Germania. L'applicazione clinica e' vicina, ma le cellule staminali richiedono mani pazienti
Si e' chiuso a Bonn, il 29 marzo scorso, il convegno annuale di biologia cellulare e sviluppo biologico. Tra i relatori il neuropatologo Oliver Bruestle, che ha illustrato le sue esperienze con le cellule staminali. L'applicazione terapeutica? "Non siamo molto distanti", ha affermato. I suoi interlocutori hanno compreso bene che "non essere molto distanti" non significa "essere vicini". Da addetti ai lavori sono consapevoli che la ricerca con le cellule staminali e' in piena evoluzione ed e' difficile trarre delle conclusioni, ancorche' provvisorie.Dunque, benche' tutti sapessero che nel laboratorio di Bruestle fossero iniziati i primi esperimenti con le cellule staminali embrionali umane importate da Israele, nessuno gliene ha chiesto conto. Ci vorranno infatti ancora dei mesi prima di avere qualche risultato.
Bruestle si e' invece soffermato sugli ultimi esperimenti con cellule di topi ed ha potuto ugualmente dimostrare come la ricerca con le staminali sia ormai arrivata a uno stadio maturo. La pluripotenza, ossia la manipolabilita' delle cellule e' assodata, cosi' come la possibilita' del loro trapianto, per esempio nel cervello. Resta da rispondere a un quesito fondamentale, cioe' se queste cellule siano effettivamente in grado di assolvere al compito di riparare un organo danneggiato. Bruestle, insieme a ricercatori di altri Paesi, ha elaborato nuovi test specifici sulla funzionalita'. In uno di questi, che prevede il trasferimento di staminali ricavate da cellule nervose appositamente coltivate, e' stato osservato che le cellule trapiantate non solo si inserivano perfettamente nell'area cerebrale danneggiata, ma che in seguito maturavano anche sotto l'aspetto funzionale.
L'équipe di Bruestle si sta concentrando in particolare sulle cellule glia, le cellule che costituiscono lo strato protettivo di determinati tessuti nervosi, ed e ' composto di grassi ed albumina. Indagare in questa direzione e' importante perche' alcune malattie, come la sclerosi multipla, comportano proprio la distruzione dello strato protettivo.
Per i clinici, oltre all'aspetto funzionale, e' importante sapere se le cellule glia coltivate e trapiantate nei topi non possano generare dei tumori. A differenza di tentativi precedenti, Bruestle ha utilizzato cellule piu' mature e finora non e' emersa nessuna anomalia di questo tipo. Cio' non significa, ovviamente, che sia da escludere del tutto in un'applicazione terapeutica avanzata. E infatti nessuno l'ha escluso, nemmeno Bruestle.
Gesine Paul, dell'universita' svedese di Lund, ha riferito di altre importanti esperienze di trapianti con cellule staminali, questa volta fetali. Negli ultimi anni sono state curate con staminali fetali 350 persone in tutto il mondo, quasi tutti parkinsoniani.
Le staminali con cui sono stati trattati derivavano da tessuti di feti abortiti. Per poter curare un paziente servono da mezzo milione a un milione di cellule staminali oppure da quattro a otto feti di poche settimane di vita.
Diversamente dalle raccomandazioni contenute in un controverso studio americano pubblicato due anni fa, Gesine Paul pensa che il trapianto di tessuti fetali sia molto promettente, in linea di principio. Lo dimostrano i quattordici parkinsoniani curati a Lund, i quali, dopo alcuni anni hanno registrato sensibili miglioramenti. Una paziente californiana, afflitta da disturbi motori tanto gravi da impedirle di alzarsi da sola, dopo dieci anni dal trapianto e' tornata addirittura al lavoro. Evidentemente le nuove cellule trasferite nel cervello svolgono bene il loro compito (quello di produrre dopamina in quantita' sufficiente), anche se il risultato varia da un paziente all'altro. Comunque, nella stragrande maggioranza dei casi non si sono manifestati effetti collaterali potenzialmente rischiosi, come una produzione eccessiva di dopamina. Soltanto un paziente lamenta ancora, a distanza di diversi anni dall'intervento, dei fastidiosi movimenti incontrollati.
La ricercatrice svedese ha pero' concluso con una riserva non trascurabile.
A suo parere, sebbene il bilancio clinico sia tutt'altro che negativo, le cellule staminali fetali non possono avere un grande avvenire. Il motivo e' semplice: e' praticamente impossibile ottenere tante cellule staminali quante sarebbero necessarie per curare un gran numero di pazienti. Come dimostrato da studi successivi, solo il 5% delle cellule trapiantate nel cervello riesce a sopravvivere. Per ottenere il numero ritenuto ideale di almeno centomila cellule produttrici di dopamina per ogni emisfero cerebrale, bisognerebbe poter quadruplicare il numero dei feti donatori, cio' che comporterebbe seri problemi logistici, oppure incrementare del 20-40% le possibilita' di sopravvivenza delle cellule.
A questo proposito, Georg Kuhn dell'universita' di Regensburg, ha spiegato come sia difficile impedire il deteriorarsi delle cellule. E' vero che tramite alcuni fattori di crescita, ad esempio il fattore VEGF, e' possibile ridurre il fenomeno, quanto meno negli esperimenti animali. Il guaio e' che le reazioni delle cellule nell'organismo sono diverse dagli esperimenti in laboratorio.
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