Sabato 6 giugno 2026
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Parità di genere. Uno sguardo oltreuropa: il Giappone

Articolo · Redazione ·
In Giappone la divisione dei ruoli segue degli schemi rigidi, ma oggi ci sono donne influenti che si battono per mantenere il proprio cognome dopo sposate.

Ernie Kayama si è sposata undici anni fa, e fin d'allora la giornalista aveva delle perplessità -non verso il fidanzato, ma per il cognome. In Giappone i coniugi possono infatti adottarne uno solo, e allora Ernie Kayama pensò bene di usare quello del marito in situazioni ufficiali e di mantenere il proprio nella professione. Ma la cosa non funzionò, visto che doveva sempre fornire anche l'altro.
"Il mio cognome è particolare e fa parte della mia identità", dice. Così due anni dopo divorziò e da allora i due coabitano da divorziati. "E' una situazione un po' strana. Alcuni conoscenti mi chiedono se sono ancora in fase di separazione". Per di più, vivere da divorziati porta degli svantaggi in termini di agevolazioni fiscali e di diritti ereditari, e i figli sono considerati illegittimi e devono essere adottati dal padre.

Cognome oppure matrimonio
Da decenni le donne impegnate professionalmente chiedono di modificare il Codice Civile per conservare il proprio cognome da sposate. La normativa vigente prevede che quando ci si sposa ne venga scelto uno solo -il doppio cognome non è ammesso. Nella realtà succede che il 97% delle coppie opti per quello dell'uomo in ossequio alla tradizione, per cui la donna, quando si sposa, entra a far parte della famiglia di lui. Invece il cognome di lei viene scelto pressoché soltanto se è di ascendenza nobiliare. Nei decenni di potere del Partito Liberaldemocratico -a forte impronta maschilista- la richiesta dei "due cognomi" non veniva sostenuta quasi da nessun politico. Quando poi nel 2009 vinse il Partito Democratico (DPJ), che in campagna elettorale aveva promesso di voler cambiare le regole, le speranze si riaccesero. Anche perché nel primo governo di coalizione del DPJ, presieduto dal primo ministro Yukio Hatoyama, il ministero per le Pari Opportunità e la Tutela dei consumatori fu affidato a Mizuho Fukushima, una donna che si batteva per il diritto al proprio cognome. Anche lei, una delle poche donne politiche di rilievo essendo presidente del Partito Socialdemocratico, vive da anni con il suo compagno senza essere sposata. In qualità di avvocato e deputata si era fatta un nome cui non voleva rinunciare a causa del matrimonio. "Sono contenta d'aver tenuto duro. Mi sarei pentita se avessi perso il mio nome", dice oggi.
Anche l'allora ministra della Giustizia del Partito Democratico sosteneva una diversa regolamentazione, sicché le opportunità di un cambiamento parvero grandi. Ma nel DPJ la riforma incontrava resistenze, e uno dei partner della coalizione, il Nuovo Partito Popolare, con il suo presidente Shizuka Kamei, si mise di traverso: "Due cognomi in famiglia -è una cosa distruttiva e va contro la tradizione".
"Non trovammo l'accordo", dice Mizuho Fukushima. Tutto rimase come prima. Sotto Yoshihiko Noda, il terzo primo ministro del DPJ, il tema non è più all'ordine del giorno. I politici del Partito Democratico, che governano con una Camera Alta dominata dall'Opposizione, evitano di proporre altri dibattiti su temi scottanti. "Siamo così deluse", dice Mieko Mirai, che non ha sposato il suo compagno, ma insieme a lui ha scritto una lettera ai genitori in cui dicevano che sarebbero andati a convivere senza il certificato di matrimonio affinché lei potesse tenere il proprio nome.

Il mio nome sia Parità
Per dare una scossa alla politica, Ernie Kayama e altre tre donne hanno promosso una causa. Secondo le ricorrenti, la norma vigente viola la Costituzione che garantisce la parità dei diritti tra coniugi. Esse sperano che il tribunale stabilisca che il legislatore deve agire. Attualmente la causa viene discussa da un tribunale distrettuale di Tokio.
La riforma sarebbe un atto simbolico per la parità delle donne in Giappone, sostiene la sociologa Chizuko Ueno. Tra le nazioni industrializzate il Giappone è arretrato in quanto a parità di genere. Nel rapporto Gender Gap del World Economic Forum, che valuta le posizioni paritarie in campo economico, formativo, politico e sanitario, il Giappone quest'anno è 98esimo tra 135 Stati, e si situa perciò sotto la media internazionale, dietro anche alla Cina -Stato emergente- che occupa il posto numero 61.
Solo l'8% delle imprese nipponiche ha una donna alla dirigenza, contro una media internazionale del 20%. Alla testa dei consigli direttivi delle cento maggiori aziende le donne sono solo l'1,4%. "Anche quando un'azienda vorrebbe una donna alla dirigenza, spesso non trova candidate", afferma Chizuko Ueno. Il sistema è troppo rigido. I collaboratori devono dedicarsi completamente all'azienda e possono ambire a un posto prestgioso solo se hanno servito l'azienda per almeno vent'anni -circostanza quasi impossibile per una donna con figli.
Anche in politica le cose non vanno molto meglio. L'influenza delle donne sulle decisioni politiche vale il 7,2% contro il 18,5% della media internazionale, sempre secondo Gender Gap. In realtà, con il Partito Democratico, è entrato in Parlamento un discreto numero di giovani donne. Ma hanno difficoltà a occupare i posti che contano. Nel gabinetto Noda ci sono solo due donne. Anche tra gli uomini del DPJ manca la consapevolezza del problema. Un anno fa, in una conferenza che trattava di donne imprenditrici, un sostituto del ministro dell'Economia disse che le donne giapponesi amano i lavori domestici ed è una caratteristica della cultura nazionale.

I padri lavorano troppo, le mamme spesso per nulla
Per una donna con figli è difficile lavorare fuori casa. Circa il 70% delle donne abbandona la professione dopo la nascita del primo figlio. Mancano gli asili nido, ed è opinione diffusa che sia meglio che le donne allevino i propri figli da sé. Il congedo parentale vale per le donne con un rapporto di lavoro fisso, ma quasi la metà lavora a tempo determinato e quindi non ne può godere.
L'aiuto maschile è scarso, sebbene la classica suddivisione dei ruoli stia attenuandosi. Su scala internazionale, gli uomini giapponesi son quelli che dedicano meno tempo alle faccende domestiche e alla cura dei bambini. Lavorano troppo, lamenta Mieko Mirai che ha due figli alla scuola dell'obbligo. Succede spesso che un padre non veda i figli per tutta la settimana. E quasi nessun padre si prende il congedo parentale. L'anno scorso un dipendente pubblico venne festeggiato in pompa magna come modello di un ruolo nuovo: Dopo la nascita del figlio si era preso un congedo parentale -ben due settimane!

(corrispondenza da Tokio di Petra Kolonko per Frankfurter Allgemeine Zeitung del 30-12-2011. Traduzione di Rosa a Marca)
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