Usa. War on drugs: misfatto bianco
La lista sta progressivamente aumentando, la politica statunitense della lotta alla droga aggiunge una voce all'elenco dei danni "sponsorizzati". Il j'accuse viene dal Dottor David Alain Whol -University of North Carolina Aids Research Treatment Center- "molti sono i detenuti portatori di virus Hiv, ma altri lo contraggono al loro ingresso in prigione." I dati sono stati esposti agli operatori del settore in una tavola rotonda "AIDS e HIV nelle carceri" tenutasi recentemente a Sanford (North Carolina).
Per la popolazione carceraria il rischio di contrarre il virus e' 5,5 volte superiore rispetto ai liberi cittadini, ed e' dovuto all'aumento di tossicodipendenti, o ex, all'interno delle prigioni statali. Cambiare atteggiamento nei confronti dei detenuti infetti e' una necessita' primaria per evitare il contagio epidemico.
6.500.000 di persone sono detenute negli Stati Uniti: la piu' estesa popolazione carceraria del mondo, superiore alla Cina, e si prevede nei prossimi anni un forte incremento dovuto alla carcerazione per uso di stupefacenti.
I grafici illustrati durante la tavola rotonda evidenziano una sconcertante disparita': i maschi negri sono maggiormente arrestati e condannati (9% della popolazione maschile negra e' detenuta). Il dr Whol individua un danno sociale nel "rimpiazzamento" di partner sessuali; un atteggiamento ottimale per il propagarsi del virus: avere il partner in carcere aumenta l'opportunita' di contrarlo. Sull'altro lato c'e' la realta' dei detenuti; le richieste piu' frequenti sono due: mangiare da McDonald's e fare sesso, spesso ottenendo un'ora di liberta'. I tempi di carcerazione sono lunghi ma non infiniti, cosi' dopo tre anni per gli uomini e sei mesi per le donne, i detenuti tornano in liberta' favorendo il contagio e la propagazione incontrollata; "chi e' in carcere oggi potrebbe sederti accanto in autobus domani" come fa notare il Dr. Whol.
E' un'emergenza l'indispensabile ed energico ripensamento sulla politica della War on drugs, e decidere se si e' disposti ad affrontare danni di tale entita' e' un'esigenza civile; una lotta politicamente efficace ma che sgretola la qualita' di vita dei cittadini americani.
Per la popolazione carceraria il rischio di contrarre il virus e' 5,5 volte superiore rispetto ai liberi cittadini, ed e' dovuto all'aumento di tossicodipendenti, o ex, all'interno delle prigioni statali. Cambiare atteggiamento nei confronti dei detenuti infetti e' una necessita' primaria per evitare il contagio epidemico.
6.500.000 di persone sono detenute negli Stati Uniti: la piu' estesa popolazione carceraria del mondo, superiore alla Cina, e si prevede nei prossimi anni un forte incremento dovuto alla carcerazione per uso di stupefacenti.
I grafici illustrati durante la tavola rotonda evidenziano una sconcertante disparita': i maschi negri sono maggiormente arrestati e condannati (9% della popolazione maschile negra e' detenuta). Il dr Whol individua un danno sociale nel "rimpiazzamento" di partner sessuali; un atteggiamento ottimale per il propagarsi del virus: avere il partner in carcere aumenta l'opportunita' di contrarlo. Sull'altro lato c'e' la realta' dei detenuti; le richieste piu' frequenti sono due: mangiare da McDonald's e fare sesso, spesso ottenendo un'ora di liberta'. I tempi di carcerazione sono lunghi ma non infiniti, cosi' dopo tre anni per gli uomini e sei mesi per le donne, i detenuti tornano in liberta' favorendo il contagio e la propagazione incontrollata; "chi e' in carcere oggi potrebbe sederti accanto in autobus domani" come fa notare il Dr. Whol.
E' un'emergenza l'indispensabile ed energico ripensamento sulla politica della War on drugs, e decidere se si e' disposti ad affrontare danni di tale entita' e' un'esigenza civile; una lotta politicamente efficace ma che sgretola la qualita' di vita dei cittadini americani.
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