L’Onu, una fotografia del mondo del 1945 appesa alla parete del 2026
Mentre all’Assemblea generale parlano i rappresentanti di 193 Stati, in qualche stanza del Palazzo di Vetro si svolge una partita assai meno pubblica e forse più importante. Si cerca il successore di António Guterres, che lascerà alla fine dell’anno. E per capire la crisi delle Nazioni Unite, basta guardare a come si sceglie chi dovrebbe rappresentarle.
Decidono in quindici, ma cinque contano più degli altri: Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito. Per essere raccomandato all’Assemblea generale, un candidato deve ottenere almeno nove voti nel Consiglio di Sicurezza e non incontrare il veto di nessuno dei cinque membri permanenti.
Il mondo parla nell’Assemblea generale, ma quando deve scegliere chi parlerà a nome del mondo torna al 1945.
E questa volta i cinque non riescono ancora a mettersi d’accordo. Dopo tre votazioni informali, la costaricana Rebeca Grynspan è in testa con nove «encourage», seguita dalla rappresentante della Guyana, Carolyn Rodrigues-Birkett, con otto. Ma Grynspan ha ricevuto anche cinque «discourage» e Rodrigues-Birkett sei. Nel 2016 furono necessari sei scrutini per arrivare a Guterres. Anche questa volta la partita è tutt’altro che chiusa e possono ancora entrare nuovi candidati.
Non si tratta tanto di trovare chi piace di più, quanto di trovare qualcuno che non dispiaccia troppo a Washington, Pechino e Mosca. Il prossimo segretario generale potrebbe persino essere un nome che oggi non compare nelle fotografie dei candidati.
Ed è qui che la successione di Guterres smette di essere una corsa fra diplomatici e diventa una radiografia dell’ONU.
Le Nazioni Unite nacquero da una scommessa: affidare una responsabilità particolare nella tutela della pace alle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. Il veto era il prezzo pagato per mantenere i grandi all’interno di un sistema di regole comuni. Meglio cinque potenze privilegiate all’interno dell’ordine internazionale che cinque potenze libere di agire al di fuori di esso.
Ottant’anni dopo, uno di quei garanti, la Russia, ha invaso un altro Stato membro dell’ONU e annesso unilateralmente parte del suo territorio. Mosca ha invocato senza alcuna base l’articolo 51 della Carta sulla legittima difesa, ma non ha cercato né ottenuto l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Ha fatto la guerra senza chiamarla guerra e, al contempo, ha conservato il diritto di veto nell’organo che dovrebbe garantire la pace.
Non è la prima volta che una grande potenza forza il diritto internazionale. Gli Stati Uniti lo fecero clamorosamente con l’Iraq nel 2003, cercando però di ricondurre l’intervento alle precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, sulla base di un’interpretazione giuridica contestata da molti governi e giuristi, con un’ipocrisia che, comunque, rendeva omaggio ai principi comuni.
Con l’Ucraina, il cortocircuito è più evidente: uno dei custodi dell’ordine internazionale è diventato l’aggressore e, al contempo, può impedire al custode collettivo, l’Onu, di agire.
Che autorevolezza può conservare il custode quando uno dei cinque titolari delle chiavi viola la legge che dovrebbe difendere e può impedirgli di intervenire?
Ma il problema non è soltanto il veto. È anche chi possiede quelle cinque chiavi.
Il mondo è profondamente cambiato dal 1945 a oggi. Eppure l’Africa non ha un seggio permanente, né l’India, né il Brasile, né alcun Paese del mondo arabo. Intere regioni possono parlare nell’Assemblea generale, ma non partecipano stabilmente alla stanza nella quale si decide se l’ONU debba agire oppure no.
La crisi delle Nazioni Unite è dunque anche una crisi di rappresentanza. I cinque membri permanenti non sono soltanto troppo potenti. Sono troppo pochi e appartengono troppo al mondo di ottant’anni fa per pretendere di incarnare da soli gli equilibri internazionali del 2026.
Proprio in queste ore il presidente turco Erdoğan è tornato a contestare il sistema dei membri permanenti e del veto, chiedendo dal podio dell’Assemblea generale l’abolizione di entrambi e un Consiglio interamente elettivo. Mosca si è detta disponibile ad ampliare il Consiglio di Sicurezza, ma ha immediatamente precisato che i membri permanenti e, soprattutto, il diritto di veto non si toccano.
Tradotto: si può cambiare la fotografia, purché non cambi il potere.
Qui cominciano le differenze anche fra chi vuole riformare l’ONU. Il Parlamento europeo propone un seggio permanente dell’Unione, in aggiunta a quello francese, e, contemporaneamente, una limitazione più rigorosa dell’uso del veto — non ancora la sua abolizione dichiarata, ma un primo passo in quella direzione. L’Italia, con il gruppo Uniting for Consensus, sostiene invece che creare nuovi membri permanenti significherebbe estendere, anziché superare, un privilegio e propone di aumentare la rappresentanza elettiva.
