Giovedì 24 settembre 2026
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L’Intelligenza Artificiale senza l’ombrello americano. Ue e Nato

Articolo · Gian Luigi Corinto ·

La collaborazione internazionale per lo sviluppo e il controllo dell’intelligenza artificiale assume una prospettiva molto particolare se descritta attraverso il rapporto tra Unione europea e Nato. L’analisi deve essere aggiornata alla luce di uno scenario finora considerato estremo, come l’eventuale uscita degli Stati Uniti dall’Alleanza atlantica. Non si tratterebbe soltanto di una crisi militare. Verrebbe messo in discussione l’intero assetto politico, tecnologico e normativo entro cui l’Occidente sta cercando di governare l’intelligenza artificiale.

 

L’uscita americana dalla Nato non sarebbe automatica né immediata, ma anche la sola prospettiva di un disimpegno americano produrrebbe effetti profondi. La credibilità dell’Alleanza dipende infatti non soltanto dalle sue norme, ma dalla certezza che gli Stati Uniti continueranno a fornire la principale capacità militare, tecnologica e logistica del sistema. Per ora e per dopo.

 

In questo scenario, la governance internazionale dell’intelligenza artificiale perderebbe il suo principale punto di riferimento transatlantico e vedersela pure con l’IA “opensource di Stato” della Cina. L’Unione europea resterebbe il più avanzato laboratorio normativo, mentre la Nato dovrebbe trasformarsi da alleanza fondata sulla centralità americana in una struttura prevalentemente europea. Non sarebbe una semplice ridistribuzione dei compiti. Cambierebbe la natura stessa del rapporto tra autonomia, sicurezza e innovazione.

 

L’Europa è una forza e una debolezza. La forza consiste nella capacità di produrre regole comuni. L’AI Act, adottato nel 2024, ha costruito un sistema basato sui livelli di rischio e sugli obblighi per fornitori e utilizzatori. Esso riflette l’idea che l’intelligenza artificiale debba essere sottoposta a principi di trasparenza, sicurezza, tutela dei diritti fondamentali e responsabilità.

 

La debolezza riguarda invece le capacità materiali. Per sviluppare sistemi avanzati occorrono infrastrutture di calcolo, semiconduttori, grandi quantità di dati, ricerca scientifica, capitali e imprese capaci di competere su scala globale. L’Europa può stabilire standard rigorosi, ma rischia di dipendere da tecnologie prodotte negli Stati Uniti o in Asia. La sua autonomia normativa potrebbe così convivere con una dipendenza industriale. E da quando i mercati di consumo extra UE sono cresciuti, la capacità normativa europea non estende più tanto il suo potere giuridico oltre i propri confini. 

 

L’uscita degli Stati Uniti dalla Nato renderebbe questa contraddizione più evidente. L’Europa sarebbe chiamata a sostenere contemporaneamente la propria difesa, la propria sicurezza cibernetica e la propria transizione tecnologica. Gli investimenti destinati all’intelligenza artificiale civile e militare entrerebbero in concorrenza con quelli necessari per ricostruire una capacità autonoma di deterrenza.

 

Ne deriva una scelta obbligata, quella di trasformare l’Unione europea in un soggetto geopolitico più integrato oppure accettare una lunga fase di vulnerabilità. Una “Nato europeizzata”, nella quale gli Stati europei assumessero gran parte della responsabilità della difesa del continente, potrebbe mantenere una funzione essenziale, ma il ruolo americano diventerebbe, secondo questa ipotesi, supplementare anziché fondativo.

 

La Nato non è soltanto un’organizzazione militare. È anche una rete di standard, procedure, infrastrutture e forme di interoperabilità. I suoi membri condividono sistemi di comunicazione, criteri operativi e pratiche di pianificazione. La stessa logica è indispensabile per l’intelligenza artificiale. Un algoritmo impiegato in un sistema di difesa deve poter dialogare con reti, sensori e piattaforme appartenenti a Paesi diversi.

