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Una riforma radicale del fisco
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Articolo di Alessandro Pedone
28 settembre 2011 16:58
 
Paul Watzlawick ci ha insegnato che quando un problema è incancrenito, tentare di risolverlo con “soluzioni” che appartengono alla stessa “dimensione” del problema che si cerca di risolvere non fa altro che aggravarlo. Se un determinato problema non ha trovato una soluzione dopo molti tentativi, l'unico modo per risolverlo è un cambio di paradigma. Bisogna “uscire” dalla logica di fondo che ha dominato sia il “problema” che i “tentativi di soluzione” ed agire su una diversa dimensione.
Il fisco, o meglio l'evasione fiscale, è senza alcun dubbio un esempio tipico di problema incancrenito. In Italia il problema è di dimensioni colossali, ma –con diverse proporzioni– l'evasione fiscale è una piaga che colpisce un po' tutte le nazioni.
Quasi a nessuno piace pagare le tasse. Per cercare di stanare gli evasori si spendono –giustamente– moltissimi soldi e si creano una serie infinita di regole che costano moltissimo, in termini di tempo e non solo, e che gravano principalmente su coloro che le tasse le pagano.
Il risultato è che ogni nazione ha una quota di sommerso più o meno grande, ma sempre molto significativa. Casi come l'Italia e la Grecia sono clamorosi, ma anche nelle nazioni più “virtuose” l'evasione rappresenta comunque quote significative del PIL e le risorse impiegate per gestire i prelievi fiscali sono molto ingenti.
Un po' in tutte le nazioni economicamente sviluppate, le entrate fiscali sono costituite principalmente dalla tassazione sul reddito prodotto e dalla così detta “imposta sul valore aggiunto”, ovvero l'IVA.
In Italia, dei circa 410 miliardi di euro di entrate tributarie, circa 180 sono imposte sui redditi delle persone fisiche. Circa 40 miliardi sono imposte sui redditi delle imprese. Circa 100 miliardi vengono dell'IVA, il resto da tasse varie (accise, gioco d'azzardo, imposte di registro, bolli, successioni, ecc.).
Le stime relative all'economia sommersa variano da un circa 15% del PIL fino ad arrivare al 35-40%. Qualunque sia la stima corretta, vi sono spazi enormi di abbassamento delle aliquote se tutti pagassero le tasse, ma ridurre pressoché a zero l'evasione fiscale, in questo conteso, è del tutto utopistico.
Chi paga le tasse è soggetto ad un carico fiscale enorme (in rapporto ai propri redditi) e chi non le paga, si giustifica, moralmente, sostenendo che la percentuale di tassazione è impossibile da sostenere. Sarebbe necessario fare un salto logico, cambiare le regole del gioco.

Tassare i redditi: ingiusto e inefficace
Tradizionalmente si è sempre ritenuto che ciascuno contribuente dovesse pagare le tasse sulla base del reddito che produce. Questo è l'errore di fondo del sistema fiscale (non solo italiano).
La produzione di reddito ed il valore aggiunto dei beni e servizi scambiati non devono essere tassati. Produrre reddito e valore aggiunto dovrebbe essere incentivato, non tassato.
Il possesso di beni, al contrario, è una base imponibile (se l'aliquota è ovviamente molto contenuta e perfettamente sostenibile) più rispondente al concetto di “parità dei punti di partenza, non dei punti di arrivo”.
E' un principio comune a molte democrazie, comprese la nostra, che i cittadini debbano contribuire alle spese dello Stato “in ragione della loro capacità contributiva” (art. 53 della Costituzione italiana). Per capacità contributiva si è quasi esclusivamente fatto sempre riferimento ai redditi, ma ciò è ingiusto.
Se una persona, oltre al reddito di 50.000 euro lordi possiede tre appartamenti e un milione di euro in banca, si può dire che abbia la stessa capacità contributiva di una persona che ha lo stesso reddito, una casa con un mutuo e 10.000 euro in banca?
La capacità contributiva dovrebbe essere valutata principalmente per ciò che un cittadino possiede, non per il reddito che produce. Il reddito si tradurrà in patrimonio ed in quel momento deve essere tassato. Se si tassa maggiormente chi produce e non chi possiede, si ottiene il risultato di premiare il possesso improduttivo e penalizzare la capacità di produzione.
C'è un secondo fattore da considerare. Le funzioni principali dello Stato sono quelle di garantire alcuni servizi essenziali come sicurezza, giustizia (nel senso di soluzione delle controversie), infrastrutture, salute ed istruzione. Togliendo le ultime due, si può affermare che coloro che possiedono di più usufruiscono maggiormente –direttamente o indirettamente– delle funzioni essenziali dello Stato. Chi possiede molti immobili, ad esempio, ha più interesse a veder tutelato il proprio patrimonio sia in termini di sicurezza, infrastrutture, tutela giuridica, ecc. E' giusto che chi possiede di più, partecipi allo spese dello stato in proporzione maggiore anche perché ne usufruisce di più.
Se si può discutere circa l'equità della tassazione sui redditi, è indiscutibile che questa forma di imposizione fiscale presti il fianco ad una serie infinita di comportamenti elusivi ed evasivi. Giusta o non giusta che sia, la tassazione sui redditi semplicemente non funziona!

