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La transizione energetica rimane ancora senza modelli
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Articolo di Redazione
21 ottobre 2018 14:00
 
 Due gradi in più di termometro. E’ quello che potrà destabilizzare l’ordine mondiale. Dopo l’ultimo rapporto de GIEC (ndr Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), uno scenario del genere potrebbe prodursi nel 2080 se niente viene fatto per limitare le emissioni di gas ad effetto serra.
In questo scenario sul filo dell’apocalittico, sarebbe bene domandarsi se la transizione energetica tanto auspicata quanto desiderata porta i propri frutti. Dando uno sguardo ai dati della BP Statistical review of World energy pubblicati a giugno del 2018, le manifestazioni di giubileo dovranno attendere. Nel 2017, le emissioni di carbone dovute ai consumi energetici si sono attestate alla cifra record di 33.444 milioni di tonnellate, cioè una crescita di 1,6% rispetto al 2016.
Né la Germania né la Cina
Le due principali cause sono la ripresa della crescita economica che ha stimolato l’attività industriale e la crescita del consumo di carbone. Non è eclatante che le emissioni di carbone siano cresciute notevolmente, malgrado gli sforzi realizzati in materia di efficienza energetica e di sviluppo delle energie rinnovabili.
E questo non è mancanza di considerazione nei confronti delle iniziative della Germania, spesso portata come esempio grazie alla Energiewende che è diventata parte integrante della nation-branding dal 2011, e della Cina che non lesina sugli investimenti nelle energie rinnovabili.
Nel 2017 Pechino ha destinato circa 127 miliardi di dollari nelle energie “verdi”, cioé il 45% degli investimenti mondiali. Tuttavia, né l’uno né l’altro sono riusciti ad imporsi sulla scena internazionale come modello.
Come numerosi altri Paesi, la Germania e la Cina scommettono sulle energie rinnovabili e sul “tutto elettrico” a partire dalla mobilità. Tuttavia questo ha comunque bisogno dell’estrazione di metalli (comunemente chiamati “terre rare” - 1) la maggior arte dei quali sono in Cina, Russia, India e Brasile. La produzione dei quali si rivela devastatrice sia per l’ambiente che per l’essere umano. I processi idrometallurgici e i bagni di acidi necessari al loro trattamento generano dei metalli pesanti,dell’acido solforico, ma anche elementi radioattivi come l’uranio e il torio. La domanda è quindi la seguente: la transizione dovrebbe essere fatta a detrimento degli ecosistemi e delle popolazioni locali in alcune parti del mondo?
L’eolico non è la soluzione miracolosa
L’ultimo studio pubbicato dall’Università di Harvard ha lanciato un ennesimo sasso nel lago. Che lo si voglia o meno, lo sviluppo dell’energia eolica contribuirà al riscaldamento climatico.
L’energia eolica avrà, per certi versi, un maggiore impatto sul clima che non il carbone o il gas naturale se non la si considera a livello di prossimo decennio. Al contrario, l’impatto del parco eolico sarà inferiore a quello delle energie fossili se si prendono in considerazione i prossimi 1.000 anni. A buon intenditore…
Inoltre, il carbone è stato largamente utilizzato per rispondere alla domanda crescente di elettricità (la realizzazione delle energie rinnovabili è troppo lenta). Il modello tedesco ha mostrato i limiti dell’equazione “tutto elettrico – energie rinnovabili”. Questo ha portato all’esplosione della spesa per il carbone da parte di Berlino, ponendo in discussione l’impegno della Germania nel quadro dell’Accordo di Parigi sul clima. Alcuni esperti non mancano di ricordare che il mix energetico più “promettente” in materia di de-carbonizzazione sarebbe una produzione di elettricità che si basi sulle energie rinnovabili e sull’idrogeno (quest’ultimi ottenuto essenzialmente dopo aver riformato il gas naturale col vapore acqueo).
In quanto alla Cina, la transizione energetica condotta col pugno di ferro senza partecipazione della società civile, fa parte, tra l’altro, della lotta contro l’inquinamento massiccio nei centri urbani. Ciononostante, Pechino punta sul "green boom" per fini geopolitici, poiché la sua speranza - a malapena velata - sarebbe quella di acquisire lo stesso spazio di manovra di quello ottenuto dagli Stati Uniti dopo lo "shale boom" (ndr . boom delle rocce di scisto).
Una delle ultime speranze per l’Europa di imporsi come leader della transizione energetica è certamente in una “rivoluzione” culturale che dovrebbe consistere nel migliorare le conoscenze necessarie ad un consumo responsabile, promuovere nuove abitudini, instillare valori che potrebbero contrastare i partiti populisti che spesso sono scettici sul clima, etc. Una volta di più saranno le celte illuministe che renderanno la sua importanza al vecchio continente.

(articolo di Aurélie Bros, assegnista al Davis Center for Russian and Eurasian Studies ad Harvard, pubblicato sul quotidiano Les Echos del 17/10/2018)

1 - ndr  le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, precisamente scandio, ittrio e i lantanoidi
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