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La storia sgretolata. Ci ingozziamo di serie tv perché il mondo reale è insensato
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Articolo di Redazione
16 settembre 2020 8:46
 
Nel dibattito pubblico, oltre al “dopodiché” – parolina in apparenza innocua che sta cannibalizzando le altre congiunzioni – ormai da anni tra i termini più diffusi ci sono storytelling e narrazione. I pierre e i marketing manager preferiscono la prima: le tronche anglosassoni esercitano sulle orecchie latine un fascino che trasforma ogni incomprensione in atto di fede. I politici preferiscono la seconda: quando c’è da parlare del “tengo famiglia” è meglio mostrare che qui nessuno vende le chiappe allo straniero. In fin dei conti, mentre pilucchiamo il salame, traduciamo entrambe quelle parole con storia. Non che sia meno insopportabile la frequente scusa per film e libri privi di idee, «volevo solo raccontare una storia», ma almeno si capisce bene di che si tratta.

Per secoli è esistita un’unica Storia, con una trama lineare – la Salvezza; un mentore dagli intenti condivisibili ma un po’ pasticcione – Dio; un protagonista inaffidabile che si sarebbe redento sul finale – l’Uomo; un antagonista condannato alla catastrofe non meno del personaggio di Hot Shot detto Carne Morta – il Diavolo. L’incipit era folgorante, la Genesi; il punto di svolta geniale, la venuta del Cristo; l’happy ending, l’Apocalisse, abbastanza confuso, e arrivava troppo tardi: la seconda parte della trama risultava stiracchiata.
A questa Storia abbiamo creduto in sempre meno e nel ‘900 iniziammo a raccontarci due Storie diverse. A Ovest ascoltavamo quella del benessere: la Storia umana, dall’invenzione del fuoco a quella della lavatrice, era una marcia faticosa ma inesausta verso la libertà dalla tirannia e dai bisogni. A Est ascoltavano la Storia dell’uguaglianza: il supremo salvacondotto per una vita finalmente realizzata, che s’incarnava nell’organizzazione sociale del partito comunista sovietico.

Nel 1989, col Muro di Berlino si è pure frantumato il concetto di Storia con la S maiuscola. La Storia non è finita come sosteneva Francis Fukuyama (lo stesso Covid19 è evidentemente un fatto storico di vasta portata), la Storia si è sgretolata. Continuiamo a rigirarci in mano i cocci del Muro e tentiamo di interpretare le chiazze colorate di vecchi graffiti. Siamo rimasti orfani di un senso condiviso, non esiste più un racconto universale da poter narrare in buona coscienza, senza vergogna, senza ghignare.
In mancanza di un autore, attribuiamo l’opera a uno scribacchino anonimo, chiamato per convenzione Caso. L’essere umano è ancora il protagonista, o è diventato una spalla che verrebbe interpretata da uno di quegli attori di cui non ricordiamo mai il nome, perché adesso la vera protagonista è la tecnica? Chi sono i buoni? Chi i cattivi? Dove corre la trama, e perché corre là? Quali sono i temi portanti del racconto?

Se è vero che non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande, è altrettanto vero che la nostra specie non può sopravvivere senza un senso – come significato e come direzione. Il sapiens vive immerso nel tempo, possiamo raccontare perché possiamo contare, siamo animali narrativi. Per quanto tragico, per quanto orribile – basti pensare al piacere che ricaviamo perfino da tragedie e horror – il senso ci colloca in un posto nel tempo e nello spazio: il nostro habitat naturale. Se non c’è, annaspiamo nel nulla, cioè proviamo angoscia, pesci sulla battigia.

Ed ecco che troviamo nelle storie in minuscolo dei surrogati usa e getta. Forse da qui deriva il nostro rapporto bulimico con le serie tv. Il binge-watching è un vangelo da divano: ci ingozziamo di popcorn perché non abbiamo una bistecca da mettere sul fuoco – e non bastano mai. Collezioniamo piccoli sensi che ci rendono sopportabili le sere. E naturalmente ci sono anche il cinema e i romanzi, i comizi elettorali e le pubblicità. Per qualche minuto sembra che le cose abbiano un senso: un inizio, uno sviluppo, una fine, un perché, un giusto e uno sbagliato. Poi chiudiamo il libro, cambiamo canale, spegniamo la tivù, votiamo, apriamo una nuova pagina con lo smartphone e siamo punto e a capo.

Un tempo credevamo che la Storia avesse a che fare con la verità, e quindi cercavamo di classificare gli eventi e le opinioni secondo criteri di verità – probabilmente illudendoci, certo. Ma la narrativa, le storie, invece hanno dichiaratamente a che fare con un concetto diverso. Scrive Vladimir Nabokov: «La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzino corse via dalla valle di Neanderthal inseguito da un grande lupo grigio, gridando al lupo, al lupo è nata il giorno in cui un ragazzino, correndo, gridò al lupo, al lupo senza avere nessun lupo alle calcagna». Le storie hanno cioè a che fare con la verosimiglianza: è simile alla verità, ma non è la verità.

L’obiettivo di una storia è indurre nell’ascoltatore-lettore-spettatore uno stato di sospensione dell’incredulità: fargli credere che il palesemente falso sia vero. Convincere gli altri della realtà della fiction (e cioè finzione) è l’ossessione del narratore. I grandi romanzi e i grandi film sono meravigliose sequele di fake news – a meno che qualcuno, riposto il libro sullo scaffale o finiti i titoli di coda, non creda davvero che Gulliver sia stato legato come un cotechino dai lillipuziani o che un macrocefalo verdognolo di nome E.T. telefonasse a casa drizzando quel ditino luminescente.

La vastità del sapere umano, il proliferare di dati e l’oggettiva mancanza di tempo impediscono a chiunque di formarsi un’opinione ragionevole sulle migliaia di informazioni che intercettiamo ogni giorno. Quindi scegliamo l’interpretazione che, in parole povere, “ci piace di più”. La verità è diventata una mera questione di gusti. Viviamo anni di confusione che però, prima o poi, magari proprio grazie a una certa distanza storica, partoriranno un racconto capace di mettere in fila gli eventi che stiamo vivendo, di dare loro un senso. È del tutto probabile – piaccia o no – che la storia in grado di essere Storia sarà semplicemente quella scritta meglio.

(articolo di Enrico Del Buono, pubblicato su Linkiesta del 16/09/2020)
 
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