I grandi numeri di una rivoluzione radicale del fisco
Una rivoluzione radicale del fisco dovrebbe partire quindi dall'eliminazione dell'IRE (ex IRPEF) e dell'IVA.
Nessuna dichiarazione dei redditi per le persone fisiche! Questo può apparire utopistico, ma non è così.
I numeri dimostrano che sarebbe possibile sostituire il gettito di queste imposte con due tipologie di tasse: 1) l'imposta sul possesso di beni immobili e finanziari e 2) imposta sulle transazioni monetarie. Vediamo un po' di numeri.
Gli italiani possiedono circa 6.300 miliardi di euro di immobili residenziali.
Questa è una stima effettuata dall'Agenzia del Territorio, incrociando i dati catastali e quelli dalle dichiarazione dei redditi.
Non esistono dati altrettanto ufficiali sul valore degli immobili non residenziali. Secondo i dati di uffici studi specializzati e affidabili (come Nomisma e Scenari Immobiliari) il valore del settore non residenziale è circa un quarto del residenziale. Il valore complessivo del patrimonio immobiliare, residenziale e non residenziale italiano, in mano ai privati, si aggira quindi sui 7.800 miliardi di euro.
Il patrimonio finanziario delle famiglie italiane, secondo la Banca d'Italia, si aggira intorno a 3.500 miliardi di euro. Non esistono dati simili relativi al complesso delle imprese (i bilanci non sono sufficienti perché la maggior parte delle imprese non sono di capitali).
Il complesso delle transazioni bancarie (in prevalenza bonifici) che vengono effettuate ogni anno, -sempre secondo la Banca d'Italia- si aggira intorno ai 10.000 miliardi di euro, escludendo le carte di credito che sono poca cosa. I pagamenti effettuati in moneta sono stimati in circa 4.500 miliardi.
Da questi numeri si evince che un'aliquota media relativamente contenuta, nell'ordine dell' 1,6-2%, sul patrimonio e dello 0,75-1% sulle transazioni monetarie (sia per chi riceve che per chi trasferisce) consentirebbero di avere un gettito fiscale complessivo identico a quello attuale, cioè intorno ai 410 miliardi di euro. Applicando queste due imposte si potrebbero eliminare tutte le altre tasse. Niente più complicazioni fiscali, con tutti i costi -diretti e indiretti– che essa implica, nessuna possibilità di evadere, ma sopratutto un vantaggio enorme in termini di libertà economica ed una spinta all'economia potentissima.
Proviamo ad immaginare gli effetti della contemporanea eliminazione dell'IVA e della tassazione sui redditi. L'impulso che ciò provocherebbe alla capacità di spesa sarebbe potentissimo.
Chi paga tutte queste tasse evitate? Per una buona parte tutti coloro che precedentemente non pagavano tasse (l'economia sommersa che riemergerebbe immediatamente sotto la forma di transazione monetaria e possesso di beni) e che in questo sistema si troverebbero a pagare una percentuale di tasse assolutamente accettabile. Per il resto, si attuerebbe una significativa traslazione del carico fiscale verso i cittadini che hanno un patrimonio elevato rispetto ai cittadini senza patrimonio.

