Venerdì 5 giugno 2026
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Italian sounding e Mercosur: una cosa buffa e una seria

Articolo · Gian Luigi Corinto ·

La nuova legge italiana contro l’Italian sounding rafforza l’arsenale interno di tutela del Made in Italy, ma resta strutturalmente diversa – e in parte complementare – rispetto alle logiche dell’accordo UE-Mercosur, centrato sulle Indicazioni geografiche (IG) nei mercati extra-UE.

 

La legge appena approvata e prontamente strombazzata dal Ministro Lollobrigida – nel solco della legge quadro sul Made in Italy e della cosiddetta “legge Caselli” contro l'agropirateria – mira a colpire in modo più diretto l’uso ingannevole di nomi, simboli e richiami all’italianità su prodotti che italiani non sono o lo sono solo in modo marginale, sfruttando l’ultima lavorazione sul territorio nazionale. 

L’intervento inasprisce gli strumenti contro la contraffazione e l’uso speculativo dell’Italian sounding, intervenendo tanto sul piano penale quanto su quello amministrativo e di etichettatura, con l’obiettivo dichiarato di proteggere filiere autentiche, trasparenza verso il consumatore e valore economico delle produzioni certificate. 

 

In questa prospettiva, la legge agisce “a valle”. Interviene cioè sulla presentazione del prodotto, sul linguaggio commerciale, sui travestimenti identitari che generano un mercato parallelo di “falsi Made in Italy” da decine di miliardi di euro l’anno, secondo le stime di Coldiretti, che non precisa il valore del mercato italiano interno dei falsi, ma indica in 120 miliardi il danno a livello mondiale. 

 

L’accordo UE-Mercosur si muove su un piano diverso. Non è una legge nazionale ma un trattato commerciale che definisce regole vincolanti tra blocchi, e uno dei capitoli centrali riguarda la tutela delle Indicazioni geografiche europee, incluse quelle italiane. 

Il testo prevede infatti il riconoscimento e la protezione di centinaia di IG europee – 347 secondo le sintesi, di cui decine italiane – che nei Paesi Mercosur dovranno essere difese contro usi impropri del nome e imitazioni, aprendo al contempo nuovi spazi di mercato a dazi ridotti o nulli. 

 

Qui il baricentro non è la pomposa retorica del Made in Italy, ma il dispositivo giuridico della denominazione protetta. Se un prodotto non appartiene a quella specifica area e non rispetta il disciplinare, il nome semplicemente non è utilizzabile, a prescindere da etichette “italianeggianti” o da lavorazioni finali situate geograficamente.

 

Dal punto di vista della cultura giuridica, la nuova legge italiana lavora ancora sulla frontiera porosa tra evocazione e inganno. Tenta di chiudere il varco attraverso cui prodotti esteri o parzialmente italiani si “travestono” da Made in Italy, intervenendo sulla rappresentazione commerciale. 

 

L’accordo Mercosur opera invece su un registro più strutturale. Sposta la tutela sul terreno dei nomi protetti, trasformando alcune denominazioni in beni giuridici forti, difesi nei tribunali internazionali come asset intangibili delle comunità produttive. 

In questo senso, la legge nazionale risponde alla pressione immediata del fenomeno Italian sounding, ma rischia di rimanere confinata entro i confini interni e nelle maglie – sempre scivolose – della comunicazione commerciale. 

 

L’accordo UE-Mercosur, pur con tutti i limiti di un compromesso geopolitico, indica invece la via di lungo periodo della costruzione di un sistema di IG riconosciuto e difeso anche nei mercati dove l’Italian sounding è più aggressivo.

 

I prodotti Italian sounding venduti, ad esempio, in Brasile, USA o Australia, restano soggetti alle leggi di quei Paesi, salvo che intervengano accordi internazionali specifici. La legge italiana non ha valore all’estero perché ha efficacia solo sul territorio italiano. Il suo valore ci pare quindi retorico e come tale quasi inutile.

La domanda è sempre la stessa: a che serve per davvero la Sovranità Alimentare, se viene rinserrata solo all’interno dei confini della Nazione (sic).

 

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