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AVVOCATURA E DECRETO BERSANI: UN COMMENTO ALLE RAGIONI DELLA PROTESTA. PAURA DELLA LIBERTA'?

Comunicato ·

Firenze, 25 Luglio 2006. Ascoltando i contenuti della protesta degli avvocati riuniti in assemblea lo scorso 21 luglio, leggendo le ragioni di opposizione alla riforma Bersani sul documento dell'Aiga (Associazione Giovani Avvocati Italiani) del 10 luglio, clicca qui vorremmo tentare un'analisi critica, se pur per sommi capi, di alcune motivazioni che spingono parte dell'avvocatura a rigettare in toto il decreto, ritenendolo offensivo, discriminatorio, di classe, esecutorio di dettami di Confindustria e di vari oligopoli pubblicitari, anti cittadino, anti giovane avvocato. Esprimiamo perplessita' in merito al carattere genuino, altruista, salva-dignita' e persino salva consumatore (!) della protesta, che riteniamo si denudi di fronte alla debolezza di alcune argomentazioni.

1 - Un primo motivo che spinge in rivolta l'avvocatura sarebbe l'utilizzo del combinato "decreto legge - voto di fiducia" che, come si sa, da un lato entra in vigore d'urgenza, dall'altro impone la volonta' ministeriale su quella parlamentare, pena la caduta del governo. Non possiamo non concordare con gli avvocati in quanto al metodo. Non ci sfugge pero' che esso sia giustificato dall'esiguita' della maggioranza parlamentare, dalle strategie franco-tiratorie dell'ultima ora, dall'iter paralizzante delle leggi ordinarie. Insomma, nell'effettuare cambi impopolari, spesso l'uso della decretazione d'urgenza, se pur impropria, copre tare procedimentali che renderebbero inoperativa qualunque riforma. Ma cio' che ci lascia perplessi e' questo: quando mai gli avvocati si sono sollevati con tanta potenza contro lo strumento decreto legge? E, scusate l'insinuazione, se avesse sancito l'aumento dei minimi tariffari anziche' la loro non obbligatorieta', avrebbero altrettanto polemizzato, fino a farlo diventare problema pregiudiziale al dibattito stesso?
2 - Altro motivo e' costituito dal binomio tra pubblicita' = indegnita'. A questo proposito si legge nel documento su indicato, che nella professione forense non esistono specializzazioni da dichiarare o far conoscere ai possibili utenti. Questa e' una falsita'. Non esistono specializzazioni? Non esistono materie privilegiate sul quale maturerebbero le singole esperienze professionali? Non esistono avvocati penalisti? Amministrativisti? Matrimonialisti? Davvero, questa e' una falsita', contraddetta dal codice deontologico che impone all'avvocato, prima di accettare una pratica, di essere adeguatamente preparato in merito alla materia in esame. Si scorrano i siti internet e si verifichi quanto l'informazione giuridica e' sempre piu' settorializzata, se pur in astratto l'avvocato ha gli strumenti per operare in tutte le discipline.
3 - In Inghilterra le tariffe minime obbligatorie sono state abolite. Ebbene, secondo alcuni protestanti il modello inglese avrebbe cosi' creato una giustizia di classe. Al di la' della anacronistica e un po' feticistica espressione, non sapremmo davvero secondo quale percorso logico cio' possa esser affermato. Abolire le tariffe minime, semmai, allarga la sfera di coloro che possono permettersi un avvocato, sia esso meno caro perche' meno preparato o solo perche' meno di esperienza. Forse che oggi gli avvocati italiani, per il solo fatto di dover chiedere un minimo stabilito per legge sono piu' preparati di quelli inglesi? Piu' esperti?
4 - Un ultimo argomento, che conferma in parte quanto detto al punto 3: gli avvocati temono un aumento di litigiosita' nel Paese. Oltre a sorridere maliziosamente della serieta' e gravita' della loro preoccupazione, ci si permetta un appunto. Non e' che, oggi come oggi, molti contenziosi sono evitati proprio per i costi legali? Quanti avvocati sono costretti a dire: "ci spiace ma non ne vale la pena, per i costi, i tempi ecc." Siamo sicuri che una giustizia piu' giusta, nel nostro Paese, oltre che attraverso tempi e procedure piu' rapide e snelle, non passi proprio per un'accessibilita' maggiore, oggi spesso negata da criteri di antieconomicita'?
5 - Infine una notazione sulla espressione usata dagli avvocati, "saldi di fine stagione", per definire un presunto crollo della "professione" in "servizio" a basso costo. Come negare che molte pratiche effettuate in serie dagli studi legali siano in effetti un servizio piu' che una prestazione professionale? Ci riferiamo ai numerosi decreti ingiuntivi con cui le aziende riscuotono i propri crediti ad esempio. Vero che bisogna conoscere la procedura per effettuarli con successo, ma quanto di tutto cio' e' riconducibile a professionalita', quanto a burocrazia interna alle imprese?
Speriamo di non aver urtato ulteriormente con queste nostre riflessioni i fregi e gli addobbi di una "casta" come certi esponenti dell'avvocatura amano ancora definirsi (sigh!), che, se solo comprendesse a pieno il valore e la necessita' del proprio buon operato, non temerebbe il giudizio di chi li sceglie, di chi li giudica, d'ora in avanti anche in base al mercato. Se avesse invece a cuore, come dicono, il cittadino consumatore, rivendicherebbero con orgoglio le proprie tariffe personali, le proprie esperienze professionali, senza temere che altri (che giudicano evidentemente meno bravi) effettuino prestazioni a minor costi, oppure raccontino in liberta' le proprie qualificazioni.
Una "casta" sicura di se' continuerebbe per la propria via, sicura di esser scelta, riconfermata, vincente, Bersani o non Bersani. Ovvio che cosi' non e', la loro fragilita' e sfiducia, in se stessi e nel cittadino, ci pare un sintomo di una malcelata paura. Paura della liberta'?

Claudia Moretti, legale Aduc
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