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ll mondo si è trasformato in un luogo migliore. 7 grafici ce lo spiegano
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Articolo di Redazione
10 gennaio 2019 15:06
 
L'accademico svedese Hans Rosling ha notato l'aumento di una tendenza preoccupante: sebbene il mondo stia diventando un posto migliore, le persone provenienti da Paesi con economie forti pensano il contrario. Non c'è da stupirsi, dal momento che le notizie parlano di catastrofi naturali, attacchi terroristici, guerre e carestie più di altri problemi.
Ogni giorno, circa 200.000 persone in tutto il mondo superano la barriera di due dollari al giorno e più di 300.000 hanno accesso all'elettricità e all'acqua pulita per la prima volta. Le storie positive di persone provenienti da Paesi con economie depresse non generano interesse o attenziione. Tuttavia, come sottolinea Rosling nel suo libro Factfulness, è importante mettere le cattive notizie in prospettiva.
Se è vero che la globalizzazione ha esercitato una pressione al ribasso sui salari della classe media nelle economie sviluppate negli ultimi decenni, la stessa ha anche contribuito a superare la barriera della povertà per centinaia di milioni di persone, soprattutto nel Sud-est asiatico.
La recente ascesa del populismo nei Paesi occidentali, con Trump e Brexit come punta di diamante e le elezioni in Ungheria e in Italia come esempi, provoca una grande preoccupazione per il benessere sociale in tutto il mondo. La globalizzazione è l'unico modo per garantire che la prosperità economica sia condivisa tra tutti i Paesi, piuttosto che solo alcune nazioni avanzate.
Alcune persone sono dell'opinione che ogni momento passato sia stato migliore, ma c'è un fatto che non ammette discussioni: fino a poco tempo fa, e in quasi tutta la storia dell'umanità, una parte significativa della popolazione mondiale viveva in condizioni precarie. I seguenti sette grafici mostrano che il mondo è diventato un posto migliore rispetto a pochi decenni fa.

1. L'aspettativa di vita continua ad aumentare



Durante la rivoluzione industriale, l'aspettativa di vita nei Paesi europei non superava i 35 anni. Ciò non significa che la maggior parte della popolazione sia morta tra i 30 e i 40 anni, ma che l'altissimo tasso di mortalità infantile e la morte delle donne durante il parto hanno fatto scendere la media. Anche le malattie comuni all'epoca e sradicate oggi, come il vaiolo o la peste, erano un grosso problema.

2. La mortalità infantile continua a diminuire



Più di un secolo fa, il tasso di mortalità infantile superava ancora il 10% anche in Paesi con un alto livello di reddito, come gli Stati Uniti e il Regno Unito. Grazie alla medicina moderna e una maggiore sicurezza e salute pubblica, questa cifra è stata ridotta nei Paesi ricchi fino quasi a essere eliminata.
Inoltre, le economie in via di sviluppo come l'India e il Brasile presentano tassi di mortalità infantile molto più bassi di quelli delle economie sviluppate oggi un secolo fa, con un livello di reddito molto simile.

3. I tassi di natalità stanno diminuendo



Sebbene molte persone siano preoccupate per la crescita della popolazione mondiale, la realtà è che i tassi di natalità sono diminuiti considerevolmente. Le stime a lungo termine delle Nazioni Unite indicano che la popolazione mondiale si stabilizzerà intorno agli 11.000 milioni entro la fine di questo secolo.
Inoltre, come si può vedere nel grafico, molti Paesi in via di sviluppo, come il Brasile, la Cina e diverse nazioni africane, hanno scelto di seguire una politica di bassi tassi di natalità. Per molte economie avanzate questa transizione ha richiesto quasi 100 anni (a cominciare dalla rivoluzione industriale), ma altri l’hanno raggiunta in due o tre decenni.

4. La crescita del PIL è accelerata nei Paesi sviluppati



Gli Stati Uniti e l'Europa occidentale, leader tecnologici, sono cresciuti del 2% l'anno negli ultimi 150 anni, il che significa che i livelli di reddito raddoppiano ogni 36 anni.
Dato che ci sono stati molti alti e bassi per lunghi periodi di tempo, come la Grande Depressione o la recente Grande Recessione, il fatto che il tasso di crescita rimanga costante nel lungo periodo è quasi miracoloso. I Paesi con un basso livello di reddito, come la Cina o l'India, sono cresciuti a un tasso più elevato negli ultimi decenni; tanto che si avvicinano inesorabilmente ai Paesi occidentali. Un tasso di crescita del 10% per un periodo prolungato significa che i ricavi raddoppieranno all'incirca ogni sette anni. Che la prosperità sia condivisa da tutti non può che essere una buona notizia.

5. La disuguaglianza di reddito complessiva è stata ridotta


Anche se la disuguaglianza all'interno dei Paesi è aumentata a causa della globalizzazione, la disuguaglianza globale è rimasta bassa per diversi decenni come risultato di uno sviluppo di Paesi come la Cina e l'India, in cui centinaia di milioni di persone hanno migliorato il loro livello di vita. Infatti, per la prima volta dalla rivoluzione industriale circa metà della popolazione mondiale può essere considerata una classe media.

6. La democrazia si estende



In tutta la storia dell'umanità, la gente ha vissuto sotto regimi oppressivi e antidemocratici. Oggi, circa la metà della popolazione mondiale vive in democrazia. Tra la gente che vive ancora nelle autocrazie, il 90% è in Cina. Tuttavia, il Paese asiatico sta cambiando, quindi c'è motivo di credere che uno sviluppo economico sostenuto porterà alla sua democratizzazione (secondo la teoria della modernizzazione).

7. Ci sono sempre meno conflitti


La storia del mondo è quella della sua divisione grazie ai conflitti. In effetti, almeno due delle grandi potenze sono state in guerra per oltre il 50% del tempo dal 1500 circa.
Mentre la prima metà del ventesimo secolo era particolarmente cruenta, con due guerre mondiali vicine tra di loro, il periodo successivo potrebbe essere descritto come pacifico. Per la prima volta in tutta la storia non ci sono state guerre o conflitti nell'Europa occidentale in tre generazioni, e organizzazioni internazionali come l'Unione europea e le Nazioni Unite sono state elementi fondamentali per portare stabilità al mondo.

(articolo di Julius Probst, pubblicato sulla rivista The Conservative del 04/01/2019)
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