testata ADUC
Non possiamo continuare a mangiare carne come ora
Scarica e stampa il PDF
Articolo di Redazione
17 novembre 2017 19:42
 
 Nonostante il costo ecologico della sua produzione, il consumo di proteine animali e’ in crescita, e questo obbliga a dover trovare metodi per farlo in modo sostenibile per il Pianeta e a vantaggio di chiunque viva su di esso.
Documentari come Cowspiracy (un gioco di parole tra “mucca” e “cospirazione”) hanno chiesto, tra varie diffidenze, perche’ la produzione di alimenti di origine animale non erano all’ordine del giorno dei grandi fronti di lotta contro il cambiamento climatico. Il dato e’ eclatante: il 14,5% delle situazioni ad effetto serra -quelle che sono a causa del riscaldamento terrestre- emesse dall’attivita’ umana provengono dal settore degli allevamenti di animali, secondo dati della Fao (agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). E questo e’ dovuto alla digestione dei bovini e di altri animali sotto forma di flatulenza ed escrementi, insieme all’uso della terra che chiede coltivazione ed alimentazione, emettono piu’ gas rispetto a tutto il settore mondiale dei trasporti.
In virtu’ di questi dati, alcune organizzazioni che perorano l’alimentazione vegetariana, come ProVeg chiedono che il cambio dei modelli alimentari sia tra le priorita’ della battaglia per il clima. Ed hanno fatto una specifica richiesta al vertice per il Clima (COP23) che si tiene in questi giorni a Bonn in Germania. Uno studio della Oxford Martin School dell’Universita’ di Oxford (Regno Unito), pubblicato l’anno scorso, segnalava che se in tutto il mondo si fosse vegetariani, le emissioni dell’industria alimentare si ridurrebbero in generale di quasi i due terzi. “L’obiettivo a lungo termine e’ di ridurre il consumo di prodotti di origine animale del 50% entro il 2040”, dice Cristina Rodrigo, portavoce dell’organizzazione.
Ma questo obiettivo, per parlare di “animali”, mette nello stesso sacco mucche, polli e maiali, per esempio (e anche tonni, gamberi e vongole). Anche se non tutti contribuiscono allo stesso modo al riscaldamento globale. A parte la pesca, raggiungere un chilo di proteine mangiando carne bovina, produce quasi il doppio di gas ad effetto serra che ricorrere a piccoli ruminanti come pecore o capre, sempre secondo la FAO. E il triplo per commercializzare un chilo di proteine sotto forma di latte vaccino o carne di pollo o maiale.
Grandi consumatori come la Cina hanno gia’ presentato piani per ridurre l’assunzione di carne in generale, e gli statunitensi (i secondi che ne mangiano di piu’ ogni anno per persona, dopo gli australiani) ne consumano oggi nove chili in meno rispetto a 10 anni fa. Ma la tendenza generale e’ al contrario. La crescita economica nei Paesi in via di sviluppo ed altri fenomeni ci dicono che mangiamo sempre di piu’ animali. E, del resto, nel Pianeta siamo sempre piu’ abitanti. Per questo, se non ci sono grandi cambiamenti, le emissioni dell’industria alimentare continueranno a crescere.
Le vie per ridurle sono due (e comunque una non esclude l’altra): una e’ ridurre il consumo degli alimenti piu’ inquinanti. Questo significa impegnarsi per un cambio dell’alimentazione che coinvolga anche i produttori. “Noi rispondiamo sempre al mercato”, dice Pekka Pesonen, segretario generale di Copa-Cogeca, la principale associazione di agricoltori e allevatori europei. “Ma fino a che punto dobbiamo indirizzare i consumatori nelle loro scelte, attraverso le tasse, le promozioni…?”, si domanda.
Pesonen si mostra pessimista sulla reale possibilita’ di questo approccio, e fa l’esempio del tabacco: “Sappiamo che ci crea dei problemi, ma nonostante tutta l’informazione in materia, si continua a consumarlo”. Ma Rodrigo, di ProVeg, sostiene che la domanda dei cittadini non e’ tanto di prodotti concreti, come le proteine “con un sapore e una consistenza che gli risultino gradevoli”. E per questo indica come alternative alcune iniziative gia’ in atto, come la produzione di salsicce o prosciutto a base di vegetali, ed insiste sulla necessita’ della presa di coscienza.
Una delle principali contraddizioni in questo percorso, quello della riduzione del consumo, e’ l’effetto sull’economia di coloro che vi si dedicano. Sempre secondo la FAO, due terzi delle famiglie rurali piu’ povere allevano bovini, e dipendono dalla loro carne e dal loro latte per il sostentamento. Nel mondo ci sono, anche, 500 milioni di pastori.. “Quando parliamo di carne e latte, non parliamo solo di cibo, ma anche del modo di vivere di milioni di persone in aree marginali””, dice Henning Steinfeld, esperto dell’agenzia.
Steinfled segnala un’altra difficolta’: in molti Paesi in vi di sviluppo e’ molto difficile incontrare proteine che non siano di origine animale. “Chi sono io, europeo, per decidere che non si debba consumare carne che potrebbe migliorare la sua alimentazione?”, aggiunge Pesonen. ProVeg sostiene che il problema non e’ nell’agricoltura di sussistenza o nel pastore di questi luoghi, ma “il consumo eccessivo, l’agricoltura industriale e lo spreco di cibo nei Paesi sviluppati”.
Ma le emissioni dell’attivita’ di allevamento nell’Africa subsahariana e nel sud dell’Asia (India, Bangladeh, Pakistan, Afghanistan..) superano di un 43% l’insieme di Europa occidentale, Nordamerica e Oceania, nonostante il fatto che i primi producono la meta’ di proteine. Questo si deve, in gran parte, alla maggiore produttivita’ degli animali di questi ultimi Paesi.
Per questo, l’altro modo di avere carni e latte “piu’ verdi” e’ di ridurre l’intensita’ delle sue emissioni. Cioe’, diminuire la quantita’ di gas ad effetto serra che si produce per ogni chilo di proteine. Steinfeld fa un esempio: migliorie nell’allevamento, nel trattamento veterinario o nell’alimentazione degli animali, permetterebbero di triplicare la produzione di latte in varie parti dell’India. La FAO sostiene che estendere queste migliori pratiche nell'allevamento del bestiame -facilmente disponibili, secondo l’agenzia- puo’ ridurre le emissioni globali del settore tra il 20 e il 30%.
“Quando ci si riferisce alla produzione di cibo dagli animali, non possiamo solo pensare al cambio climatico, non sarebbe giusto”, dice Steinfeld. “Ci sono vari fattori da considerare, perche’ per molte persone il bestiame e’ molto piu’ delle loro emissioni di gas”. Questione a parte e’ l’equilibrio alimentare.
Ma nel contesto generale della battaglia climatica, Pesonen sostiene che, a differenza di altri settori come quello dei trasporti (il 14% del totale delle emissioni), quello del bestiame ha persino la capacita’, ancora da sfruttare, di mitigare il riscaldamento. “La maggior parte delle praterie e’ degradata perche’ non sono adeguatamente curate, ma se il pascolo e’ ben gestito, c'e’ un grande potenziale per recuperare questi terreni, che sono un enorme deposito di carbonio”, sostiene Steinfeld.
Ma, un altro studio di Oxford sostiene che questo consumo di carbonio da parte del bestiame da pastorizia avviene solo in condizioni ideali.

(articolo di Carlos Laorden, pubblicato sul quotidiano El Pais del 17/11/2017)
Pubblicato in:
 
 
ARTICOLI IN EVIDENZA
 
ADUC - Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori