AI, di cui non sa quasi nulla (salvo magari usarla sul cellulare) — finisce per capitolare in mano altrui, come tutti gli ignoranti.

 

Questo che ho descritto è una parte davvero rilevante di quello che oggi viene definito "orientamento" o "suggerimento" al policy maker. Un condizionamento, una scelta furba. L'Europa, in questo genere di fregature, ha una lunga storia di adesioni. Specialmente perché i movimenti che vogliono raggiungere il ruolo di "suggeritori" cominciano a scegliere i propri adepti anche per via dei cognomi, evolvendosi nel social engineering tipico del lobbismo.

Facciamo un esempio.

 

Un movimento filosofico controlla 20 think tank, e sono tutti uguali: una piccola galassia di esopianeti che gravitano attorno alla medesima stella. Tutti dicono le stesse cose, aumentando l'impatto del convincimento, mentre su internet massimizzano la SEO. Inoltre, come in tutti i circoli, si crea un effetto "setta" nel momento in cui finisci per frequentare solo persone che la pensano in quel modo (e se un domani decidessi di sganciartene, perderesti tutto e tutti).

Solo che in ciascuno dei presunti think tank c'è anche un distinguo. Ci sono quelli che servono solo a fare numero e ricevono la gratifica della loro presenza; fra questi, alcuni — quelli che dimostrano di essere più fedeli (e più manovrabili) — vengono avviati a una carriera pilotando titoli di studio e usandoli come leva per accedere ai policy makers. Però, accanto a costoro, ci sono anche quelli che "servono" alla causa e che cominciano a coincidere di più con chi ha anche il cognome giusto. Perché così facendo, in nome del diritto ereditario, hanno una marcia in più.

 

Il risultato è prendersi le risorse pubbliche. Non è proprio una rapina, è più un elaborato piano alla Steven Soderbergh in Ocean's Eleven o una trama nascosta alla Die Hard.

Tutto questo non ha veramente nulla a che vedere con la pericolosità dell'AI, che potrebbe esserci o non esserci. Il pericolo può essere reale, certamente, ma i protettori sono finti: hanno un altro scopo.

 

Questi movimenti, tuttavia, incontrano alcuni problemi nell'attuazione del loro piano.

Per quanto cerchino di accreditarsi, non hanno veramente accesso a informazioni utili. Non possono svalutarsi commentando notizie troppo superflue o riciclate: hanno bisogno di sembrare di un altro livello. Usando la metafora del calcio, devono far credere di essere squadre da Champions League, non da metà classifica. Quindi non possono abbassarsi più di tanto nel ripetere quello che dicono tutti.

 

Inoltre, qualunque teorico, anche se filosofo, finisce per doversi confrontare con i tecnici. Il tecnico è quello che ha studiato, che ha improntato la sua carriera su questo genere di attività e che quindi rivendica sempre un ruolo e una competenza superiori (come può essere, ad esempio, un ingegnere). Accetta solo in minima parte di mettersi sullo stesso piano di chi non ha studiato come lui.

 

Ormai le notizie che filtrano dalle società che si occupano davvero di AI a più livelli sono poche. E anche chi ci ha lavorato per un certo periodo di tempo non è veramente in grado di spiegare per filo e per segno i contenuti del proprio lavoro: la parcellizzazione porta i singoli a non conoscere dettagliatamente il disegno interno più grande. Tutto ciò, beninteso, non è casuale: è voluto.

 

Inoltre ci sono accordi (N.d.A.) sempre più stringenti ed efficaci sulla (non) divulgazione delle informazioni. Insomma, il sistema si è chiuso o si sta chiudendo sempre meglio. Davvero raramente oggi si viene ammessi anche solo alle "palestre" di addestramento dell'AI tramite le community, che sono altamente selezionate.

 

Quindi il sistema della cultura spicciola del passaparola per fare notizia social distratta si sta cannibalizzando. Arriva una novità a uso e consumo dell'attualità e tutti la riprendono per non stare fuori dai giochi o dall'attenzione mediatica. Cosa significa questo? Che coloro che vorrebbero controllare la politica sono a loro volta condizionabili.

 

Fate attenzione a questo passaggio, perché è rilevante ed è esattamente quello che sta accadendo: basta infatti che alcune delle principali società facciano cartello e decidano cosa dare in pasto ai media, giocando così d'anticipo. Sanno già che, operando in questo modo, saranno loro a controllare le notizie che altri — ormai drogati dalla necessità di continuare a parlare del pericolo AI — riporteranno ovunque.

