Venerdì 5 giugno 2026
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Selfie e Uffizi. Al museo, ma per fare cosa?

Articolo · Stefano Fabbri ·
Non è stata la prima e purtroppo non sarà l’ultima volta. La scivolata all’indietro del turista che ha danneggiato seriamente il ritratto di Ferdinando dei Medici, opera esposta in questi giorni agli Uffizi, è più di una disattenzione.
E contemporaneamente ci interroga sulla gestione delle politiche di accesso di massa nei musei.
Proprio ieri sul Corriere della Sera, Paolo Fallai segnalava che per fortuna le nostre sale non sono riservate ad una ristretta élite ma aperte a tutti. Poi, giustamente, si domandava: «Per fare cosa?».
Senza recare disturbo ai più titolati protagonisti dell’eterno e appassionante dibattito sulla fruizione dell’opera d’arte, c’è da aggiungere che paradossalmente il «cosa fare» in un museo rischiano di suggerirlo, magari involontariamente, le stesse politiche di promozione delle gallerie, obbligate dalla logica dei numeri.
Chiara Ferragni e Dua Lipa sono le benvenute agli Uffizi, ma se alla fine della fiera costituiscono nel nostro immaginario le più importanti e popolari testimonial del museo, è poi difficile spiegare ai loro fans ed emuli che quello non è solo un set fotografico.
E che se qualcuno perde l’equilibrio e sfonda una tela per farsi fare uno scatto in compagnia di un Medici — o, come è accaduto a Verona, un altro cerca di farsi ritrarre seduto sulla Sedia Van Gogh di Nicola Bolla facendola collassare — come si fa a convincere gli altri che non è come a «Paperissima», dove se uno cade tutto finisce con una risata?
E poi: erroneamente si parla di selfie, cioè di foto di se stessi fatte da soli. In questi episodi, secondo i video degli incidenti, c’è sempre la complicità di una persona che si presta a ritrarre il genio dell’impresa.
Almeno chi si fa fotografare approfittando dell’illusione ottica che gli consente di sostenere la Torre di Pisa con una mano, sarà un po’ cialtrone ma non rischia di far danni.
Ecco, forse si potrebbe istituire un servizio per cui, se proprio uno vuole entrare a far parte dell’opera (magari non così in profondità) sia un fotografo autorizzato a fissare quel magico momento evitando disastri.

Dunque, si diceva del rischio di una visione dei musei come luoghi dell’emulazione in cui sentirsi protagonisti, contendendo spazio alle opere esposte. Ma non è tutta responsabilità di chi è chiamato a dirigere le gallerie, che spesso è invece giocoforza obbligato a partecipare alla gara del maggior numero di visitatori, dei record veri e presunti, della lunghezza della coda agli ingressi esibita per dimostrare che un museo è superdotato rispetto ad un altro: una dimensione in cui non può essere la sola quantità a fare la qualità.
È l’effetto dell’onda lunga di una politica — usata per anni da governi e ministri di diverso colore — che ha (fra)inteso applicare criteri aziendali ai musei, secondo logiche che farebbero sorridere i veri imprenditori, riducendo tutto al «venghino signori, venghino» senza porsi il problema della gestione di un pubblico sempre più vasto, a cominciare dall’adeguamento di strutture e personale.
E di fronte a questa carenza non basterà un selfie a salvarci.

(pubblicato su Corriere  fiorentino - Corriere della Sera del 24/06/2025)



 
 
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