Debito pubblico che cresce per mancanza di politiche liberiste

Il debito pubblico italiano continua a salire e a giugno supera per la prima volta i 3.200 miliardi di euro, con un incremento di 136 miliardi rispetto all’anno prima.
I soldi ci vengono dati in prestito da Bankitalia (16,7%), famiglie e imprese non finanziarie italiane (14,5%) e investitori non residenti in Italia (35,7%). Questi ultimi due in crescita, mentre cala Bankitalia. Azzardiamo che la capacità di onorare i propri debiti del nostro Paese viene ben valutata da chi sostanzialmente ci presta soldi per guadagnarci sopra, soprattutto stranieri. Un abbaglio o il risultato di un bla bla ideologico?
Non si tratta di soldi che aiutano automaticamente la crescita della spesa pubblica, ma servono al fabbisogno dello Stato (gestione liquidità, emissione e rimborsi titoli, effetti valutazione e rivalutazione).
A capire quanto questi soldi servono, ci aiuta il loro rapporto col Pil, cioè il rapporto del debito con la capacità dell’economia di generare reddito.
E qui siamo messi male. Per Eurostat questo rapporto è pari a 138,9%, secondo solo alla Grecia e rispetto ad una media dell’88,9% della zona euro. Con la Commissione europea che, grazie ad elevato debito pubblico e bassa crescita della produttività, non prevede una inversione di tendenza nel breve periodo: 139,2% nel 2027.
Quindi, quanto cresce l’economia rispetto al debito? Sempre la Commissione dice che quest’anno e quello prossimo avremo un Pil inferiore all’1%. Ché 0,3 punti di Pil. invece che per investimenti e calo della pressione fiscale - a causa dei rendimenti più elevati, in particolare sui titoli indicizzati all'inflazione - li dedicheremo a pagare il debito.
Abbiamo, in sintesi, un’economia che cresce poco e una produttività debole.
Il problema è tutto di mancanza di politiche alla bisogna.
In questa stagione festiva molti si entusiasmano perché le entrate da turismo sono in crescita e dimenticano (o fanno finta) di sapere che sono entrate che valgono solo il momento in cui entrano. Non producono stabilità e sono molto dipendenti da situazioni geopolitiche su cui non abbiamo pressoché influenza.
Gli stessi entusiasti mostrano statalismo per risolvere la questione dell’ex-Ilva, il più grande stabilimento siderurgico d’Europa che ammazza chi ci lavora e chi ci vive intorno. E mentre - sempre gli entusiasti - si eccitano per la riduzione delle politiche di green deal che son riusciti ad imporre in Ue, per l'ex Ilva auspicano una sorta di cordata con diverse aziende siderurgiche italiane con gande supporto economico dello Stato.
E mentre le liberalizzazioni sono ostacolate, sia a livello locale/regionale che nazionale, ferve la discussione sulla creazione di una o più holding (come fu l’Iri a suo tempo) per controllare e gestire settori come energia, trasporti, siderurgia e telecomunicazioni (è in corso l’acquisizione di Tim da parte di Poste, con un Opas che scade il prossimo 11 settembre, per creare un polo nazionale tra servizi postali, logistica, telecomunicazioni e cloud).
Forse qualcuno, sia al governo che all’opposizione, ritiene queste politiche siano di crescita, ma il debito pubblico che aumenta e il nostro essere fanalino di coda in Ue, sembra che indichino il contrario.
Ovviamente se ne può discutere, come quelli che ci vogliono portare fuori dall’euro, ma insomma…..
Qui il video sul canale YouTube di Aduc