Imposta sul possesso
Anche uno schema tributario estremamente semplice, basato su due sole imposte, richiede ovviamente un'ampia diversificazione delle aliquote per tenere nella giusta considerazione una serie di casistiche. Sarebbe abbastanza ingiusto, ad esempio, tassare molto di più il proprietario di un bilocale a Milano rispetto al possessore di una villetta in un paesino montano a causa del fatto che il valore del bilocale in centro a Milano è superiore.
L'aliquota sul possesso non potrebbe essere unica. Dovrebbe essere diversificata sia in base al bene (la prima casa, ad esempio, non può essere equiparata alle case successive, né una casa in affitto dovrebbe avere la stessa aliquota di una casa di villeggiatura) ed il valore dell'immobile dovrebbe essere in parte legato al valore di mercato ed in parte legato alla consistenza, alle caratteristiche ed alla destinazione. Dovrebbero essere affrontati e regolamentati i casi di coloro che perdono momentaneamente le fonti di reddito.
Mediamente comunque, l'aliquota sul possesso può oscillare tra l'1% ed il 2% annuo.
Nel rispetto del principio costituzionale di progressività, inoltre, si dovrebbero prevedere delle aliquote progressivamente superiori all'aumentare del patrimonio complessivo del contribuente.
Si potrebbe pensare che la tassazione sul possesso di beni finanziari ponga delle problematiche legate alla fuga di capitali all'estero. A ben vedere, però, una tassazione contenuta, nell'ordine dell'1-2% massimo del patrimonio finanziario, in congiunzione con un'appropriata politica fiscale sui trasferimenti monetari (si veda il paragrafo successivo) non dovrebbe implicare movimenti significativi di capitali all'estero, potrebbero esservi anche casi di convenienza al rientro dei capitali.
C'è da considerare che la tassazione sul possesso dei beni finanziari elimina la tassazione sulle rendite finanziarie che attualmente è pari al 20% (dal 2012). Ciò significa che, ipotizzando un rendimento del 5%, il patrimonio subirebbe comunque, anche nel contesto attuale, una tassazione dell'1%.
Il gettito derivante dalla tassazione delle patrimonio finanziario, comunque, è pari solo al 15% del gettito complessivo. Si potrebbe quindi procedere con gradualità monitorando gli effetti.

Imposta sulle transazioni
Ipotizzando un'aliquota media per i trasferimenti monetari dello 0,75%, circa il 50% del gettito fiscale complessivo ipotizzato dovrebbe arrivare dall'imposta sulle transazioni monetarie. Il grosso delle transazioni monetarie ufficiali avviene per bonifici bancari od altre forme di transazioni bancarie e postali (assegni, vaglia, carte di credito, ecc). Le transazioni in contanti, per ovvie ragioni, possono essere solo stimate e secondo le indagini della Banca d'Italia sono nell'ordine del 45% delle transazioni bancarie.
E' ovvio che le transazioni in contanti dovrebbero essere fortemente scoraggiate.
La progressiva eliminazione del denaro contante avrebbe effetti estremamente positivi anche sul piano della lotta alla criminalità ed alla corruzione.
E' possibile ridurre drasticamente l'uso del denaro contante applicando un'imposta molto elevata, nell'ordine del 5%, ai versamenti ed ai prelievi in contanti superiori ad una certa soglia, diciamo – a titolo d'esempio - 500 euro giornalieri o 2.500 euro mensili. Agli esercizi commerciali si potrebbe consentire di praticare un sovrapprezzo per i pagamenti in contati pari alla differenza fra l'imposta sui versamenti in contanti ed l'imposta sulla transazioni bancarie.
In un contesto del genere l'uso del denaro liquido verrebbe drasticamente ridimensionato.
Progressivamente, anche per gli acquisti minuti come il giornale ed il caffè l'uso del denaro elettronico potrebbe diventare prassi.

