Giovedì 4 giugno 2026
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Firenze. Il libro Nero del Cubo Nero

Articolo · Redazione ·
Il "LIbro Nero del Cubo Nero" è una pubblicazione de "La Firenze che vorrei", rivista web di approfondimento e riflessione sulla città di Firenze, edita dalla medesima associazione. Pubblicazione che fa il punto sulla vicenda dello scempio edilizio fatto nella ex-area del Teatro Comunale, nel centro fiorentino. Una mattina ci si è ritrovati con questa elevazione che, come si dice oggi, turba ed altera lo skyline della città rinascimentale.

La pubblicazione, con introduzione di Lorenzo Somigli e considerzioni finali di Alessandro Busà, raccoglie opinioni di vari protagonisti della città: 
Francesco Borgognoni, Kiki Franceschi, Raffaele Tarchiani, Azzurra Pizzi, Vincenzo Donvito Maxia, Elena Ceroni, Andrea Chiarantini, Maria Chiara 
Donnini, Alberto Di Cintio, Roberto Budini Gattai, Jean Claude Martini.
Qui la pubblicazione (pdf)

A seguire l'introduzione di Lorenzo Somigli, direttore della pubblicazione

S’i’ fosse cubo, annerirei Firenze! 

C’è un prima e un dopo. Non è la prima trasformazione d’impatto, solo un’amnesia collettiva mista al consueto conformismo da servi sciocchi ha reso 
possibile non accorgersene in tempo. Il cubo è un salto di qualità. 

La nostra città non è probabilmente la più bella al mondo, forse nemmeno in 
Italia. Firenze è Firenze, Firenze è qualcos’altro: è, o forse è stata, il tentativo di rendere tangibile nella dimensione fisica umana la bellezza delle idee. Ce lo testimoniano l’acropoli di San Miniato, con le sue dimensioni ascensionali e il Cristo androgino perché gravido del Tempo nuovo (e perché greco), la verticalità della Certosa dal cui chiostro si può guardare solo verso l’Alto, gli spedali. 

Cosa rimane di questo e di noi che fummo i fiorentini? Una Lost City sull’Arno plumbeo, un limbo popolato da non abitanti, non cittadini, ma genti di passaggio, forestieri tra forestieri, nel safari dei cantieri, frodati più o meno inconsapevoli di ciò che fu nostro. Come vittime di un furto che trovano la stazione dei Carabinieri chiusa. “We are the hollow men/We are the stuffed men”. 

Una Firenze in preda a un degrado che si manifesta nel disfacimento dei canoni di bello e di giusto, secondariamente nello squallore mediocre della merce. Un centro storico degradato come quasi nessun altro in Italia. E una periferia lontanissima, che la cura del ferro del tranvai sembra aver avvicinato sì ma ai flussi di forestieri, che si possono sentire meno lontani da casa loro anche in via Canova. 

Che fine ha fatto la tanto, anche giustamente, decantata esperienza di La Pira? Tra le buche della Fi-Pi-Li e il chiasso degli aeroplani, lungo la “linea dentata”
dei palazzoni, là dove le vite si consumano senza lasciare traccia, dentro case diacce d’inverno e afose d’estate, rivestiti di vestiti comodi. E, poi, la provincia, il contado, quello dalla cui tetta si è nutrita per secoli e al quale ha giurato guerra eterna, là dove dormono e non abitano nelle casette del geometra quelli che fanno “anda e rianda”, da mane a sera, come fossero nuove corvées. 

Ne hanno colpa i fiorentini? Essere abitanti non si può ridurre ad essere spettatori. E allora che questo lavoro collettivo possibile grazie a La Firenze che vorrei sia laboratorio di dissidenza e di creazione. Resipiscenza dal fondo delle nostre coscienze. Provocazione e sollevazione culturale. 

Concludendo, il Cubo deve restare. Chi lo ha permesso non può certo rinsavire e rivalersi. Sicché: save the Cubo. Di più: deve restare nelle forme e nei colori di oggi. Come l’incubo di mezzanotte di una petroliera mezza affondata. Le cicatrici non passano, il passato non si cambia. Anzi, forestieri e bollati con il D612, scolaresche d’ogni risma devono essere indotte, costrette a vedere il Cubo. Ribaltiamo il vostro cubo, e velo ribaltiamo in faccia. Apocalisse, rinascita. 


 
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