 

Capite che può esserci un "calendario" segreto di notizie già predisposte affinché sembrino trapelare? "Il mese tal dei tali", recita il calendario, "diamo in pasto ai media questa notizia". E questa notizia la riprendono tutti, diventa virale. Però è la notizia che vogliamo noi, che abbiamo fatto cartello.

 

State seguendo il ragionamento? Alla fine quella notizia (che non è nulla se non voluto) arriva persino agli aspiranti finti esperti di sicurezza, i quali sono obbligati a inseguirla perché il loro piano è accreditarsi come suggeritori dei policy makers.

 

Comprendete che così facendo si influenzano i presunti guardiani senza che se ne accorgano? Capite perché una cosa stupida come l'ambizione genera sempre ulteriori problemi? Quando non c'è verità né un uso ragionevole della coscienziosità, della premura, della diligenza e della buona volontà, tutto va in malora.

 

Nel frattempo la corsa all'AI continua. E c'è un significato economico se questo accade.

Mi pare giusto concludere questo articolo dando al lettore un'immagine, seppur supersintetica, di quello che ruota in termini di ricchezza dietro questa tecnologia che attira filosofi e ambiziosi gruppi di pensatori. Ma soprattutto capitali.

 

Vorrei sottolineare che buona parte delle società coinvolte ha il peso di un giro d'affari davvero macroscopico. Le aziende in gioco sono molte, ma di solito si finisce per citare quasi sempre OpenAI e Anthropic. Parliamo di denaro, tantissimo denaro. Si tratta, per esempio, delle ipotesi di quotazione in Borsa che potrebbero raggiungere somme inimmaginabili, dei veri e propri record.

 

Per capirci e dare una dimensione del fenomeno, secondo i rumors degli investitori, OpenAI starebbe avviando round di ulteriori raccolte di investimenti privati che la porterebbero da una valutazione di 1,2 a 1,5 trilioni di dollari — con un aumento quindi compreso tra il 41% e il 76% rispetto alla valutazione di 852 miliardi di dollari registrata dalla società nel marzo scorso. Rammentando che nell’ottobre 2025 il laboratorio di intelligenza artificiale era valutato 500 miliardi di dollari. E sono valutazioni che potrebbero essere riviste al rialzo.

 

Per quanto riguarda Anthropic, esiste una valutazione post-money di 965 miliardi che integra, anche in questo caso, i recenti round di raccolta privata di investimenti. Sull'ipotesi di IPO (e quindi di una valutazione del mercato di Borsa) ci sono stime che la collocano nella fascia alta, tra i 1.600 miliardi e i 2.000 miliardi.

 

Data la qualità della tecnologia di Anthropic e la sua solidità in termini di benchmark, ritengo che il valore post-quotazione potrebbe essere molto più alto. Arriverei persino ad affermare che potrebbe superare i 2.500 miliardi in base al giro d'affari che i modelli Anthropic sono in grado di generare e che sembrano attirare maggiormente gli investitori. Voglio precisare, a scanso di equivoci, che da un punto di vista qualitativo sono un estimatore della tecnologia Anthropic.

Fermo restando anche quella che è la competizione asiatica del blocco ad Est, in particolare dalla Cina, che peraltro ha posto in essere una campagna di AI open source (come dichiarato durante la World Artificial Intelligence Conference). Mossa che probabilmente sta in parte ritardando le ipotesi di quotazione di queste società e che sembra una sorta di azione organizzata da parte dei Paesi dell'area BRICS. Anche in questo caso ci si ispira a una corrente di pensiero secondo cui (se credibile) la corsa all'AI cinese sarebbe guidata dal confucianesimo: il che significherebbe che anche le tecnologie dovrebbero essere in armonia con la società, pertanto aperte, disponibili per tutti e con il divieto di concentrare la ricchezza in un ristretto numero di aziende o in singoli multimiliardari. Fermo restando che, anche in questo caso, sembra più un manifesto d'ispirazione (molto anti-Silicon Valley).

 

In questo contesto competitivo e danaroso si afferma quindi un pregiudizio in più — questo sì reale, e che prescinde dalla pericolosità della tecnologia AI: il sistema che produce questa tecnologia si sta isolando, vuoi per interessi o per competizione, e i controllori, che sarebbero elementi fondamentali in questo scacchiere, ahimè sono spesso delle fake.

 

Tutto molto umano. E sicuramente pericoloso.

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