Radicale, ma graduale
E' evidente che, a regime, un sistema tributario basato su due sole imposte, quella sul possesso e quella sulle transazioni monetarie, sarebbe radicalmente diverso dal sistema attuale. E' possibile, però, ipotizzare un sistema nel quale conviva l'attuale con un embrione di nuovo sistema tributario che nasca da una sorta di patto fiscale con i cittadini. I passi potrebbero essere i seguenti.
1) La prima fase è necessariamente di tipo culturale. E' indispensabile un dibattito di molti mesi su un progetto del genere con il contributo del maggior numero di voci possibili. Alla fine di questa fase si dovrebbe giungere all'obiettivo condiviso di eliminazione totale di tutte le imposte attuali e l'introduzione delle due nuove imposte (sul patrimonio e sulle transazioni monetarie) nell'arco di alcuni anni.
2) Nella prima fase, della durata di 3 anni, si introducono queste due imposte, con un'aliquota minimale valida per tutti pari allo 0,1%. Questa fase dovrebbe servire a rodare il nuovo sistema sulla base dei numeri effettivi. L'aliquota dello 0,1% dovrebbe produrrebbe un gettito intorno a 20 miliardi all'anno che sarebbero integralmente destinati a ridurre il debito pubblico.
3) Superata la prima fase di tre anni, si ridurrebbe, IRE (ex IRPEF) e l'IVA del 30% e si eliminerebbero completamente tutte le altre tasse minori (come le accise sulla benzina, ticket sulla sanità, ecc) che non hanno una funzione regolatrice dell'accesso ai servizi pubblici. Si aumenterebbero le aliquote delle nuove imposte iniziando a modularle sulla base delle informazioni acquisite nei tre anni precedenti e sugli obiettivi di equità fiscale che si desidera raggiungere. In questa fase si dovrebbe introdurre anche l'imposta sul versamento ed i prelievi di contanti nella misura almeno del 1% per monitorare l'impatto che questa misura ha sull'uso del contante. Questa fase avrebbe una durata di 2 anni.
4) La penultima fase vedrebbe l'abbattimento dell'IVA ed una riduzione significativa e dell'IRE (ex IRPEF) con conseguente aumento delle aliquote delle due nuove imposte nonché un aumento consistente, intorno al 3% per l'imposta sui versamenti e prelievi di contanti. Questa fase dovrebbe durare alcuni anni (dai 3 ai 5) in modo da monitorare l'impatto di questa nuova fiscalità al variare del ciclo economico. Uno degli aspetti da considerare, infatti, è l'eventuale volatilità del gettito. In presenza di fenomeni di volatilità significativa, andrebbero apportati correttivi al bilancio pubblico al fine creare aggiustamenti contabili per il ciclo economico.
5) L'ultima fase, come è ovvio, vedrebbe l'eliminazione completa delle imposte sui redditi ed il conseguente innalzamento delle aliquote dell'imposta sui trasferimenti e di quella sul possesso al livello che dovrebbe essere definitivo. Nel caso in cui il fenomeno dell'uso massiccio del contante non fosse ancora debellato, si dovrebbe innalzare la tassazione sui versamenti e prelievi a livelli molto scoraggianti nell'ordine del 5%.

La soluzione del problema del debito pubblico
Al termine di questo processo graduale, il risultato dovrebbe essere un significativo aumento del gettito fiscale ed al contempo un aumento significativo del PIL, non solo per lo stimolo all'attività economica che deriverebbe dall'aumento del potere di acquisto della maggior parte della popolazione, ma anche per l'emersione di una fetta importante di economia sommersa che esiste ma non fa PIL perché non è rilevata dalle statistiche (il PIL include una parte di sommerso, ma le stime dell'ISTAT sono decisamente troppo “conservative” secondo molti altri studiosi della materia).
Come è noto, le tre leve sulle quali è necessario agire per riportare il rapporto Debito/Pil a livelli accettabili (inferiore al 60%) sono:
- ridurre l'enorme costo della macchina pubblica (è intollerabile che lo stato assorba circa la metà del PIL!)
- aumentare il gettito fiscale
- aumentare il PIL
La radicale riforma fiscale proposta agirebbe su due delle tre leve con buone speranze di riportarlo a livelli accettabili nell'arco di un decennio circa (a patto che si riesca – quantomeno – a contenere l'intollerabile ingordigia dell'apparato statale, ovviamente).

Conclusioni
Ho studiato a lungo i dettagli di questa possibile riforma radicale del fisco. E' evidente che questo meccanismo non è esente da difetti, come nessun sistema fiscale è esente da difetti. I vantaggi di un sistema del genere, però, a mio avviso sarebbero enormi rispetto ai problemi e sopratutto rispetto agli enormi svantaggi del sistema attuale. Tecnicamente i numeri ci dicono che sarebbe sufficiente applicare un'aliquota più che accettabile, mediamente inferiore al 2% all'anno sul patrimonio e inferiore all'1% sui trasferimenti monetari per arrivare al gettito fiscale attuale, eliminando completamente l'imposta sui redditi delle persone fisiche e l'imposta sul valore aggiunto (IVA). Mi sembra un dato di conoscenza molto significativo.
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