Overtourism e inquinamento. E se fossi io il cattivo turista?

Per un breve periodo si è parlato della "vergogna del volo”, flygskam come lo hanno chiamato gli svedesi dopo le performance di Greta Thunberg: l’imbarazzo di volare in aereo per le emissioni di anidride carbonica che questo mezzo genera. E’ durato un battito d’ali e qualche servizio mediatico per l’ambientalista, oggi icona sulle magliette modello Che Guevara.
Le proposte di mobilità ferroviaria (soprattutto in Europa), sono maggiori, ma aereo e gomma continuano a crescere dominando il mercato: sembra che la consapevolezza ecologica dei viaggiatori non sia ancora forte quanto il desiderio di conoscere il mondo. Anche se il turismo di massa non è una novità - nonostante molto bla bla ecologico, politico e legislativo -, lo stesso turismo è maggiore di prima del “flygskam”: prima solo alcune città (Firenze e Venezia al top in Italia), ora ovunque.
Se la nostra civiltà oggi sta morendo a causa del turismo, è perché il fenomeno non riguarda solo il disagio del turista, ma anche le popolazioni che vivono dove va il turista, senza escludere quelle che una volta - residenti delle periferie - ne erano esenti.
Con un comportamento sintomatico: il residente che magari è stato per strada con un cartello tipo “tourist go home”, quando fa il turista è uguale a quelli che avrebbe voluto mandare a casa: sia che vada sull’Himalaya, sul litorale laziale o in Costa del Sol, in una città famosa o in crociera.
Restare fuori della società - e delle mete - dei consumi è molto difficile, anche se si dovesse seguire nei particolari il codice etico dell’Onu per il turista sostenibile. Ovviamente tutto questo non vale se si ha molto tempo e molti soldi.
La questione non è tanto se possiamo viaggiare noi, ma se possiamo viaggiare tutti, sempre, ovunque. Una questione rispetto alla quale, buona parte degli amministratori, invece di organizzarsi - riduzione del danno - per un numero chiuso a prenotazione per fruire di un bene pubblico che dovrebbe dare proventi per tutti, applicano il pedaggio. Con la conseguenza che la situazione non cambia: i fornitori dei servizi turistici sono sempre e solo gli unici a guadagnare, guadagnano anche le amministrazioni, pagano e vivono male i residenti che, non a caso, scappano, trasformando e impoverendo il tessuto sociale, ecologico, culturale ed economico dei luoghi.
Ha quindi senso chiedersi se si sta facendo la cosa giusta quando si organizza la propria vacanza? Ammesso e non concesso che si sia in grado di dar credito al codice Onu, esiste un’etica quando si è noi stessi turisti? La mia presenza in un luogo o un altro, contribuisce a rendere lo stesso migliore per chi ci vive e lavora?
La città in cui ho deciso di vivere da oltre 50 anni, oggi tra le maggiori devastate dall’overtourism, era piena di luoghi in cui mi identificavo e mi sentivo coinvolto. Oggi mi sento alienato. Ritmi diversi, stravolgenti rispetto a quelli già esistenti prima dell’over (persone che occupavano lo spazio pubblico, lavoratori di ogni tipo, bambini che andavano a scuola, financo il traffico urbano). Ma oggi la città è stata colonizzata da ritmi stravolgenti come il turismo di massa, che tecnocrati dell’amministrazione dicono di gestire per il bene comune quando invece è per l’arricchimento di pochi.
E ora sono io, alienato e financo estraneo, che dovrei pianificare il mio viaggio per visitare e conoscere luoghi in cui ci sono altri come me. Che si apprestano magari a visitare anche la mia città. Col terrore che se mi capita di mangiare in un ristorante che mi ha soddisfatto, preso anch’io dalla voglia di segnalarlo sui social, starò siglando la morte di quel luogo.
Eh sì, sono anche io il cattivo turista.
Qui il video sul canale YouTube di Aduc
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