Aggiungere l’India, il Brasile, la Germania o il Giappone renderebbe certamente diversa la fotografia. Ma risolverebbe il problema o creerebbe semplicemente nuovi titolari di un privilegio permanente accanto ai vecchi?
Ed è qui che vale la pena recuperare una vecchia intuizione di Marco Pannella e del Partito Radicale, formulata con particolare chiarezza da Emma Bonino già il 3 dicembre 1996, in un’audizione alla Camera dei Deputati.
Allora commissaria europea, Bonino disse senza mezzi termini che «non vi può essere una sensata riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite senza una Europa come soggetto politico», e immaginò «un sistema Nazioni Unite… con una Europa forte» accanto a un’Organizzazione per l’unità africana rafforzata, «un sistema regionale asiatico» e «un sistema regionale dell’America latina in cui vi sia anche un’esperienza del Parlamento andino» — con un Consiglio di sicurezza in cui «siedano a turno i rappresentanti di queste organizzazioni regionali». Nello stesso intervento si opponeva frontalmente all’ipotesi, allora sul tavolo, di aggiungere Germania e Giappone come nuovi membri permanenti, definendola «una iattura soprattutto per l’Europa»: avrebbe chiuso per sempre, disse, l’ipotesi di una politica estera e di difesa comune dell’Unione.
I radicali sostenevano dunque che la riforma non dovesse limitarsi ad aggiungere nuove potenze nazionali alle vecchie, ma dovesse pensare alla rappresentanza delle grandi aggregazioni regionali del pianeta, legando esplicitamente questa prospettiva alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa.
Era una proposta radicale anche in senso letterale: non chiedeva un’altra sedia al tavolo del 1945. Chiedeva di ridisegnare il tavolo.
Allora poteva sembrare un’anticipazione federalista molto lontana dagli equilibri reali. Oggi appare assai meno irrealistica. Un Consiglio in cui Africa, America Latina e grandi aggregazioni regionali avessero una rappresentanza stabile descriverebbe la pluralità politica del mondo contemporaneo assai meglio di un organo in cui il privilegio permanente dipende ancora, in larga misura, dall’essere usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale.
Anche per l’Europa la questione è rimasta aperta. Per anni si è discusso della possibilità di sostituire i seggi francese e britannico con un seggio dell’Unione. Poi è arrivata la Brexit: Londra non fa più parte dell’UE e il problema ha assunto una nuova forma. Oggi il Parlamento europeo chiede, come si è visto, un seggio permanente dell’Unione accanto a quello francese.
Ma se consideriamo anacronistico il privilegio dei cinque, la soluzione è davvero diventare il sesto privilegiato?
La vecchia intuizione radicale era più ambiziosa. Non procurare all’Europa una sedia in più, ma cominciare a sostituire alla rappresentanza delle vecchie potenze nazionali una rappresentanza capace di riflettere il mondo che nel frattempo era nato.
Per ora la Francia parla per la Francia, il Regno Unito per il Regno Unito, l’Africa non ha alcun seggio permanente e l’Unione europea, che rappresenta quasi 450 milioni di cittadini, non ne ha uno.
È una fotografia del mondo del 1945 appesa alla parete del 2026.
Tutto questo non significa che l’ONU sia diventata inutile. Semmai il contrario. Più il mondo si divide, più serve un luogo nel quale americani, cinesi, russi, europei e tutti gli altri continuino almeno a parlarsi. E resta immenso il lavoro umanitario, sanitario, diplomatico e normativo delle Nazioni Unite.
Ma proprio qui sta il paradosso. L’ONU è forse diventata più necessaria proprio nel momento in cui è diventata meno capace di fare ciò per cui era stata innanzitutto costruita: garantire la pace attraverso un sistema di sicurezza collettiva.
Il prossimo segretario generale erediterà questa contraddizione. Dovrà difendere la Carta, ma per essere eletto dovrà prima evitare il veto della Russia che quella Carta ha violato invadendo l’Ucraina. Dovrà rappresentare 193 Stati, ma sarà stato scelto attraverso un accordo fra cinque. Dovrà affrontare il mondo del 2026 attraverso istituzioni disegnate dal mondo del 1945.
Per questo la vera domanda del dopo-Guterres non è soltanto chi sarà il prossimo segretario generale. È quale ONU gli consegneremo.
Perché il problema non è che il mondo non abbia più bisogno delle Nazioni Unite. È che ne avrebbe bisogno più che mai, ma continua a farle funzionare con carrozzeria e motore di ottant’anni fa.
(Marco Taradash su La Linea/Linkiesta del 23/09/2026)