Sabato 6 giugno 2026
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Giustizia. L'allarme a Firenze. Uno dei tanti...

Articolo · Stefano Fabbri ·
 L’allarme lanciato dalla nuova procuratrice della Repubblica di Firenze Rosa Volpe riguardo i vuoti nell’organico dell’ufficio non è catalogabile tra gli esempi dell’italica melina, per cui si sceglie di prospettare una situazione peggiore di quanto lo sia davvero per poi trovare giustificazioni. Si tratta di un magistrato esperto, che nella sua carriera è stata alle prese con procure anche più complesse di quella fiorentina. I numeri sono numeri e se un terzo delle posizioni sono scoperte, non si tratta di una stima a spanne o di una boutade. La prima domanda che sorge è come sia potuto accadere, ma le ipotetiche risposte condurrebbero a valutazioni su un passato anche prossimo non produttive allo scopo di riconquistare una piena funzionalità della Procura, che invece rimane fondamentale. Certo, resta il fatto che se un magistrato così navigato afferma di non aver mai visto un ufficio così malmesso la campanella suona più forte, poiché si tratta di una valutazione espressa sulla base di quella esperienza che conferisce autorevolezza. I vuoti più vistosi sono tra cancellieri e collaboratori giudiziari, cioè in un settore strategico in cui la complessa macchina della giustizia rischia di incepparsi se non funziona a dovere in tutti i passaggi.

Con ricadute dirette sull’utenza, cioè sui cittadini: un’espressione che la dottoressa Volpe ha più volte citato e che non va sottovalutata. La Giustizia è un settore, delicatissimo almeno al pari della sanità, offerto alla collettività e a ciascuno. Se funziona a scartamento ridotto cessa di essere un servizio e si conquista sul campo l’iscrizione d’ufficio nell’elenco delle iatture. Le parole della procuratrice appena insediatasi, indipendentemente dal fatto che questa sia stata o meno la sua intenzione, sono sassi nello stagno del dibattito pubblico — che a dire il vero agita più la politica che i cittadini — sull’efficienza della giustizia. Si discute molto, e legittimamente in vista del prossimo referendum, della separazione delle carriere dei magistrati e molto meno sugli inciampi, sempre in agguato, dei percorsi giudiziari e dei loro tempi.

Tanto che non è peregrino il distinguo tra la prima, intesa come una riforma della magistratura, e i secondi, considerati segnali della necessità di una riforma complessiva della giustizia. Non è cosa da poco, poiché è quest’ultima che poi impatta più direttamente sull’efficienza del servizio offerto ai cittadini. Un servizio con ricadute sociali enormi che a cascata si ripercuotono non solo sulla sorte dell’intero insieme del consesso sociale: dal vedersi riconosciuto un torto subìto al destino di intere imprese, dall’ottenere ragione di un contenzioso alla situazione indicibile delle carceri. È quel battito d’ali di farfalla che può provocare un uragano non dall’altra parte del mondo, ma molto più vicino. Il primo passo, intanto, è fatto. Cioè la presa di coscienza e il disvelamento di un problema che non si era visto o che si era finto di non vedere. E che forse solo la concretezza di un magistrato abituato da anni all’operatività quotidiana poteva scorgere ad occhio nudo.

(Articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 07/11/2025)


 
 
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