Giovedì 4 giugno 2026
Menu

Usa. 400.000 gli embrioni congelati

Articolo · Cinzia Colosimo ·
Finalmente qualche numero chiaro. Sono 400.000 gli embrioni congelati nelle cliniche per la fecondazione in vitro degli Stati Uniti. Una stima al di sopra delle aspettative, la piu' larga "popolazione" di embrioni del mondo, conseguenza del boom industriale delle cliniche per la fecondazione assistita, il cui successo dipende dal creare molti embrioni e selezionare solo i migliori. E anche se quelli realmente utilizzati dalle coppie sono un numero consistente, la stragrande maggioranza di quelli conservati diventa inutile e non ha un destino chiaro.
Questa realta', e la grande dimensione del fenomeno, hanno riacceso il dibattito fra gli scienziati, i teologi e i genitori, sulla condizione morale di queste microscopiche entita'. Ogni anno, le coppie che decidono di affidarsi a trattamenti di fecondazione, devono spendere cifre di circa 1.500 Usd, per le assicurazioni, la conservazione e le varie tasse. "Nessuno di noi vorrebbe conservare questi embrioni vita natural durante", spiega David Hoffman, medico esperto del settore e gia' presidente della Society for Assisted Reproductive Technology. Difatti il problema e' nato da quando ci si e' resi conto che, date le prospettive scientifiche offerte dalle cellule staminali embrionali, l'embrione umano stesso ha assunto anche un valore commerciale. Si calcola che i genitori di almeno 11.000 embrioni abbiano dato il loro consenso affinche' questi vengano destinati alla ricerca, ma da quando il presidente Bush ha vietato qualsiasi sperimentazione su embrioni umani, la situazione e' ferma, la ricerca semi-paralizzata e gli embrioni in attesa di un qualche futuro.
Solo l'anno scorso 100.000 donne si sono sottoposte a trattamenti per la sterilita', e sono venuti al mondo 35.000 bambini con queste tecniche. Questa indagine ha coinvolto le 430 cliniche statunitensi, alle quali e' stato chiesto che tipo di tecniche utilizzano, quanti embrioni "creano", quanti sono quelli congelati, e che futuro prevedono per questi ultimi. Virtualmente infatti, le coppie sono tenute a firmare un documento nel quale scelgono se conservare gli embrioni, distruggerli, farli adottare da donne sterili o destinarli alla ricerca. A quest'ultima opzione hanno aderito il 3% delle donne, il 2% chiede la distruzione, un altro 2% la donazione ad un'altra donna, e l'87% -la stragrande maggioranza- la conservazione per ulteriori tentativi di gravidanza.
Gli scienziati hanno accolto questo sondaggio -che verra' pubblicato nel numero di maggio della rivista Fertility and Sterility- con grande amarezza e senso di impotenza. Molti guardano alla Gran Bretagna come il modello ideale di risposta politica al problema: li' infatti, gli embrioni sono materiale di ricerca e di studio, e questo non ha comportato necessariamente quello che alcuni oppositori chiamano "la fabbrica degli embrioni". "Nel nostro Paese sono i pazienti a decidere cosa fare dei loro embrioni. Non i dottori, o il Governo o la burocrazia", ricorda Hoffman.
La stima ufficiale parla di 396.526 embrioni, che ad oggi godono della supervisione della Food and Drug Adm., dei vari Comitati di Bioetica, delle raccomandazioni del Parlamento e del Governo, ma che nonostante tutto questo, giacciono nei freezer in attesa dei fatidici 5 anni, dopo i quali saranno inutilizzabili per qualsiasi scopo e finiranno nella spazzatura.
Le cliniche ammettono che c'e' stata una "sovrapproduzione" di embrioni, ma la naturalezza con la quale pongono il problema, non fa altro che alimentare le polemiche dei gruppi anti-abortisti e pro-vita, che nella fecondazione assistita vedono solamente l'intento "immorale" di creare bambini in serie. Il problema si pone quindi in modo sbagliato: da un lato il punto di vista conservatore, che contesta a priori la fecondazione di ovociti qualora non ne sia garantita la nascita e la crescita; dall'altro l'esistenza di fatto di una quantita' di embrioni, a questo punto difficile da gestire, visto che le alternative non riescono a rispecchiare contemporaneamente i bisogni delle famiglie con quelli della ricerca scientifica. Oltretutto c'e' da ricordare che laddove la legislazione lo permette, la ricerca privata continua e produce risultati, che poi inevitabilmente vengono commercializzati, dando il via ad un circolo vizioso che vede domanda e richiesta districarsi fra industrie farmaceutiche e leggi vigenti. Non e' la proibizione in toto, che risolve il problema. Lo e' invece la cultura politica del libero arbitrio, della responsabilita' individuale, della non connessione fra ricerca scientifica ed etica. Il problema etico difatti e' conseguente e nasce con l'uso pratico della ricerca scientifica. Porre questioni morali prima della ricerca significa solamente accendere discussioni e dibattiti senza che ce ne sia un reale bisogno, significa dare aria alle ideologie proibizioniste, prolungando l'attuale situazione di stallo.
ADUC è indipendente
Nessun finanziamento pubblico né pubblicità. Solo le donazioni ci rendono liberi.
Sostienici →