Le criptovalute potrebbero stravolgere il mondo della finanza
Dietro la retorica dell’innovazione si muove un cambiamento economico profondo: dalle stablecoin ai fondi tokenizzati, le nuove infrastrutture digitali minacciano il ruolo delle banche e sfidano la capacità dei governi di regolamentare il sistemaMartedì scorso il Dipartimento di Giustizia americano ha chiesto la confisca di una gran quantità di criptovalute. Il valore totale ammontava a circa due milioni di dollari, che secondo le autorità sarebbero state usate per aiutare finanziariamente Hamas, l’organizzazione terroristica che controlla la Striscia di Gaza. I fondi erano collegati alla società Buy cash money and money transfer company – nota più comunemente come BuyCash – che si occupa di trasferimento di denaro e ha sede proprio a Gaza.
L’allarme scattato in seguito a quell’operazione ha riportato per l’ennesima volta l’attenzione sulla facilità con cui lo spostamento di criptovalute può sfuggire ai controlli e finire praticamente ovunque nel mondo, anche nelle mani di un gruppo di terroristi. Per questo la diffusione di Bitcoin, Tether, Ethereum e simili non può essere presa sottogamba. La vicenda di Gaza dimostra che le criptovalute non sono più semplici strumenti speculativi, ma leve potenti – e instabili – del nuovo ordine finanziario globale.
Lo scorso 18 luglio, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato il Genius Act, la prima legge che prova a fornire una cornice regolamentare alle criptovalute in America. Genius in questo caso non ha legami con il “genio”, ma è l’acronimo di “Guiding and Establishing National Innovation for US”.
La nuova legge fornisce alle stablecoin – token crittografici ancorati ad asset convenzionali (solitamente dollari) – la certezza normativa che gli addetti ai lavori desiderano da tempo. In particolare, stabilisce che gli emittenti di stablecoin forniscano come garanzia sempre asset a basso rischio con un rapporto uno a uno; inviino periodiche relazioni a un ente di regolamentazione statale o federale; predispongano costanti controlli antiriciclaggio. In questo modo le stablecoin iniziano a essere considerate non più come titoli, ma una moneta come un’altra.
Questa nuova norma potrebbe essere il punto di partenza per una nuova era delle criptovalute. Una in cui la loro considerazione nell’opinione pubblica e, soprattutto, nel mercato finanziario fa un salto di scala.
Potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione nel mondo finanziario. E come in ogni rivoluzione, ci sono euforici e ci sono i timorosi. La presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, rientra nella seconda categoria: teme che la corsa alle nuove stablecoin si traduca in una «privatizzazione del denaro». Dall’altro lato dello spettro invece ci sono quelli come Vlad Tenev, amministratore delegato di Robinhood, broker di asset digitali, secondo cui questa nuova tecnologia può «gettare le basi affinché le criptovalute diventino la spina dorsale del sistema finanziario globale».
Secondo l’Economist «questa fase ha il potenziale per qualcosa di molto più dirompente per i mercati tradizionali rispetto alle precedenti speculazioni sulle criptovalute». Perché se prima i Bitcoin e altre criptovalute promettevano di essere oro digitale, i token sono piuttosto degli involucri, cioè veicoli per altri asset. «Potrebbe sembrare poco impressionante – scrive ancora l’Economist – ma alcune delle innovazioni più rivoluzionarie nella finanza moderna hanno semplicemente cambiato il modo in cui gli asset vengono confezionati, suddivisi e ricostituiti: tra questi, gli exchange traded fund (Etf), l’eurodollaro e il debito cartolarizzato».
In questo momento nel mondo circolano 263 miliardi di dollari in stablecoin, circa il sessanta per cento in più rispetto a un anno fa. La crescita è stata verticale in questi dodici mesi. La banca Standard Chartered prevede che il mercato delle stablecoin varrà due trilioni di dollari tra tre anni.
Il ruolo che possono giocare le stablecoin lo si intuisce guardando alle transazioni transfrontaliere, solitamente più costose e lente delle altre. Queste valute consentono transazioni rapide e a basso costo. La proprietà viene registrata in tempo reale su registri digitali, eliminando la necessità di intermediari nei pagamenti tradizionali.
Con il Genius Act firmato da Trump, negli Stati Uniti molti grandi rivenditori – vale l’esempio di Amazon o Walmart – potrebbero trovare conveniente lanciare le proprie monete: per i consumatori funzionerebbero più o meno come carte prepagate o carte regalo, caricate con un saldo da spendere presso il rivenditore, magari a prezzi inferiori. Un’operazione del genere, secondo l’Economist, potrebbe tagliare fuori dal mercato aziende come Mastercard e Visa, che realizzano un margine di circa il due per cento sulle vendite che facilitano in America.
Altre conseguenze potrebbero essere meno appariscenti, ma non per questo irrilevanti. Uno degli esempi fatti dal magazine economico è quello della tokenizzazione degli strumenti finanziari, in particolare i money-market funds (fondi monetari), che potrebbero essere una minaccia concreta per le banche tradizionali e richiedere nuove forme di regolamentazione prima di creare problemi.
I money-market funds investono in strumenti sicuri a breve termine, come i buoni del Tesoro degli Stati Uniti. Se questi fondi venissero tokenizzati, cioè rappresentati sotto forma di token su blockchain, automaticamente diventerebbero sia un mezzo di pagamento – come una stablecoin, ma con un rendimento nel tempo – sia un investimento liquido, perché rendono di più dei conti deposito tradizionali con tassi di interesse molto maggiori (il conto di risparmio americano medio offre un tasso inferiore allo 0,6 per cento, molti fondi del mercato monetario offrono rendimenti del quattro per cento).
Quindi se questi strumenti si diffondono, i conti deposito bancari potrebbero diventare meno interessanti, costringendo le banche a pagare di più per attirare denaro, riducendo i margini di profitto.
C’è poi un altro problema da evidenziare. Nella maggior parte dei casi, i token non rappresentano direttamente le azioni in Borsa, ma sono solo dei derivati che seguono il valore delle azioni stesse. Tecnicamente, chi possiede dei token ha in mano una replica esatta del valore di quell’asset, ma non è davvero un azionista.
Inoltre, se chi emette i token dovesse fallire, i suoi clienti si troverebbero in una situazione legale difficile, in competizione con gli altri creditori dell’azienda su chi dovrebbe prendere possesso degli asset reali. È accaduto ad esempio con la startup Linqto, che ha dichiarato bancarotta a inizio luglio: oggi gli acquirenti dei loro token non sono certi se siano effettivamente proprietari degli asset che credevano di possedere.
Tutte queste zone d’ombra fanno capire che in vista di una costante crescita del mercato delle criptovalute è urgente una regolamentazione chiara e ramificata, in grado di prevedere qualunque possibile evoluzione del mercato. Perché la tokenizzazione promette forse di aprire e democratizzare la finanza, ma rischia di destabilizzare le banche, ingannare gli investitori e bypassare montagne di leggi pensate per proteggerli.
(Linkiesta del 26/07/2025)
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