 

Se gli Stati Uniti si ritirassero, questa interoperabilità dovrebbe essere ricostruita su basi europee. Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Polonia e Paesi nordici dovrebbero coordinare programmi industriali e militari oggi spesso frammentati. Anche il Regno Unito, pur non appartenendo all’Unione europea, diventerebbe un interlocutore imprescindibile per la sicurezza del continente e per la ricerca nel settore dell’intelligenza artificiale.

 

Il problema non sarebbe soltanto finanziare nuovi sistemi, ma decidere chi li controlla. La difesa europea è ancora distribuita tra governi nazionali, mentre l’Unione dispone di competenze limitate nel settore militare. L’intelligenza artificiale, al contrario, richiede dati condivisi, catene decisionali rapide e standard uniformi. Senza una struttura politica capace di assumere responsabilità comuni, la tecnologia rischierebbe di accentuare la frammentazione esistente.

 

Senza gli USA, diverrebbe più urgente la definizione di norme sull’impiego militare dell’intelligenza artificiale. La strategia Nato del 2021 individua cinque principi di uso responsabile: legalità, responsabilità, spiegabilità e tracciabilità, affidabilità e governabilità. Questi criteri dovrebbero restare validi anche in una Nato priva della partecipazione statunitense. 

 

La difficoltà consiste nel trasformare i principi in procedure verificabili. Un sistema autonomo può selezionare obiettivi, elaborare informazioni e suggerire decisioni in tempi non compatibili con il controllo umano tradizionale. Tuttavia, la responsabilità non può essere attribuita alla macchina. Deve ricadere su chi progetta, acquista, autorizza e utilizza il sistema.

 

L’Unione europea dispone di un quadro normativo più avanzato, ma l’AI Act non disciplina l’intelligenza artificiale impiegata per finalità militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Si crea così un vuoto proprio nel settore più sensibile. L’Europa potrebbe regolare con maggiore severità gli usi civili e commerciali, lasciando però meno definito il rapporto tra algoritmi, eserciti e decisioni letali. 

 

Per colmare questa lacuna servirebbe un accordo europeo specifico sull’intelligenza artificiale militare. Chi lo sottoscriverà, come? Quando?

 

La Cina potrebbe sfruttare la frattura per presentarsi come interlocutore alternativo, soprattutto nei Paesi che guardano con diffidenza al modello occidentale. Altri Stati potrebbero scegliere di non aderire a standard rigidi, preferendo forme di regolazione più flessibili e funzionali alla competizione industriale. Il rischio sarebbe una frammentazione normativa. Avremo sistemi diversi, criteri diversi e livelli diversi di tutela.

 

In tale contesto, l’Europa dovrebbe evitare due errori opposti. Il primo sarebbe confidare ancora indefinitamente nella protezione americana, rinviando la costruzione di capacità autonome. Il secondo consisterebbe nell’interpretare l’autonomia come isolamento. L’intelligenza artificiale è una tecnologia globale: nessun Paese europeo può controllare da solo le filiere, i dati e gli effetti geopolitici.

 

Senza gli Americani, comunque, non sarebbe automaticamente impossibile la collaborazione internazionale sull’intelligenza artificiale. La renderebbe però più costosa, più lenta e più esposta ai conflitti tra interessi nazionali. Il vecchio equilibrio transatlantico avrebbe lasciato il posto a una pluralità di centri di potere, nei quali l’Europa dovrebbe esercitare una responsabilità finora spesso delegata agli Stati Uniti.

 

Il rapporto tra Unione europea e Nato costituisce dunque ancora una chiave interpretativa utile, ma non più sufficiente. In passato l’Europa poteva sviluppare le proprie regole contando sull’ombrello strategico americano. In futuro potrebbe essere costretta a garantire da sola la sicurezza necessaria per rendere efficaci quelle regole. Come di consueto, la questione riguarda la volontà politica della UE e dei singoli Paesi.

 

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