8 Marzo, festa della donna. Ho il mal di pancia

Basta, non se ne può più… e anche mi vergogno civicamente di vivere in un mondo che dedica una giornata alla donna. Come la giornata della castagna di Monbrutto o del tortello della provincia di Vattelapesca.
Siamo nel 2026. E quando vedo l’8 marzo con regalie e vendite di mimose ovunque, mi sento una sorta di umiliazione per vivere in questo mondo, Italia più che altre. Mi viene in mente un momento di felicità, quando la mia compagna era sanitariamente allergica alle mimose e non regalando questi fiori ero costretto, considerato come un appestato, a spiegare che non ero avversario di donne e femminilità.
L’8 marzo è il giorno in cui mal sopporto, più che abitualmente, tutte le pubblicità di promozione e di offerte perché le donne festeggino possibilmente con altre donne la loro festa. Mal sopporto i figli che regalano mimose alle mamme… ché mi sembra indottrinamento puerile ad un mondo in cui esser donna è come un archetipo della realtà patriarcale.
8 Marzo come San Valentino. Cosa conta oltre il business della festa delle persone che sono numericamente prevalenti sul Pianeta, ma che sono violentate da leggi e maschi che sono la minoranza?
Questo mi accade l’8 marzo, ma non il 7 e il 9 marzo, quando vivo e soffro su me stesso il peso patriarcale cercando di cancellarlo, tra istinti umani e civici inculcatemi da storie millenarie e consapevolezza di essere del genere responsabile di queste violenze.
L’8 marzo mi altero, mentre il 7 e il 9 marzo mi compiango e agisco come parte in gioco per la nostra liberazione. Non sopporto l’ipocrisia. L’8 marzo è ipocrisia.
Comincerò a capire che forse sono eccessivo solo quando vedrò che le donne lavorano, pur nella loro differenza fisica e culturale, al pari degli uomini. Che le donne lavoratrici vengono remunerate al pari degli uomini. Che questi ultimi non devono sembrare estremisti femministi per avere leggi e incentivi per essere genitori al pari delle donne.
Qui il video sul canale YouTube di Aduc
Questo mi accade l’8 marzo, ma non il 7 e il 9 marzo, quando vivo e soffro su me stesso il peso patriarcale cercando di cancellarlo, tra istinti umani e civici inculcatemi da storie millenarie e consapevolezza di essere del genere responsabile di queste violenze.
L’8 marzo mi altero, mentre il 7 e il 9 marzo mi compiango e agisco come parte in gioco per la nostra liberazione. Non sopporto l’ipocrisia. L’8 marzo è ipocrisia.
Comincerò a capire che forse sono eccessivo solo quando vedrò che le donne lavorano, pur nella loro differenza fisica e culturale, al pari degli uomini. Che le donne lavoratrici vengono remunerate al pari degli uomini. Che questi ultimi non devono sembrare estremisti femministi per avere leggi e incentivi per essere genitori al pari delle donne.
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