Overtourism a Firenze. Il fantasma dei flussi da gestire
È arrivato un carico di… turisti, ovviamente. E nel rispetto della filastrocca erano a bordo non proprio di un bastimento ma di una nave da crociera approdata nel porto di Livorno, come faranno quest’anno altri quattrocento giganti del mare. Ma nella città dei Quattro Mori non si fermano: qualcuno a Pisa o a Lucca ma la maggioranza salgono a bordo di megabus che li conducono a Firenze. C’è poco da fare, resta quella la meta principale per chi arriva in Toscana in auto, treno, aereo o, appunto, nave. Lo ha sottolineato anche il comitato «Salviamo Firenze» che ha manifestato in trasferta nel centro labronico. E questo fenomeno, del resto non esattamente nuovo, porta con sé tutto il complesso di problemi che — oltre a Livorno, dove di quella pacifica invasione che dura giusto il tempo di cambiare mezzo non resterà alcuna ricaduta economica apprezzabile o quasi — continueranno ad affliggere il capoluogo toscano che è anche una delle capitali dell’overtourism. Prima tra le questioni l’aumento dei pullman in sosta per lo scarico ed il carico della merce-turista sul Lungarno; seconda (ma solo in ordine di successione) l’incremento di un uso fast-fast-fast della città «vista» in un grappolo di ore prima di proseguire, se si è stati particolarmente veloci nei selfie e negli acquisti nei negozi consigliati, verso la tappa successiva o di tornare alle comodità all-inclusive a bordo della nave ormeggiata. Ovviamente tutto questo non significa che a Firenze siano accettabili solo i visitatori che arrivano col jet privato o in limousine. Ma che c’è una terza e più immanente questione sottolineata in maniera fluorescente dalla presenza dei pur felici crocieristi-turisti, e cioè la Gestione dei Flussi: madre, ma in parte ormai anche nonna, della discussione infinita di come davvero il turismo possa essere considerato non più una risorsa per pochi e contemporaneamente una tassa per tutti. Se ne discute da decenni, anzi se ne discuteva perché il tema pare magicamente scomparso ormai da mesi dal dibattito pubblico. E sì che i primi tentativi di porre il problema risalgono a quando in modo esplicito cominciò a parlarne ben oltre trent’anni fa il mai troppo compianto Antonio Paolucci, prospettando con chiarezza fin da allora un futuro di one-company-town per Firenze, una città convinta di poter vivere solo di turismo con tutti i suoi rischi già allora visibili. Ci si è fermati alla pur giusta considerazione che la gestione dei flussi non può essere affidata (solo) ad un livello municipale o comunque territoriale e che servono scelte di governo dell’intero Paese, ammesso che bastino di fronte ad un fenomeno planetario. Poi, il silenzio.Come se si trattasse di qualcosa di inaffrontabile, ma anche di indicibile.
E sull’argomento non ci sono buoni segnali, tra questi si registra la forte flessione dell’acquisto della Firenze Card, che tra mille limiti ha almeno il pregio di tentare di suggerire mete che possano contribuire a decongestionare il fazzoletto di Firenze compreso tra Accademia, Uffizi, Duomo e Santa Croce. Del resto la stessa ministra del Turismo Daniela Santanchè — nonostante le linee tracciate nel corso del G7 turismo svoltosi a Firenze, tra cui quella della sostenibilità — è molto tempo che non parla esplicitamente e approfonditamente di gestione dei flussi. L’ultima volta, a meno di errori nelle ricerche d’archivio, proprio nel corso di un evento dedicato alle crociere. Dunque non resta altro che alzare le mani e arrendersi? E magari rassegnarsi a vedere che anche sul Ponte (Vecchio) sventola bandiera bianca.
(articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 27/05/2025)
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