Il Coso Nero di Firenze
Ciò che svetta sopra gli altri palazzi a coronare il fabbricato sorto sulle ceneri del vecchio Teatro Comunale è ingombrante dal punto di vista dell’impatto visivo, ma pare esserlo meno per la politica, svegliata — come notava un titolo di questo giornale nell’edizione di ieri dalla polemica che ha innescato.Tuttavia, se il livello delle argomentazioni è quanto si è potuto leggere e ascoltare finora, la succitata politica può tornare a fare la nanna e a dormire sonni (relativamente) tranquilli. È soporifero lo scambio piccoso di accuse e controaccuse, tra cui quelle del leader dell’opposizione di centrodestra in Palazzo Vecchio alle quali si è replicato che la predica viene da un pulpito che risponde al ministero della Cultura, risparmiato dalle critiche di Schmidt per non ferire la collega titolare della Soprintendenza.
E funziona meglio della conta delle pecore l’amletico dubbio consegnatoci dai consiglieri Pd perché, una volta rispettate le regole, il dibattito sarebbe ormai solo sul bello e sul brutto: certa la conclusione con il rassicurante verdetto per cui «tutti i gusti son gusti».
Un dibattito dal livello di ipocrisia raramente raggiungibile. Perché quello che stava accadendo nel cantiere di Corso Italia e di via Solferino è stato sotto gli occhi di tutti, per anni. Così come un minore ma non meno importante numero di occhi, quelli di chi governa la città e di chi ha il compito di controllare, ha potuto vedere le carte, i progetti, le autorizzazioni.
Tutto in regola, dunque.
A meno che non ci sia chi ha barato e nessuno se n’è accorto. Ma il cubone che si erge sul nuovo palazzo che ospiterà appartamenti di lusso e una struttura alberghiera dello stesso lignaggio, non è la sorpresa in un uovo di Pasqua fuori tempo massimo.
Era chiaro che sarebbe finita così, e diversi allarmi erano stati lanciati. Ma fino alla sua arrogante e concreta irruzione si è preferito far finta di non vedere o sapere. Magari alimentando la speranza che nessuno se ne accorgesse.
E invece è bene che si stagli così visibile, perché il «coso nero» — come ormai familiarmente lo chiamano — è un monumento significativo, monito o promessa, di come dovremmo immaginarci Firenze.
Osservato da San Miniato al Monte, è l’avamposto di una linea immaginaria che prosegue con il nuovo Teatro del Maggio (la «scatola da scarpe», per stare sui nomignoli) e si conclude, per ora, con il Palazzo di Giustizia (Gotham City) che almeno ha l’attenuante di essere stato realizzato decenni dopo la sua progettazione.
Ed è, da solo, l’ultimo sintomo palese di cosa sia possibile fare, o lasciar fare, in una Firenze che da almeno due decenni investe prioritariamente (per non dire solo) su strutture di questo genere. Salvo poi dolersi, come ha fatto la sindaca Sara Funaro ieri su La7, che gli appartamenti per gli affitti brevi sono il doppio delle case popolari e rivendicando — giustamente, per carità — il controllo oggi possibile sull’apertura di nuove strutture ricettive. Ma in un’ottica che è solo quella di resistenza ai risultati di politiche dei suoi predecessori, dai quali non sa ancora prendere le distanze e cercare di invertire la tendenza.
La storia del «coso nero», nata con le non meno sorprendenti aste andate deserte per il vecchio e dismesso teatro, non si conclude solo con l’affermazione di «un’architettura impertinente», come l’ha definita con efficacia Antonio Natali intervistato da La Nazione, capace di manomettere il rapporto tra le dimensioni che va rispettato anche nella ricerca di quella contemporaneità di cui Firenze ha bisogno. Rischia di essere anche l’epifania di altre simili e prevedibili «sorprese», di un futuro che magari avrà un colore diverso. Anche se forse il nero è la tinta che meglio gli si addice.
(pubblicato sul Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 22/08/2025)
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →
Potrebbe interessarti