Sabato 6 giugno 2026
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Sicurezza a Firenze. Uscire dal perimetro

Articolo · Stefano Fabbri ·
 Diciamoci la verità: nessuno si sarebbe voluto trovare in quella situazione, ma un po’ tutti vorrebbero essere stati Rossella mentre rincorreva e scacciava a suon di scapaccioni il balordo armato che intendeva rapinare il suo negozio di via Toselli. Di sicuro nella dose di schiaffi rimediata dal trentacinquenne fiorentino che, coltello alla mano, le ha intimato di dargli l’incasso c’erano anche gli arretrati per il precedente furto e le spaccate subite, forse non opera sua. Ma ciascuno di noi avrebbe avuto un motivo pregresso per prenderlo a sberle e fargli pagare anche una piccola parte di qualche torto ricevuto, magari da altri che riteniamo simili a lui. E quando questo succede vuol dire che il disagio e il malessere sul fronte della sicurezza nel suo complesso stanno raggiungendo il livello di guardia. Non solo e non tanto perché la capacità di prevenzione — non solo in senso militare — mostra evidenti lacune, quanto per il fatto che è l’intero tessuto sociale di una città che si sta smagliando a una velocità incredibile. Rossella ha avuto e ha ragione su tutto, a cominciare dalla sua ammissione di non avere avuto paura in quei momenti ma che «non si può rischiare la vita per lavorare». Quanto poteva capitarle, se gli schiaffi non avessero avuto il loro effetto, sarebbe stato però difficile da catalogare come un infortunio sul lavoro. Su una sua affermazione, tuttavia, si può discutere ed è la percezione che la zona di San Jacopino sia diventata come il Bronx . È più probabile che l’intera città, e non solo un quartiere, stia diventando insicura e ostile a causa di quegli strappi nell’ordito di Firenze, nella mancanza della pluridecennale incapacità di governo dei suoi cambiamenti sociali e morfologici.

Si fa presto a dire San Jacopino: complice forse il diminutivo del Santo di Compostela, fa pensare a un piccolo borgo urbano e non a una larga striscia di territorio che si spinge dalla Stazione Leopolda fino a Novoli, che conta almeno tre volte il numero degli abitanti del centro storico di cui amministrativamente (e inspiegabilmente) fa parte; una trama commerciale fittissima, una rete sociale e culturale che fa fatica ma resiste; una volta indicato come quartiere di serie B, oggi è tra i più appetiti e densi quanto a insediamenti turistici nonostante la malafama che si tende ad accreditargli in modo pressoché esclusivo — e forse non sempre disinteressato — e una persistente identità anche con l’avvicendarsi generazionale ed etnico.

Innegabile che come altrove vi siano problemi, anche seri come quello che ha fronteggiato Rossella, ma sarebbe solo autoassolutorio confinare la percezione del fenomeno in quella o altra specifica zona della città. A meno che si pensi che il numero di reati denunciati ogni mille abitanti nel 2024, che colloca Firenze al secondo posto dopo Milano (quattro volte i residenti del capoluogo toscano) e appena prima di Roma (dieci volte più popolosa), si verifichino tutti all’ombra della torre del Teatro Puccini. Il gesto di Rossella, quanto le è accaduto, merita una riflessione comune dal perimetro più vasto di un quartiere. 

(articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 05/08/2025)


 
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