Siamo entrati nella 'stagione' dei vulcani?
L'eruzione del monte Ontake in Giappone e' l'attualita' dello scorso fine settimana. Ma non fa dimenticare quella, sempre incorso, del vulcano islandese Bardarbunga, le cui ceneri arrivano fino al Belgio e al nord della Francia, ne' le migliaia di filippini che sono stati evacuati sotto la minaccia di esplosione del Mayon, ne' la lava del Kilauea nelle Hawaii, che negli ultimi giorni sta continuando la sua marcia verso diversi centri abitati, ne' l'eruzione spettacolare del Tavurvur in Papuasia-Nuova-Guinea lo scorso mese, etc... La Terra e' un pianeta vulcanico. Tutti questi fatti rispecchiano una normale attivita'? Non si tratta che di una coincidenza, della capacita' del cervello umano di stabilire dei legami, talvolta finti, tra elementi differenti? Oppure si tratta di un'altra cosa, un sorta di “stagione” dei vulcani?E' questa la domanda che ha posto da alcuni giorni, sul sito web The Conversation, il giovane vulcanologo britannico Robin Wylie, che sta preparando una tesi sulle lave dell'Etna all'University College di Londra. Per “stagione”, non bisogna ovviamente intendere un periodo particolare dell'anno, ma delle condizioni propizie ad un fiorire di eruzioni vulcaniche attraverso il mondo. L'ipotesi puo' sembrare azzardata perche' e' un fenomeno che si presenta con lontani congiungimenti, capace di manifestarsi su tutto il pianeta e su dei vulcani lontani migliaia di chilometri uno dall'altro? Facendo riferimento a dei recenti studi di geofisica, Robin Wylie ne cita due.
La prima causa possibile e' di ordine astronomico, cioe' variazioni della velocita' di rotazione della Terra. Un fenomeno influenzato da diversi fattori, come la dissipazione dell'energia legata alle maree, gli attriti dovuti ai venti o alle correnti oceaniche, il gioco tra i diversi componenti che costituiscono l'interno del nostro globo. La Terra non e' perfettamente sferica ne' omogenea, numerose e complesse interazioni tra i propri componenti turbano la sua velocita' di rotazione. Per dirlo in modo piu' semplice, da un anno all'altro cambia la lunghezza della giornata. E' impercettibile, in generale e' nell'ordine di millisecondi al giorno, ma questo giustifica regolarmente l'aggiunta di un secondo al 30 giugno o al 31 dicembre per far collimare il tempo astronomico a quello degli orologi atomici. Sembra un episodio aneddottico, ma questi cambiamenti di velocita', anche se minuscoli, coinvolgono considerevoli energie. Un studio italiano del 2010 ha anche valutato queste energie a diverse decine di miliardi di miliardi di joule, cioe' un ordine di grandezza che equivale a quello del consumo annuale di energia degli Usa. Secondo questi ricercatori, e' sufficiente ad alimentare l'attivita' della crosta terrestre.
In uno studio, pubblicato a febbraio dalla rivista scientifica “Terra Nova”, altri scienziati italiani hanno voluto andare piu' lontano e vedere se potevano trovare un legame, nella storia recente, tra le modifiche della velocita' della rotazione della Terra e i grandi avvenimenti vulcanici conosciuti. Essi hanno osservato diversi dati, a cominciare da quello del Servizio internazionale della rotazione terrestre e dei sistemi di riferimento (IERS) che misura con molta precisione le variazioni della lunghezza del giorno, e la lista storica delle piu' grandi eruzioni vulcaniche dal 1750. Alcune eruzioni sono sfuggite agli scienziati dei secoli passati perche' erano lontane, questa lista e' stata completata con i dati dell'aerosol di zolfo vulcanici presenti nei carotaggi di ghiaccio dell'Antartide e della Groenlandia.
Risultati: i ricercatori hanno constatato un “parallelismo di massima” tra le curve, parallelismo che, sul piano statistico, puo' difficilmente essere dovuto al caso. Essi precisano che una eruzione vulcanica maggiore ha piu' possibilita' di verificarsi quando le variazioni di lunghezza del giorno sono più importanti. Ma lo studio non si limita a questo, perche' i suoi autori hanno trovato che l'interazione potrebbe andare avanti... nell'altro senso, dove i vulcani giocano sulla lunghezza del giorno modificando le condizioni climatiche. Si sa infatti che l'immissione di solfati nella stratosfera quando c'e' una potente eruzione vulcanica ha un notevole effetto sul clima, rinviando nello spazio una frazione dei raggi del Sole che giungono sulla Terra. L'esempio piu' famoso e' il caso del vulcano filippino Pinatubo nell'eruzione del 1991, che ha provocato una raffreddamento planetario di un mezzo-grado Celsius. Lo studio di “Terra Nova”ha il merito di sottolineare che le interazioni tra cio' che accade sulla superficie della Terra e cio' che accade all'interno, sono complesse e funzionano in entrambi i sensi.
Arriviamo quindi alla seconda causa evidenziata da Robin Wylie, cioe' l'ipotesi secondo la quale un riscaldamento del clima potrebbe avere conseguenze dirette sulla recrudescenza delle eruzioni vulcaniche. Ciò comporta lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari. Si e' anche potuto constatare che la fine dell'ultimo periodo glaciale era stata accompagnata e seguita da una sorta di effervescenza vulcanica con, secondo gli autori, da 2 a 6 volte eruzioni in piu'. Uno studio ha anche mostrato che in Islanda il tasso di eruzione avrebbe potuto essere moltiplicato per 100. Il meccanismo e' molto semplice: con la fine dei ghiacciai sulla crosta terrestre, la pressione sul mantello e' minore, e questo da' una spinta alla produzione del magma, facilitando il suo accesso alla superficie.
Detto questo, Robin Wylie precisa: “il legame tra il cambiamento climatico e l'attivita' vulcanica non e' ben compreso. Numerosi vulcani sembrano non esserne toccati. E questa non e' piu' un'urgenza particolare oggi, anche se noi andiamo verso un futuro senza ghiacciai. Nel contempo, anche se cio' non costituisce un pericolo per l'immediato, questo strano effetto ci ricorda come il nostro pianeta puo' rispondere ai cambiamenti inattesi”.
(articolo di Pierre Barthélémy, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 29/09/2014)
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