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La soluzione per l'Euro
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Articolo di Alessandro Pedone
19 marzo 2014 15:41
 
Ho avuto il piacere di leggere in anteprima le bozze di questo bellissimo libro di Cattaneo e Zibordi che propone una soluzione tecnica per il problema della nostra moneta unica. Il libro uscirà a fine mese ed invito quindi tutti i lettori interessati a prenotarlo e diffonderlo quanto più possibile poiché sono convinto che se una fetta importante dell'opinione pubblica fosse a conoscenza di questa opzione avremmo realmente risolto il principale problema economico che attanaglia la nostra economia.
Se i mezzi di comunicazione fossero molto diversi da quello che sono (fossero, cioè, governati da logiche legate all'importanza per la collettività dei messaggi che trasmettono) una parte significativa della prossima campagna elettorale per le europee ruoterebbe attorno alla proposta descritta in maniera dettagliata dagli autori in questo libro.
Di seguito, provo a descrivere sommariamente la proposta di Cattaneo e Zibordi, ma la lettura del libro è sicuramente indispensabile per comprendere appieno le ragioni della crisi dell'Euro e perché questa soluzione è concretamente fattibile e decisamente migliore sia dell'idea di uscire tout court dall'Euro, sia del mantenimento di questo meccanismo nato male e gestito in modo peggiore.
 
Molto spesso si legge che l'Italia avrebbe perso la sua sovranità monetaria con l'avvento dell'Euro. Questa affermazione è vera ad un livello superficiale, ma falsa sul piano sostanziale. Una nazione che ha il potere di imporre le tasse non può, tecnicamente, aver perso completamente la sovranità monetaria. Nell'attuale sistema monetario la ragione principale (non l'unica) per la quale una moneta viene accettata da tutti è il fatto che costituisca un mezzo per assolvere i propri obblighi fiscali.
L'Euro, in Italia, è accettato non perché lo dice qualche trattato internazionale, ma perché con gli Euro si devono pagare le tasse.
Questa è una verità scontata sulla quale però si riflette poco e costituisce un elemento fondamentale dal quale parte la proposta di Marco Cattaneo.
Con i trattati internazionali che hanno istituito l'Euro, l'Italia ha delegato la gestione delle banconote e delle monete metalliche ad istituzioni sovranazionali (la BCE ed il sistema della Banche Centrali), ma i trattati non vietano esplicitamente di emettere titoli che non sono né banconote né monete metalliche, ma che svolgano alcune delle funzioni attualmente svolte dall'Euro.
 
La proposta presentata in questo libro si inserisce in questa “zona grigia” del trattato istitutivo dell'Euro e propone di emettere dei titoli, denominati Certificati di Credito Fiscale (CCF) che danno diritto, ad una determinata data, di essere utilizzati per saldare qualunque obbligazione con un'amministrazione pubblica (tasse come IRPEF o IMU, contributi INPS, multe, ticket sanitari, ecc.). Naturalmente, lo Stato darebbe ad aziende e lavoratori questi CCF a titolo gratuito.
Da sottolineare che, tecnicamente, questi titoli non sono titoli di debito poiché lo Stato non si impegna a rimborsarli nella moneta avente corso legale (l'Euro). Lo Stato li accetterà come pagamento per gli obblighi dei cittadini nei suoi confronti e quindi potrà avere un minor gettito fiscale (eventualmente) ma non devono essere messi a bilancio come debiti. Quindi non aumentano il debito pubblico. Lo Stato può emettere la quantità di questi CCF necessaria per raggiungere i propri fini (e questo lo vedremo in seguito).
Il fatto che lo Stato li accetti come forma di pagamento rende questi strumenti assimilabili alla moneta. I cittadini potranno utilizzare questi CCF come mezzo di pagamento anche per le transazioni fra di loro anche prima della data dopo la quale potranno essere utilizzati anche per pagare le obbligazioni con la pubblica amministrazione. Lo Stato, attraverso il sistema bancario, potrà promuovere degli strumenti tecnici (tipo carte Bancomat, per intenderci) per le transazioni effettuate in CCF. Di fatto, quindi, attraverso i CCF anche uno Stato appartenente all'area Euro utilizzerebbe la sua sovranità monetaria (che non ha mai perso, fino a quando è in grado di imporre le tasse) per immettere “moneta” in circolazione senza creare nuovo debito. Naturalmente sarebbe una “moneta” nazionale che avrebbe una circolazione solo fra soggetti che hanno obbligazioni nei confronti dello Stato emittente i suoi CCF.
 
