Lunedì 8 giugno 2026
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Narcoguerra messicana. I migranti forzati di Buenavista verso la California

Articolo · Redazione ·
Quelli di Buenavista, a 500 chilometri ad ovest della cpaitale del Messico, presumono di esser nati nella “capitale mondiale dei limoni”. I loro campi sono tra i principali produttori del Paese. Ma le sette etnie e i 45.000 abitanti del Comune sono nella Tierra Caliente, Michoacàn, uno degli epicentri della violenza del narcotraffico. Il cartello che domina la zona controlla le strade, minaccia le persone e uccide senza nessun preavviso. E molti fuggono. “Cosi' e' stato per molte persone”, dice un'abitante della zona. La destinazione e' El Norte (il nord). Stati Uniti d'America. E quelli che ci vanno non e' per il sogno americano, ma scappano dall'incubo messicano.
“Ci sono molti che vanno via di corsa. Soltanto questa settimana ho conosciuto quattro persone che l'hanno fatto. E' gente che non ha la propria vita li', non vogliono restarci, vogliono tornare” dice Hector Sandoval, presidente dell'associazione “Unidos por Aguililla” di Redwood City (California). Mentre quelli che sono ancora a Buenavista e a cui e' stato concesso di andare, non fanno il proprio nome per non correre nessun rischio. “Si', e' vero, sono sempre di piu''”, dice una abitante della zona. “Il Comune di Buenavista da' loro un modulo perche' possano chiedere asilo”.
In solo un mese, quasi 200 persone hanno chiesto asilo politico a San Diego, California. Il Governo Usa non da' informazioni sulle origini di chi fa queste domande, ma un'indagine dell'agenzia stampa Associate Press ha scoperto che almeno 44 persone sono di Buenavista. La maggior parte donne e bambini. Tra luglio e agosto, gli Usa hanno ricevuto, ogni giorno, 11 richieste di asilo di messicani, secondo i dati del Dipartimento Nazionale di Sicurezza.
Le richieste di asilo dei messicani sono aumentate del 400% in sei anni. Il Governo Usa ne ha registrate 9.206 nel 2012, quattro volte in piu' rispetto al 2006, all'inizio della guerra contro il narcotraffico avviata dall'ex.presidente Felipe Calderon. L'ufficio per i servizi per la cittadinanza e immigrazione nordamericana (USCIS) valuta che per questo anno la cifra si duplichera'. E la strada non e' per niente facile. Il 90% delle richieste di messicani e' respinto. C'e' da dimostrare davanti ad un giudice di essere perseguitati e molti di coloro che aspettano la decisione risiedono nei centri di detenzione fino a che non c'e' il responso: sei mesi. Alcuni (soprattutto donne e bambini) vengono messi in liberta' prima che passi il tempo, ma molti preferiscono tornare indietro e attendere a Tijuana, a pochi chilometri da San Diego. Una lavoratrice della Casa Madre Asunta, ha spiegato in agosto a Sintesis, un media locale, che il problema di questi migranti e' “il peggiore che stiamo vivendo alla frontiera negli ultimi dieci anni”.
Un'altra signora dice tra le lacrime: “Dove vivamo c'e' molto pericolo. Non c'e' lavoro. Un signore era seduto con le sue tre creature e diceva: 'Per favore non mi uccida, almeno di fronte alle mie creature'. Sono stati uccisi li' e gli hanno detto: visto che non hanno sofferto?'”.
L'aumento dei rifugiati ha coinciso, a luglio, con alcune settimane particolarmente violente, quando in solo un giorno gli scontri hanno causato una trentina di morti, tra loro e una pattuglia della Marina messicana. I morti si accumulavano in un giorno, e l'altro pure. Lo scorso sabato hanno ucciso cinque persone, e' un mese che hanno ucciso un deputato della regione a Morelia. Nelle ultime 24 ore, due funzionari dei servizi pubblici del Michoacan sono stati uccisi.
La comparsa in zona, da febbraio di questo anno, di gruppi di autodifesa ha scatenato una lotta ancora piu' violenta tra gli abitanti di una zona e quelli di un'altra. Molti gia' parlano come se fossero in guerra. “Abbiamo preso le armi contro un cartello” dice un'altra donna a questo giornale. E questo accade mentre i suoi paesani puntano verso El Norte. Proprio nelle settimane piu' piene di sangue a luglio, un gruppo di persone ha manifestato davanti al consolato di San José (California). Hanno consegnato alcune lettere dirette al presidente Usa, Barack Obama e al presidente messicano, Enrique Perez Nieto.
La violenza ha anche reso ancora piu' deboli le esangui attivita' economiche che sono rimaste in citta'. La raccolta di limoni di quest'anno, e' andata persa, I produttori, a maggio, hanno denunciato che i blocchi operati dal cartello del narcotraffico nella zona, hanno fatto loro perdere 130.000 tonnellate. Quello che accade sta facendo andar via tutto. Anche l'appellativo di capitale mondiale dei limoni.

(articolo di Veronica Calderon, pubblicato sul quotidiano El Pais del 12/10/2013)
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