Questo, in estrema sintesi, è il progetto proposto in questo libro. Sorgono immediatamente spontanee alcune domande. La prima, probabilmente, è la seguente: ok, ma quando i cittadini useranno questi CCF per pagare le tasse, lo Stato come farà a pagare i propri impegni che invece sono denominati in Euro? In altre parole: come si fa a far fronte alle minori entrate fiscali dovute ai CCF?
Date le condizioni attuali, non è ragionevole attendersi nessuna minore entrata fiscale, per quanto possa apparire poco intuitivo a chi non ha cognizioni di macroeconomia.
Le entrate fiscali, infatti, sono determinate dai redditi dei cittadini e dalla quantità di beni e servizi che vengono scambiati. In sostanza, un conto è avere un PIL di 1.500 miliardi di lire, altro conto, completamente diverso, è avere un PIL di 2.000 miliardi di lire.
Al momento attuale, la quantità di beni e servizi che vengono scambiati in Italia è ai livelli di circa sette anni fa e ci sono tantissime risorse produttive non utilizzate o sotto utilizzate. Abbiamo livelli di disoccupazione impensabili fino a pochi anni fa. Il gap fra quello che la nostra economia potrebbe produrre e ciò che effettivamente produce è enorme. La causa di questo gap è sostanzialmente riconducibile a due sole ragioni: mancanza di liquidità (quindi carenza di domanda) e scarsa produttività.
Attraverso l'immissione nel mercato di una quantità sufficiente di CCF è possibile dare un reale choc positivo su entrambi i fronti che porti nel giro di tre/cinque anni la nostra economia ad avere un PIL di 2.000 miliardi di euro (per inciso, questo significherebbe anche abbassare il famoso rapporto Debito/PIL in maniera consistente, come ci imporrebbe il famoso fiscal compact, ma non attraverso le politiche di bilancio, bensì attraverso il loro contrario).
 
La proposta è quella di immettere circa 200 miliardi di CCF suddividendoli fra aziende (per ridurre il costo del lavoro e quindi aumentare la produttività) e lavoratori. 200 miliardi di euro sono circa il 13% del PIL italiano. Come potranno leggere nel libro i lettori che si sono incuriositi, questa cifra non è stata scelta a caso. Rimando al libro per le spiegazioni più dettagliate. Appare del tutto ragionevole ipotizzare che l'immissione di una quantità così significativa di “moneta” in una economia così depressa come quella Italia e così disperantemente bisognosa di moneta possa produrre una crescita del PIL anche superiore alle stime (a nostro avviso anche prudenziali) fatte dagli autori. Secondo i calcoli contenuti nel libro, quindi, non solo non ci sarà una diminuzione delle entrate fiscali, ma ci sarà una notevolissima diminuzione del famoso rapporto Debito/PIL portandolo sotto il 100% nel giro di quattro-cinque anni. Fino ad oggi il problema del Debito/PIL è stato sempre affrontato cercando di ridurre le spese, creare quindi avanzi di bilancio per ridurre il debito. Questa è una strada suicida perché riduce il PIL e quand'anche nominalmente si riuscisse ad ridurre il debito, non si riuscirebbe comunque a ridurre il rapporto Debito/PIL. La sola strada praticabile per ridurre il rapporto Debito/PIL e agire sul PIL e la sola strada per aumentare il PIL è stimolare la domanda di beni e servizi. Il modo più diretto per fare questo è mettere in mano ai cittadini soldi da spendere. I CCF sono un mezzo tecnico, concretamente fattibile da subito, che non ci fa violare nessuno dei vincoli europei e che non richiede l'autorizzazione di nessuno se non, ovviamente, del Parlamento che dovrebbe approvare le relative norme valide per l'Italia.
 
Un progetto come questo genera una ulteriore serie di domande. Il libro che sarà nelle librerie a fine mese le analizza tutte in profondità e supera brillantemente le obiezioni che sono state proposte in questi anni. E' la prima volta, per quanto a nostra conoscenza, che viene proposta in modo assolutamente articolata e dettagliata una soluzione strutturale e tecnicamente ineccepibile per il problema dell'Euro, concretamente applicabile da parte di ogni Stato appartenente all'area Euro senza la necessità di una preventiva approvazione delle altre nazioni Europee. Se questa proposta riscuotesse la diffusione che merita, allora vi sarebbe anche il consenso politico per applicarla.
Dipende anche da noi. Le elezioni europee potrebbero essere il contesto favorevole per diffondere questa proposta.
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